Papa Francesco
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Visita pastorale a Piazza Armerina e a Palermo

I testi integrali dei discorsi pronunciati da Papa Francesco nella sua visita pastorale in Sicilia, a Piazza Armerina e a Palermo nel 25° anniversario dell'uccisione di padre Pino Puglisi.

Papa Francesco a Piazza Armerina (Foto Media Vaticani)

Incontro con i fedeli a Piazza Armerina (Piazza Europa, sabato 15 settembre)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Sono contento di trovarmi in mezzo a voi. È bello il sole della Sicilia! È bello! Grazie di questa calorosa accoglienza! Ringrazio il Vescovo Mons. Rosario Gisana, il Sindaco e le altre Autorità, come pure tutti coloro che hanno collaborato a questa visita.

Il vostro Vescovo ha appena ricordato la scelta che la Chiesa di Piazza Armerina sta compiendo con gioiosa speranza, in mezzo alle diverse problematiche che limitano la serenità di questo territorio. Non sono poche le piaghe che vi affliggono. Esse hanno un nome: sottosviluppo sociale e culturale; sfruttamento dei lavoratori e mancanza di dignitosa occupazione per i giovani; migrazione di interi nuclei familiari; usura; alcolismo e altre dipendenze; gioco d’azzardo; sfilacciamento dei legami familiari. E di fronte a tanta sofferenza, la comunità ecclesiale può apparire, a volte, spaesata e stanca; a volte invece, grazie a Dio, è vivace e profetica, mentre ricerca nuovi modi di annunciare e offrire misericordia soprattutto ai fratelli caduti nella disaffezione, nella diffidenza, nella crisi della fede. Perché è vero: non è facile portare avanti la fede tra tante problematiche. Non è facile, io lo capisco.

Considerare le piaghe della società e della Chiesa non è un’azione denigratoria e pessimistica. Se vogliamo dare concretezza alla nostra fede, dobbiamo imparare a riconoscere in queste sofferenze umane le stesse piaghe del Signore. Guardarle, toccarle (cfr Gv20,27). Toccare le piaghe del Signore nelle nostre piaghe, nelle piaghe della nostra società, delle nostre famiglie, della nostra gente, dei nostri amici. Toccare le piaghe del Signore lì. E questo significa per noi cristiani assumere la storia e la carne di Cristo come luogo di salvezza e liberazione. Vi esorto, pertanto, a impegnarvi per la nuova evangelizzazione di questo territorio centro-siculo, a partire proprio dalle sue croci e sofferenze. Dopo aver concluso il bicentenario della vostra Diocesi, vi attende una missione avvincente, per riproporre il volto di una Chiesa sinodale e della ParolaChiesa della carità missionariaChiesa comunità eucaristica.

La prospettiva di una Chiesa sinodale e della Parola richiede il coraggio dell’ascolto reciproco, ma soprattutto l’ascolto della Parola del Signore. Per favore, non anteponete nulla al centro essenziale della comunione cristiana, che è la Parola di Dio, ma fatela vostra specialmente mediante la lectio divina, momento mirabile di incontro cuore a cuore con Gesù, di sosta ai piedi del divino Maestro. Parola di Dio e comunione sinodale sono la mano tesa a quanti vivono tra speranze e delusioni e invocano una Chiesa misericordiosa, sempre più fedele al Vangelo e aperta all’accoglienza di quanti si sentono sconfitti nel corpo e nello spirito, o sono relegati ai margini. Per realizzare questa missione, è necessario rifarsi sempre allo spirito della prima comunità cristiana che, animata del fuoco della Pentecoste, ha testimoniato con coraggio Gesù Risorto. Entrate con fiducia, cari fratelli e sorelle, nel tempo del discernimento e delle scelte feconde, utili per la vostra felicità e per lo sviluppo armonioso. Ma per andare avanti in questo, voi dovete essere abituati alla Parola di Dio: leggere il Vangelo, tutti i giorni, un piccolo passo del Vangelo. Non prende più di cinque minuti. Forse un piccolo Vangelo in tasca, nella borsa… Prenderlo, guardare, e leggere. E così, tutti i giorni, come goccia a goccia, il Vangelo entrerà nel nostro cuore e ci farà più discepoli di Gesù e più forti per uscire, aiutare tutte le problematiche della nostra città, della nostra società, della nostra Chiesa. Fatelo, fatelo. Chiedo al Vescovo che faciliti la possibilità di avere un piccolo Vangelo per tutti quelli che lo chiedono, per portarlo con sé. La lettura della Parola di Dio vi farà forti.

