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Sorgenti dell'Amiata: la montagna dell'acqua

Anche papa Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini, scoprì la bellezza delle fonti del Vivo e di Santa Fiora, con la sua grande peschiera ricca di trote, e ne scrisse nei suoi «Commentari».

Percorsi: Ambiente - Monte Amiata - Toscana
Santa Fiore (Disegno di Alessio Atrei)

Semplificando, la geologia dell’Amiata possiamo descriverla così: su una base di colline di rocce argillose eruttò il vulcano che costituì la sommità conica della vetta, superando i 1700 m. Le rocce vulcaniche a contatto con l’atmosfera si spaccarono e l’acqua e, soprattutto, la neve quando si scioglie penetrano in queste fessure fino ad arrivare a creare, a contatto con le rocce argillose sottostanti, dei grandi bacini idrici, che danno vita a tanti fiumi e torrenti: ricordo il Vivo, il Paglia e il Fiora come quelli più importanti. Rare sono le sorgenti nella parte alta della Montagna, innumerevoli a livello degli antichi castelli, costruiti, nella zona di contatto fra la trachite e le rocce argillose, proprio per la presenza dell’acqua. E gli antichi castelli medievali formano, ad una altezza che varia fra i 500 e gli 800 m, come una corona intorno alla sommità della vetta. Quindi la geologia segna il processo storico di popolamento della Montagna e segna anche il limite inferiore dei castagneti. Acqua e castagne: il grande naturalista Giorgio Santi nel suo «Viaggio al Montamiata» del 1795 parla di popolati insediamenti di montanari che vivevano di «pan di legno e vin di nuvole».

E i tanti torrenti e fiumi prestarono la loro energia anche per tante attività artigianali sviluppatesi nei secoli intorno al 1500: cartiere, ferriere, tessitura e lavorazione di panni di lino e di lana, in particolare. E naturalmente mulini per lavorare il grano. Fra le paludose Maremma e Val di Chiana, l’Amiata per tanti secoli si erge come terra di salute e di povertà si, ma dignitosa. Oggi dona la sua acqua ad un vasto territorio, il Senese, il Grossetano e parte dell’alto Viterbese, cioè a quella che nel medioevo si chiamava la Tuscia.

Due in particolare sono le sorgenti importanti ed interessanti dal punto di vista naturalistico, della portata e storico: quelle del Vivo e del Fiora. Naturalmente proprio per la loro bellezza ne parla il grande umanista Enea Silvio Piccolomini, papa Pio II, nei suoi Commentari. Nell’estate del 1462 Papa Piccolomini trascorre quasi un mese ospite dei monaci cistercensi del Santissimo Salvatore e lascia bellissime note e descrizioni sull’abbazia, sul paese di Abbadia e sull’Amiata, la cui vista godeva dalla sua Corsignano, che sta trasformando in città col nuovo nome di Pienza.

Fra udienze, firma di decreti, e documenti vari, Pio II descrive le bellezze naturali artistiche che scopre nella sua vacanza al fresco dell’Amiata. «Era già la fine di luglio», annota Enea Silvio, «quando al Pontefice venne il desiderio di visitare nell’eremo la sorgente del noto fiume che chiamano Vivo». Il Papa giunge poco prima di mezzogiorno «ad una fonte che sgorga da una grotta con acque abbondanti e gelide. Vicino c’è una cappella costruita con pietre squadrate, ancora in piedi sebbene il tetto sia pericolante; le celle che la circondavano sono cadute in rovina. Castagni e faggi mescolati insieme formano un bosco ombroso». Pio alle sorgenti del Vivo trova «più fresco di quanto avesse desiderato» e fa spostare il tavolo per il pranzo al sole (Commentari, libro IX, II). Sogna addirittura una diga a valle per dare acqua e rendere più fertile la sua Val d’Orcia.

Il fiume Vivo, dal nome particolarmente significativo, nasce più in alto degli altri, a circa 1100 m, proprio nella zone di confine tra i castagneti e le faggete, che coprono la Montagna fino alla Vetta. La terra è particolarmente affascinante e i Camaldolesi vi erigono uno dei loro primi monasteri: secondo la tradizione proprio il Santo fondatore, Romualdo, la sceglie e agli inizi dell’XI secolo fonda l’eremo alle sorgenti del fiume e il monastero, per la vita cenobitica, in un colle sottostante, a 900 m, dentro un biotopo di abete bianco, riproponendo l’impostazione di Camaldoli. Il nuovo ente cresce di importanza, forse anche per la bellezza e la ricchezza del luogo, e arriva ad avere il patronato di altri monasteri. I monaci lo abitano fino al 1538, quando l’eremo ed il cenobio, con le proprietà terriere, passano a Marcello Cervini, protagonista del Concilio di Trento ed eletto Papa nel 1555, anche se regna per soli 21 giorni. Uomo di grande cultura umanistica, nei lunghi intervalli del Concilio, Marcello II si dedica alla creazione di un progetto per la nuova villa di famiglia, inglobando l’antico cenobio camaldolese, seguito dal grande architetto Antonio da Sangallo il Giovane.

