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Toscani di mare, i grandi viaggiatori/2

Continua il nostro viaggio tra i grandi navigatori toscani. Questa volta parliamo di Amerigo Vespucci, lo scopritore del «nuovo mondo», Andrea Corsali, mercante, astronomo e ambasciatore, e Giovanni da Empoli, che compì tre viaggi nelle terre della seta e delle spezie, e fu testimone dell'affermazione dell'impero portoghese in Asia.
DI FRANCESCO GIANNONI

Parole chiave: navigatori (5), storia (25)

Continua il nostro viaggio tra i grandi navigatori toscani. Questa volta parliamo di Amerigo Vespucci, lo scopritore del «nuovo mondo», Andrea Corsali, mercante, astronomo e ambasciatore, e Giovanni da Empoli, che compì tre viaggi nelle terre della seta e delle spezie, e fu testimone dell'affermazione dell'impero portoghese in Asia.

di Francesco Giannoni

Il nuovo mondo di Vespucci

Marco Polo con il «Milione» inaugurò il mito del Catai. Lo descrisse come un paese sterminato, pieno di ricchezze favolose e di incredibili contraddizioni. Dopo l'esperienza del veneziano l'Europa (utilizzando vie di terra attraverso Persia e Afghanistan) intrattenne con l'estremo oriente rapporti culturali ed economici che furono bruscamente interrotti dalla conquista turca di Costantinopoli nel 1453.

Si pensò di allacciarli nuovamente circumnavigando l'Africa. Ma era un'incognita: non si conosceva, infatti, l'esistenza del Capo di Buona Speranza doppiato il quale si apriva la rotta per l'India. Mercanti arabi ne avevano parlato a colleghi europei, ma non gli si dette credito perché, secondo l'allora indiscutibile teoria di Tolomeo, l'Oceano Indiano era un lago chiuso. Finché nel 1487 Vasco de Gama «scoprì» e doppiò il Capo di Buona Speranza, inaugurando una nuova via per le Indie, comunque lunga e pericolosa.

Già nel 1474 il cosmografo e geografo Paolo dal Pozzo Toscanelli aveva suggerito di cercare la strada a ovest, essendo preclusa dai Turchi quella a est. Secondo le cognizioni del tempo il mondo era più piccolo: Toscanelli pensava che dirigendosi verso ovest la rotta per il Catai fosse più breve che circumnavigando l'Africa. Seguendo il suo consiglio, Colombo partì per un viaggio dall'«esaltante dimensione eroica», paragonato da alcuni alla traversata dello spazio.

Sappiamo che questa spedizione come quelle successive furono in buona parte finanziate da mercanti toscani (ma anche genovesi) che da tempo vivevano a Siviglia, in pochi anni diventata una grande città, punto di partenza per raggiungere le terre delle spezie e della seta.

Non erano solo mercanti ma anche avventurieri. Partivano con i portoghesi e con gli spagnoli, partecipavano ai viaggi di esplorazione e alla fondazione di aziende; talvolta facevano i marinai, talvolta i soldati. Fra quelli di maggior spicco annoveriamo Giovanni da Empoli e Andrea Corsali.

Anche Amerigo Vespucci fa parte di questo manipolo di uomini coraggiosi (e spregiudicati) che operavano a Siviglia. Nacque nel 1454 da una famiglia originaria di Peretola che poi si trasferì a Firenze, cui dette priori, gonfalonieri, ambasciatori e uomini di cultura. Amerigo ebbe come maestro lo zio Giorgio Antonio, domenicano nella chiesa di San Marco, uno degli umanisti più dotti del tempo. Lo studio di Tolomeo e di Plinio, oltre a dotarlo di una estesa e profonda cultura geografica e cosmografica, lo provvide di capacità teoriche tali che in seguito fu in grado di inventare un metodo innovativo e «moderno» per il calcolo della longitudine.

Nel 1489 Amerigo si trasferì a Siviglia dove, oltre a lavorare al banco di Lorenzo di Pierfrancesco dei Medici (personaggio del ramo cadetto della casata), esercitava in proprio. Le faccende non dovevano andare male, tanto è vero che la terza spedizione di Colombo fu armata anche con i soldi di Vespucci. Che li perse perché il genovese non fece grandi affari.

I due si conobbero personalmente e, da quel poco che sappiamo, i rapporti furono ottimi. Colombo parlando al figlio, descrisse Amerigo come un amico cui chiedere piaceri in caso di necessità: «quindi nessuna competizione, nessuna inimicizia come alcuni studiosi hanno voluto vedere».