Per essere Chiesa della carità missionaria, occorre prestare attenzione al servizio della carità che oggi è richiesto dalle circostanze concrete. I sacerdoti, i diaconi, i consacrati e i fedeli laici sono chiamati a sentire compassione evangelica – questa parola è chiara, è quello che sentiva Gesù: compassione evangelica – per i tanti mali della gente, diventando apostoli itineranti di misericordia nel territorio, ad imitazione di Dio che «è tenerezza e vuole condurci a un’itineranza costante e rinnovatrice» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 134). Con semplicità andate per i vicoli, i crocicchi, le piazze e i luoghi di vita feriale, e portate a tutti la buona notizia che è possibile una convivenza giusta fra noi, piacevole e amabile, e che la vita non è oscura maledizione da sopportare fatalisticamente, ma fiducia nella bontà di Dio e nella carità dei fratelli.

È importante favorire nelle parrocchie e nelle comunità la carità evangelica, la solidarietà e la sollecitudine fraterna, rifuggendo la tentazione mondana del quieto vivere, del passarsela bene, senza preoccuparsi dei bisogni altrui. Vi incoraggio a proseguire nel vostro servizio ecclesiale che si esprime in opere concrete: centri di ascolto Caritas, mense e rifugi per i fratelli più sfortunati, strutture per ospitare Gesù profugo e spaesato e case d’amore per gli anziani spesso soli e scoraggiati. Per favore, non lasciate soli gli anziani! I nostri nonni. Loro sono la nostra identità, sono le nostre radici, e noi non vogliamo essere un popolo sradicato! Le nostre radici sono nei vecchi. Avanti! Prendersi cura degli anziani, dei vecchi. Prendersi cura dei nonni. E che i giovani parlino con i nonni, così prenderanno le radici. Non dimenticate che la carità cristiana non si accontenta di assistere; non scade in filantropia – due cose diverse: carità cristiana e filantropia – , ma spinge il discepolo e l’intera comunità ad andare alle cause dei disagi e tentare di rimuoverle, per quanto è possibile, insieme con gli stessi fratelli bisognosi, integrandoli nel nostro lavoro.

Un aspetto della carità missionaria è anche quello di dedicare attenzione ai giovani e ai loro problemi. Vedo qui numerosi ragazzi e giovani, che colorano di speranza e di allegria l’assemblea. Cari amici, voi giovani, ragazzi e ragazze, vi saluto tutti e vi incoraggio ad essere gioiosi artefici del vostro destino. Guardare sempre avanti, senza dimenticare le radici. Sappiate che Gesù vi ama: Egli è un amico sincero e fedele, che non vi abbandonerà mai; di Lui potete fidarvi! Nei momenti del dubbio – tutti abbiamo avuto da giovani momenti brutti, di dubbio –, nei momenti di difficoltà, potete contare sull’aiuto di Gesù, soprattutto per alimentare i vostri grandi ideali. E nella misura in cui ognuno può, è bene anche che si fidi della Chiesa, chiamata a intercettare i vostri bisogni di autenticità e ad offrirvi un ambiente alternativo a quello che vi affatica ogni giorno, dove poter ritrovare il gusto della preghiera, dell’unione con Dio, del silenzio che porta il cuore verso le profondità del vostro essere e della santità. Tante volte ho sentito qualche giovane che diceva: “Io sì, di Dio mi fido, ma della Chiesa no” – Ma perché? – “Perché sono un mangiapreti”. Ah, tu sei un mangiapreti, allora avvicinati al prete e digli: “Io di te non mi fido per questo, per questo e per questo”. Avvicinati! Avvicinati anche al Vescovo, e digli in faccia: “Io della Chiesa non mi fido per questo, per questo e per questo”. Questa è gioventù coraggiosa! Ma con la voglia di ascoltare la risposta. Forse quel giorno il prete avrà il mal di fegato e ti caccerà via, ma sarà solo per quella volta, sempre ti dirà qualcosa. Ascoltare! Ascoltare! E voi, sacerdoti, abbiate pazienza, pazienza costruttiva per ascoltare i giovani, perché sempre, nell’inquietudine dei giovani, ci sono dei semi del futuro. E tu devi prenderli, e aiutare i giovani ad andare avanti. Ci vuole dialogo.