Possiamo arrivare a piedi alle sorgenti, partendo dal centro del paese di Vivo, passando fra castagneti, per ammirare la cella romanica detta l’Ermicciolo, particolarmente affascinante nell’ombra del bosco, a pianta rettangolare con abside rotondo terminale, decorato, nella parte alta, da arcatelle pensili poggianti su eleganti piccoli capitelli. Anche la facciata, a capanna, sopra l’antico portale presenta il motivo delle arcatelle pensili organizzate in tre gruppi di tre, sorrette da esili colonnette. Dell’eremo è rimasto poco: forse ne facevano parte le piccole casupole, poi trasformate in seccatoi per le castagne. Anche la sorgente del fiume non si vede più: l’acqua è stata tutta, o quasi, incanalata per dissetare il Senese. Resta però un suggestivo scenario montano, le architetture semplici ma eleganti, i boschi di castagni e di faggi dove si può vivere il silenzio degli eremiti camaldolesi e il fresco di Pio II. E si possono anche visitare le sorgenti del Vivo, dentro una profonda grotta. Poi si ritorna al paese, fino alla parte bassa per scoprire il palazzo Cervini, grande villa signorile che mantiene tante testimonianze dell’esecuzione del progetto di papa Marcello. Verso valle il palazzo è sorretto da una base a scarpa che conserva, scavate nella roccia vulcanica, le antiche celle dei monaci. Si scende ancora verso il piccolo borgo, dove si respira una antica dimensione di vita, con la chiesa di San Marcello, già dedicata a San Pietro, di origini romaniche e purtroppo in cattive condizioni di conservazione. Intorno ammiriamo il bosco di abeti bianchi, riserva naturale regionale.

Pio II, invitato dal conte Bosio Sforza, marito di Cecelia, l’ultima discendente dall’antica famiglia degli Aldobrandeschi, visita anche Santa Fiora. Il Piccolomini descrive il paese ancorato su massicce rocce, da dove sgorgano molte sorgenti d’acqua limpidissima. «Ad occidente sgorga un’imponente massa d’acqua che, dopo aver riempito una ampia piscina, uscendone per mezzo di alcuni tubi, cade con un grande scroscio nella valle sottostante. Nella piscina si allevano come in un vivaio trote enormi, di cui fu fatta una bella pesca alla presenza del Pontefice» (Commentari, libro IX, III).

La Peschiera che descrive papa Piccolomini c’è ancora, inserita in un vasto parco alberato animato da piccoli torrenti; e ci sono ancora enormi trote. Probabilmente il luogo nasce come vivaio di pesci degli Aldobrandeschi e viene abbellito e trasformato in giardino dagli Sforza.

Possiamo lasciare la macchina nei posteggi della parte nuova del paese e scendere a piedi alla Peschiera, visitando il bel centro storico di Santa Fiora, uno dei più affascinanti di tutta la Toscana meridionale. La visita inizia dall’elegante piazza, con il palazzo degli Sforza e la rocca medievale aldobrandesca. Poi si scende, ammirando la bellezza delle architetture delle case, alla pieve romanico-gotica delle Sante Flora e Lucilla, che custodisce forse la più bella e ricca raccolta di opere di Andrea della Robbia e della sua scuola. La raccolta fu voluta dagli Sforza che sognavano il loro castello come una città ideale dell’Umanesimo, ispirati dall’esempio di Pio II e di Pienza. Lasciato il Castello, la prima fase di sviluppo del paese, si arriva al Borgo, con il convento di Sant’Agostino e delle Cappuccine. Si scende ancora e ci troviamo di fronte alla Peschiera, con a fianco la chiesa della Madonna della Neve, a destra.

A sinistra della grande vasca si estende la terza espansione di Santa Fiora, il borgo di Montecatino, progettato come quartiere di artigiani. Qui sorge il Fiora, che disseta il Grossetano. Il fiume feconda anche la grande vasca che colpì Pio II. Sotto la chiesa sono stati trovati antichi rigagnoli d’acqua, messi in evidenza da lastre di vetro sul pavimento. Oltre alla Peschiera e al parco, si possono visitare su prenotazione anche le affascinanti sorgenti sotterranee del Fiora. Un torrente, più modesto di quanto ammira Enea Silvio, scende verso valle: lo possiamo seguire e ritornare per un sentiero che gira intorno al centro storico di Santa Fiora, ammirando i quadri ambientali di una sapiente integrazione del paese con le sue rocce, e ritornare verso la Piazza.

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