Il banco del Medici fallì, e Vespucci tentò di recuperare il capitale perso «improvvisandosi navigatore», animato da quella «sete di avventura e di conoscenza» che fu «la grande forza dell'umanesimo fiorentino». Fece quattro viaggi nel nuovo mondo: i primi due per conto della Spagna e gli altri per conto del Portogallo. Non ci sono prove definitive né del primo viaggio del 1497-98 né del quarto del 1503-04. Le lettere documentano solo il secondo viaggio del 1499-1500 e il terzo del 1501-02, il più importante. Ma raccordando tutti i riferimenti delle varie opere di Vespucci, manoscritte e stampate, si tende a dar credito alla tradizione dei quattro viaggi.

Secondo alcuni Vespucci avrebbe esagerato il suo ruolo nelle spedizioni e nelle scoperte, romanzando gli avvenimenti. Ma non c'è nessuna prova che questo sia avvenuto. Amerigo non ebbe «nessuna capacità di falsificazione o di mistificazione: era abituato a guardare con occhi distaccati senza schemi precostituiti».

Ebbe anche un'attitudine, «ineguagliata in quel periodo», alla scrittura, al racconto. La ritroviamo nelle lettere familiari, rimaste manoscritte, nel «Mondo nuovo» e nella lettera al cancelliere della repubblica fiorentina Pier Soderini (che era stato suo compagno di studi), pubblicati fra il 1504 e il 1505 con grande fortuna. Si ammirarono fin da subito l'obiettività nel raccontare l'ambiente, gli uomini, i loro comportamenti, la loro cultura. Formato nell'ambiente umanista fiorentino, che lo aveva «abituato non solo a vedere ma anche a guardare e a interpretare», scrisse «con semplice chiarezza, senza alcun giudizio etico o senso di superiorità».

Riferisce tutto quanto gli era stato possibile osservare durante soggiorni che non furono mai lunghi: le popolazioni così diverse da quelle europee (fra cui alcune senz'altro primitive come quelle amerinde che praticavano il cannibalismo), le capanne che ospitavano più famiglie, l'alimentazione, l'abbigliamento o la nudità, le inconsuete pratiche sessuali, la bellicosità di alcuni popoli caraibici o brasiliani, le armi con gli archi e le frecce dalle punte di pietra.

Certamente non fu l'unico fra i contemporanei a pensare che le Indie occidentali fossero un mondo nuovo (l'ipotesi fu rafforzata, fra gli altri, dal Verrazzano con la lettera a Francesco I del 1524), ma per tutti i suoi meriti, i cartografi Martin Waldseemüller e Matthias Ringmann, decisero di battezzare questa terra non nel nome di Colombo ma in quello di Amerigo.

Vespucci aveva capito che era un nuovo continente da tanti indizi. Non poteva essere l'Asia narrata da Marco Polo e da altri viaggiatori medievali. Non erano i tipi umani del Catai descritti dal veneziano. Inoltre, durante il viaggio del 1499-1500, navigando dalle Antille fino al Rio della Plata in Argentina, calcolò dimensioni enormi per questa terra che si estendeva in latitudine più dell'Africa e dell'Europa messe insieme, e che era ancor più grande dell'Asia. Poi si immerse in fiumi immensi, in foreste lussureggianti, ammirò animali dai mille colori.

«Travolto e incantato dall'incontro con il nuovo mondo»: così possiamo sintetizzare l'ammirazione, la sorpresa, lo stupore di Vespucci che fino a pochi anni prima e per circa un decennio era stato fattore per i Medici nel «piccolo mondo» di Cafaggiolo e del Trebbio. Da Peretola all'America, dall'Arno al Rio delle Amazzoni: un abisso che Amerigo è riuscito ad attraversare.

Andrea Corsali mercante, astronomo e ambasciatore

Andrea Corsali nacque a Firenze nel 1487 da una famiglia empolese di brigliai e sellai. Della sua vita sappiamo poco. Dopo un presunto tirocinio sulle navi di Vespucci, iniziò giovanissimo la «carriera» di mercante, astronomo, ambasciatore e chi più ne ha più ne metta. Viaggiò in India, in Persia, in Etiopia.

Secondo quanto riferisce Marco Spallanzani, «egli dette prova di essere un attento osservatore e da tutti, a cominciare dai suoi contemporanei, fu sempre considerato un uomo dalla preparazione non comune». Conosceva alcune lingue orientali, fra cui il persiano. E dei Persiani descrisse usi e costumi.