Il terzo elemento che vi indico è quello della Chiesa comunità eucaristica. Da lì, dall’Eucaristia attingiamo l’amore di Cristo per portarlo nelle strade del mondo, per andare con Lui incontro ai fratelli. Con Gesù, con Lui – questo è il segreto – si può consacrare a Dio ogni realtà, far sì che il suo Volto si imprima nei volti, il suo amore colmi i vuoti di amore. Per quanto riguarda la partecipazione alla Santa Messa, specialmente a quella domenicale, è importante non essere ossessionati dai numeri: vi esorto a vivere la beatitudine della piccolezza, dell’essere granellino di senape, piccolo gregge, pugno di lievito, fiammella tenace, pietruzza di sale. Quante volte ho sentito: “Ah io, padre, io prego, però non vado a Messa, non ci vado” – Ma perché? “Perché la predica mi annoia, dura quaranta minuti!”. No, quaranta minuti deve durare tutta la Messa. Ma la predica più di otto minuti non va.

L’Eucaristia e il sacerdozio ministeriale sono inseparabili: il prete è l’uomo dell’Eucaristia. Rivolgo un pensiero particolare ai presbiteri, bravi fratelli, e li esorto a stringersi attorno al Vescovo e fra di loro per portare a tutti il Signore. Cari sacerdoti, quanto è necessario costruire con pazienza la gioia della famiglia presbiterale, amandosi e sostenendosi a vicenda! È bello lavorare insieme, considerando i confratelli “superiori a voi stessi” (cfr Fil 2,3). In mezzo al popolo di Dio a voi affidato, siete chiamati ad essere i primi a superare gli steccati, i pregiudizi che dividono; i primi a sostare in contemplazione umile davanti alla difficile storia di questa terra, con la sapiente carità pastorale che è dono dello Spirito; i primi a indicare sentieri attraverso i quali la gente può andare verso spazi aperti di riscatto e libertà vera. Consolati da Dio, voi potrete essere consolatori, asciugare lacrime, guarire ferite, ricostruire vite, vite infrante che si consegnano fiduciosamente al vostro ministero (cfr At 5,14-16). A voi sacerdoti, mi permetto di dare una ricetta, non so se servirà: come finisco la giornata? Per dormire ho bisogno di prendere le pastiglie? Allora qualcosa non è andato bene. Ma se finisco la giornata stanco, stanchissimo, le cose vanno bene. Questo è un punto importante.

Cari fratelli e sorelle, sarebbe bello stare insieme ancora un po’! Sento il calore della vostra fede e le speranze che portate nel cuore, ma sono atteso a Palermo, dove faremo memoria grata del sacerdote martire Pino Puglisi. Ho saputo che, venticinque anni fa, appena un mese prima della sua uccisione, egli trascorse alcuni giorni qui, a Piazza Armerina. Era venuto per incontrare i seminaristi, suoi alunni al Seminario maggiore di Palermo. Un passaggio profetico, io credo! Una consegna, non solo ai sacerdoti, ma a tutti i fedeli di questa diocesi: per amore di Gesù, servire i fratelli fino alla fine! Vi affido tutti alla Vergine Maria, che venerate come Madonna delle Vittorie. In silenzio, adesso in silenzio preghiamola: “Ave o Maria…”. Lei vi sostenga nel combattimento spirituale e vi orienti con decisione verso la vittoria della Risurrezione. Vi benedico tutti di cuore e vi chiedo per favore di pregare per me. Buona giornata a tutti!

