Cultura & Società
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Dal n. 15 del 21 aprile 2002

«Souvenir» dal lager per non dimenticare

Inaugurato a Figline di Prato il «Museo della deportazione» con annesso anche un Centro di documentazione. Lo visitiamo guidati da Roberto Castellani, che ad appena diciotto anni venne deportato nel campo di concentramento di Ebensee, in Austria.

«Souvenir» dal lager per non dimenticare

DI GIANNI ROSSI
Era il 5 maggio del 1945. Gli americani erano ormai alle porte. Roberto Castellani, diciotto anni appena compiuti, era uno dei diciottomila deportati del campo di concentramento di Ebensee, in Austria. Come tante altre mattine stava preparando la calce nelle gallerie. Quelle gallerie dove, se ci fossero riusciti, i nazisti avrebbero costruito il famigerato V2, l'arma soluzione finale della guerra. «Avevo appena infilato nella caldarella la pala di ferro quando fummo tutti chiamati fuori. I nazisti, ci radunarono nella piazza. Non ebbero la forza di chiuderci nelle gallerie per farci saltare e di fretta abbandonarono il campo».

Castellani guarda quel secchio di legno, pieno di malta di calce con la pala di ferro ormai arrugginita e il manico spezzato. «È stato il mio ultimo lavoro di deportato», racconta. Quella “caldarella”, come la chiama, è ora nel Museo della deportazione di Figline di Prato, inaugurato mercoledì 10 aprile dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi durante la sua visita a Prato. «Quando io e altri compagni di prigionia tornammo ad Ebensee nel 1972 per prelevare alcuni ricordi volli andare a vedere se quel secchio c'era ancora. Non ci speravo troppo, perché erano ormai passati molti anni. E invece era ancora lì, nel punto preciso in cui l'avevo lasciato quel 5 maggio del '45».
Castellani ci accompagna nella visita al museo voluto dal Comune di Prato e realizzato in collaborazione con la Provincia, l'Anpi (l'associazione dei partigiani), l'Aned (l'associazione ex deportati) e la Comunità ebraica. Figline non è stato scelto a caso: in questo antico borgo del pratese ai piedi del Monteferrato il 6 settembre del 1944, ventinove partigiani della brigata «Bogardo Buricchi» furono impiccati dai nazisti ormai in fuga. Così, nel luogo simbolo della resistenza pratese nasce, insieme al museo, un Centro che sulla resistenza e sulla deportazione vuole offrire un'opportunità di ricerca e di documentazione. A pian terreno il museo, sopra le sale del Centro, con biblioteca, archivi e terminali.

Ma più che un museo quello di Figline di Prato è un «monumento» alla memoria. Te ne accorgi subito quando varchi la porta. Ti assale subito una sensazione strana che presto si fa angoscia. L'ambiente è nella penombra. Il colore che tutto domina è il nero.

Il percorso non è lineare, ma frammentato, spezzato, «poiché dovevamo restituire il senso – spiega il giovane architetto Alessandro Pagliai, che ha progettato il Museo – dei tormenti di vite che potevano finire in ogni istante». Non ci sono vetrine. Ci sono dei grandi elementi dalla forma vagamente conica, neri anch'essi. Gli oggetti esposti te li devi quasi andare a cercare, perché sono visibili sempre nel lato più interno, mostrati da vetri irregolari, posti di sbieco. Ti devi abbassare o, talvolta, sforzare per vederli, perché – come spiega ancora Pagliai – «il visitatore deve in qualche modo capire la ricerca, la fatica, lo sforzo che ogni deportato doveva fare quotidianamente per trovare e conservare qualsiasi oggetto, a partire dalla gamella per mangiare».

Più che un museo, un monumento. Gli oggetti conservati non sono tanti. Ma non è il numero che conta. Certo, c'è il grande valore documentario. Ma è il simbolo – o se vogliamo il monito – che riescono ad esprimere, la loro grande forza. Quasi tutti sono oggetti originali, conservati dai deportati o ritrovati nel campo. Ma ci sono anche alcune significative ricostruzioni, come il portapietre di legno a forma di zaino con cinghie da spalla. I deportati ci dovevano caricare le pietre estratte nella cava. Era a Mauthausen, il campo principale da cui dipendeva anche Ebensee, che c'era la grande cava di pietra con la terribile scala di centottanta scalini da salire con il portapietre carico: era la «scala della morte». In una vetrina accanto, insieme ad altri utensili, c'è l'oliatore-lubrificatore, usato per il lavoro nelle gallerie. Il ricordo di Castellani è fissato anche nella didascalia a lato: «Se si faceva cadere delle gocce d'olio in terra, si riceveva tante bastonate dai Kapò. Qualche volta ti prendevano la testa, te la sbattevano in terra e te lo facevano leccare». Ci sono gli zoccoli, c'è il casco dei kapò, ci sono i manganelli di gomma, che entravano nella carne, c'è un cavalletto in legno – questa è una ricostruzione – che serviva per somministrare venticinque legnate sul sedere.

Davanti alla ricostruzione delle cuccette a tre piani, Roberto Castellani si lascia andare a tanti ricordi, a quelle notti passati anche in cinque o in sei su quelle assi col truciolato, ai tanti che vi venivano trovati morti. Ma c'è spazio anche per i ricordi di amicizie, che appena riuscivano a rischiarare il buio della prigionia. Come quel Danilo Veronesi, «con cui stavamo sempre insieme», che una notte tentò la fuga. Fu ripreso e fatto sbranare dal cane del comandante, oltretutto irritato per il disturbo arrecatogli dalla improvvisa sentenza di morte proprio mentre stava a vedere un film con la fidanzata.
«Sentivamo le urla strazianti. E la mattina ci fecero trovare il corpo, irriconoscibile, – racconta Castellani – nel piazzale dell'appello». Presto, nel paese di Danilo, in provincia di Verona, gli dedicheranno una via.
Il percorso continua con la giacca a strisce che fu di Enzo Peri, un altro pratese, con la piastrina su cui è impresso il numero di matricola, appartenuta proprio a Castellani, con la gamella e vari oggetti d'uso quotidiano, costruiti di nascosto e con materiali di fortuna.

In fondo trovi una siringa originale, trovata anch'essa ad Ebensee: con le sue iniezioni di benzina chissà quanti ne sono morti.

Prima di uscire una grande vetrina, questa volta tutta trasparente: un mucchietto di ceneri umane provenienti da un forno crematorio chiude il percorso. «Le ho prese io», racconta Castellani.

Museo della deportazione. Centro di documentazione della Deportazione e della Resistenza, 59027 Figline di Prato, via Cangallo 250. Tel. 0574-461655 (Museo); 0574-470750 (Centro documentazione). E mail:museo.centrodeportazione@comune.prato.it http://deportazione.po-net.prato.it Personale qualificato, talvolta con il sostegno dei testimoni, è a disposizione, su appuntamento, di gruppi di scolaresche o altri per incontri e percorsi didattici con proiezioni e visite guidate al Museo. Orario: lunedì 9.30-12.30; 14-17; mercoledì 9.30-12.30; giovedì 14-17; venerdì 9.30-12.30; sabato 9.30-12.30; domenica 9.30-12.30; martedì chiuso

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