Fra i primi a tesserne le lodi fu il concittadino Giovanni da Empoli: «il nostro Andrea Corsali uomo certamente d'ogni fede degno, per essere litterato, e che ha cognizione assai (…) e dell'astrologia e della cosmografia; el quale assai tempo ha consumato utilmente in ricercar questi mari e terre et insule di qua e datone di tutte perfettamente buon conto: talmente che io tengo per cosa certa, che altro meglio di lui non possa scrivere, per le molte buone qualità che sono in lui».

Secondo Giulia Grazi, Corsali fu «aperto e rispettoso» verso gli indigeni. Descrisse con simpatia un popolo indiano di cui riferì abitudini vegetariane come quelle del «nostro Leonardo da Vinci»; vari studiosi leonardiani riportano la citazione di Corsali.

Fu uno dei pochi europei ad apprezzare l'arte indiana.

Non aveva pregiudizi né, quindi, paure: per esempio, una volta, stanco di una sosta troppo lunga che il veliero portoghese su cui si trovava stava facendo in un porto, si imbarcò tranquillamente su una nave di Mori e proseguì il suo viaggio.

Da astronomo scoprì e battezzò la Croce del Sud, una costellazione importante per l'emisfero australe riportata sulla bandiera di alcuni paesi come Australia, Nuova Zelanda e Brasile.

A proposito di Australia, dice la Grazi, Corsali durante i suoi viaggi aveva parlato con gli abitanti di alcune isole vicine all'India. Unendo le affermazioni degli indigeni a certi suoi calcoli e riflessioni, intuì l'esistenza di una massa continentale posta a sud: l'Australia, appunto. Gli australiani considerano Corsali lo scopritore ideale della loro terra e gli hanno dedicato un monumento nella State Library di Sydney, realizzato da Jon Hawley.

Secondo alcune testimonianze, Andrea visse in Etiopia presso il cui re andò ambasciatore per conto di Leone X. Qui svolse l'attività di tipografo. Per la Grazi i re etiopi pur trattando bene gli stranieri che introducevano novità nel loro paese («fornivano loro comodità, soldi e donne»), non volevano che ripartissero per paura che svelassero i segreti del regno. E Andrea non tornò più a Firenze.

I viaggi di Giovanni da Empoli

Neanche di Giovanni da Empoli sappiamo molto. Nacque a Firenze nel 1483 da famiglia empolese trasferitasi nella città del giglio dove aveva ottenuto la cittadinanza nel 1372.

Giovanni fece pratica nell'azienda del padre Leonardo, acquisendo una notevole esperienza nel campo della contabilità. A 18 anni si recò a Bruges presso una compagnia fiorentina. Dopo nove mesi fu scelto dai Frescobaldi per andare a Lisbona. Questa era non solo il porto che univa le due aree allora più sviluppate in Europa (Italia centro settentrionale e Fiandre) ma anche la sede di una notevole colonia di mercanti toscani pronti a sfruttare le ghiotte opportunità offerte dalla rotta aperta da Vasco de Gama per le Indie.

Giovanni compì tre viaggi nelle terre della seta e delle spezie, e fu testimone dell'affermazione dell'impero portoghese in Asia. Pepe, cannella, chiodi di garofano, ma anche spigonardo, cubebe, macis: questa era la merce caricata sulle navi per le piazze europee.

A quei tempi il rientro in patria di una nave era doppiamente festoso: perché la spedizione aveva avuto successo (ma non sempre), e perché si tornava a casa sani e salvi. Infatti, delle quattro navi salpate per il primo viaggio di Giovanni (1503-1504) «solo» una era affondata. Oltre al rischio del naufragio c'era quello delle epidemie a bordo, e della morte per fame e per sete quando i vascelli a causa delle bonacce restavano fermi in mezzo al mare.

Il secondo viaggio (1510-1514) fu il più lungo ed è quello meglio documentato. Giovanni divenne uomo di fiducia dell'ammiraglio Alfonso de Albuquerque che lo mandò ambasciatore presso vari sovrani indiani. Arrivò fino a Malacca il cui porto suscitò l'ammirazione di tutti per il numero di vascelli attraccati e per la quantità di merci scambiate.

Vi erano anche due navi cinesi il cui equipaggio colpì Giovanni: «sono huomini bianchi; vestono chome noi all'usanza alamannescha, chon stivali e scharpe franzese». Giovanni confessa il desiderio di visitare un giorno la Cina: «che se io non muoro, spero inanci che di qui mi parto, fare un salto là a vedere il Gran Can, che è il re, che si chiama el re di Cataio». Ancora la Cina: mito per tutti i mercanti e gli uomini curiosi di allora.

Vi si recò nel 1517, durante il terzo viaggio iniziato due anni prima. Ma un'epidemia scoppiata a bordo causò il decesso di molti fra cui il nostro Giovanni.

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