Adesso vi darò la benedizione, ma prepariamo il cuore per riceverla. Ognuno pensi ai suoi cari, perché questa benedizione scenda sui cari. Pensi ai suoi amici. E pensi anche ai nemici, alle persone a cui io non voglio bene, e che non mi vogliono bene. Aprire il cuore a tutti, perché questa benedizione scenda su tutti.

[Benedizione]

Omelia nella Celebrazione eucaristica nella memoria liturgica del Beato Pino Puglisi (Palermo, Foro Italico)

Oggi Dio ci parla di vittoria e di sconfitta. San Giovanni nella prima lettura presenta la fede come «la vittoria che ha vinto il mondo» (1 Gv 5,4), mentre nel Vangelo riporta la frase di Gesù: «Chi ama la propria vita, la perde» (Gv 12,25).

Questa è la sconfitta: perde chi ama la propria vita. Perché? Non certo perché bisogna avere in odio la vita: la vita va amata e difesa, è il primo dono di Dio! Quel che porta alla sconfitta è amare la propria vita, cioè amare il proprio. Chi vive per il proprio perde, è un egoista, diciamo noi. Sembrerebbe il contrario. Chi vive per sé, chi moltiplica i suoi fatturati, chi ha successo, chi soddisfa pienamente i propri bisogni appare vincente agli occhi del mondo. La pubblicità ci martella con questa idea – l’idea di cercare il proprio, dell’egoismo –, eppure Gesù non è d’accordo e la ribalta. Secondo lui chi vive per sé non perde solo qualcosa, ma la vita intera; mentre chi si dona trova il senso della vita e vince.

Dunque c’è da scegliere: amore o egoismo. L’egoista pensa a curare la propria vita e si attacca alle cose, ai soldi, al potere, al piacere. Allora il diavolo ha le porte aperte. Il diavolo “entra dalle tasche”, se tu sei attaccato ai soldi. Il diavolo fa credere che va tutto bene ma in realtà il cuore si anestetizza con l’egoismo. L’egoismo è un’anestesia molto potente. Questa via finisce sempre male: alla fine si resta soli, col vuoto dentro. La fine degli egoisti è triste: vuoti, soli, circondati solo da coloro che vogliono ereditare. È come il chicco di grano del Vangelo: se resta chiuso in sé rimane sotto terra solo. Se invece si apre e muore, porta frutto in superficie.

Ma voi potreste dirmi: donarsi, vivere per Dio e per gli altri è una grande fatica per nulla, il mondo non gira così: per andare avanti non servono chicchi di grano, servono soldi e potere. Ma è una grande illusione: il denaro e il potere non liberano l’uomo, lo rendono schiavo. Vedete: Dio non esercita il potere per risolvere i mali nostri e del mondo. La sua via è sempre quella dell’amore umile: solo l’amore libera dentro, dà pace e gioia. Per questo il vero potere, il potere secondo Dio, è il servizio. Lo dice Gesù. E la voce più forte non è quella di chi grida di più. La voce più forte è la preghiera. E il successo più grande non è la propria fama, come il pavone, no. La gloria più grande, il successo più grande è la propria testimonianza.

Cari fratelli e sorelle, oggi siamo chiamati a scegliere da che parte stare: vivere per sé – con la mano chiusa [fa il gesto] – o donare la vita – la mano aperta [fa il gesto]. Solo dando la vita si sconfigge il male. Un prezzo alto, ma solo così [si sconfigge il male]. Don Pino lo insegna: non viveva per farsi vedere, non viveva di appelli anti-mafia, e nemmeno si accontentava di non far nulla di male, ma seminava il bene, tanto bene. La sua sembrava una logica perdente, mentre pareva vincente la logica del portafoglio. Ma padre Pino aveva ragione: la logica del dio-denaro è sempre perdente. Guardiamoci dentro. Avere spinge sempre a volere: ho una cosa e subito ne voglio un’altra, e poi un’altra ancora e sempre di più, senza fine. Più hai, più vuoi: è una brutta dipendenza. È una brutta dipendenza. È come una droga. Chi si gonfia di cose scoppia. Chi ama, invece, ritrova se stesso e scopre quanto è bello aiutare, quanto è bello servire; trova la gioia dentro e il sorriso fuori, come è stato per don Pino.

Venticinque anni fa come oggi, quando morì nel giorno del suo compleanno, coronò la sua vittoria col sorriso, con quel sorriso che non fece dormire di notte il suo uccisore, il quale disse: «c’era una specie di luce in quel sorriso». Padre Pino era inerme, ma il suo sorriso trasmetteva la forza di Dio: non un bagliore accecante, ma una luce gentile che scava dentro e rischiara il cuore. È la luce dell’amore, del dono, del servizio. Abbiamo bisogno di tanti preti del sorriso. Abbiamo bisogno di cristiani del sorriso, non perché prendono le cose alla leggera, ma perché sono ricchi soltanto della gioia di Dio, perché credono nell’amore e vivono per servire. È dando la vita che si trova la gioia, perché c’è più gioia nel dare che nel ricevere (cfr At 20,35). Allora vorrei chiedervi: volete vivere anche voi così? Volete dare la vita, senza aspettare che gli altri facciano il primo passo? Volete fare il bene senza aspettare il contraccambio, senza attendere che il mondo diventi migliore? Cari fratelli e sorelle, volete rischiare su questa strada, rischiare per il Signore?

Don Pino, lui sì, lui sapeva che rischiava, ma sapeva soprattutto che il pericolo vero nella vita è non rischiare, è vivacchiare tra comodità, mezzucci e scorciatoie. Dio ci liberi dal vivere al ribasso, accontentandoci di mezze verità. Le mezze verità non saziano il cuore, non fanno del bene. Dio ci liberi da una vita piccola, che gira attorno ai “piccioli”. Ci liberi dal pensare che tutto va bene se a me va bene, e l’altro si arrangi. Ci liberi dal crederci giusti se non facciamo nulla per contrastare l’ingiustizia. Chi non fa nulla per contrastare l’ingiustizia non è un uomo o una donna giusto. Ci liberi dal crederci buoni solo perché non facciamo nulla di male. “È cosa buona – diceva un santo – non fare il male. Ma è cosa brutta non fare il bene” [S. Alberto Hurtado]. Signore, donaci il desiderio di fare il bene; di cercare la verità detestando la falsità; di scegliere il sacrificio, non la pigrizia; l’amore, non l’odio; il perdono, non la vendetta.

Agli altri la vita si dà, agli altri la vita si dà, non si toglie. Non si può credere in Dio e odiare il fratello, togliere la vita con l’odio. Lo ricorda la prima lettura: «se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello è un bugiardo» (1 Gv 4,20). Un bugiardo, perché sbugiarda la fede che dice di avere, la fede che professa Dio-amore. Dio-amore ripudia ogni violenza e ama tutti gli uomini. Perciò la parola odio va cancellata dalla vita cristiana; perciò non si può credere in Dio e sopraffare il fratello. Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore. Oggi abbiamo bisogno di uomini e di donne di amore, non di uomini e donne di onore; di servizio, non di sopraffazione. Abbiamo bisogno di camminare insieme, non di rincorrere il potere. Se la litania mafiosa è: “Tu non sai chi sono io”, quella cristiana è: “Io ho bisogno di te”. Se la minaccia mafiosa è: “Tu me la pagherai”, la preghiera cristiana è: “Signore, aiutami ad amare”. Perciò ai mafiosi dico: cambiate, fratelli e sorelle! Smettete di pensare a voi stessi e ai vostri soldi. Tu sai, voi sapete, che “il sudario non ha tasche”. Voi non potrete portare niente con voi. Convertitevi al vero Dio di Gesù Cristo, cari fratelli e sorelle! Io dico a voi, mafiosi: se non fate questo, la vostra stessa vita andrà persa e sarà la peggiore delle sconfitte.

Il Vangelo oggi termina con l’invito di Gesù: «Se uno mi vuole servire, mi segua» (v. 26). Mi segua, cioè si metta in cammino. Non si può seguire Gesù con le idee, bisogna darsi da fare. «Se ognuno fa qualcosa, si può fare molto», ripeteva don Pino. Quanti di noi mettono in pratica queste parole? Oggi, davanti a lui domandiamoci: che cosa posso fare io? Che cosa posso fare per gli altri, per la Chiesa, per la società? Non aspettare che la Chiesa faccia qualcosa per te, comincia tu. Non aspettare che la società lo faccia, inizia tu! Non pensare a te stesso, non fuggire dalla tua responsabilità, scegli l’amore! Senti la vita della tua gente che ha bisogno, ascolta il tuo popolo. Abbiate paura della sordità di non ascoltare il vostro popolo. Questo è l’unico populismo possibile: ascoltare il tuo popolo, l’unico “populismo cristiano”: sentire e servire il popolo, senza gridare, accusare e suscitare contese.

Così ha fatto padre Pino, povero fra i poveri della sua terra. Nella sua stanza la sedia dove studiava era rotta. Ma la sedia non era il centro della vita, perché non stava seduto a riposare, ma viveva in cammino per amare. Ecco la mentalità vincente. Ecco la vittoria della fede, che nasce dal dono quotidiano di sé. Ecco la vittoria della fede, che porta il sorriso di Dio sulle strade del mondo. Ecco la vittoria della fede, che nasce dallo scandalo del martirio. «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Queste parole di Gesù, scritte sulla tomba di don Puglisi, ricordano a tutti che dare la vita è stato il segreto della sua vittoria, il segreto di una vita bella. Oggi, cari fratelli e sorelle, scegliamo anche noi una vita bella. Così sia.

Incontro con il clero, i religiosi e i seminaristi (Cattedrale di Palermo)

Buonasera!

Stamani abbiamo celebrato insieme la memoria del Beato Pino Puglisi; ora vorrei condividere con voi tre aspetti basilari del suo sacerdozio, che possono aiutare il nostro sacerdozio e aiutare anche le consacrate e i consacrati non sacerdoti, il nostro “sì” totale a Dio e ai fratelli. Sono tre verbi semplici, perciò fedeli alla figura di Don Pino, che è stato semplicemente un prete, un prete vero. E, come prete, un consacrato a Dio, perché anche le suore possono partecipare a questo.

Il primo verbo è celebrare. Anche oggi, come al centro di ogni Messa, abbiamo pronunciato le parole dell’Istituzione: «Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi». Queste parole non devono restare sull’altare, vanno calate nella vita: sono il nostro programma di vita quotidiano. Non dobbiamo solo dirle in persona Christi, dobbiamo viverle in prima persona. Prendete e mangiate, questo è il mio corpo offerto: lo diciamo ai fratelli, insieme a Gesù. Le parole dell’Istituzione delineano allora la nostra identità sacerdotale: ci ricordano che il prete è uomo del dono, del dono di sé, ogni giorno, senza ferie e senza sosta. Perché la nostra, cari sacerdoti, non è una professione ma una donazione; non un mestiere, che può servire pure per fare carriera, ma una missione. E così anche la vita consacrata. Ogni giorno possiamo fare l’esame di coscienza anche solo su queste parole – prendete e mangiate: questo è il mio corpo offerto per voi – e chiederci: “Oggi ho dato la vita per amore del Signore, mi sono “lasciato mangiare” dai fratelli?” Don Pino ha vissuto così: l’epilogo della sua vita è stata la logica conseguenza della Messa che celebrava ogni giorno.

C’è una seconda formula sacramentale fondamentale nella vita del sacerdote: «Io ti assolvo dai tuoi peccati». Qui c’è la gioia di donare il perdono di Dio. Ma qui il prete, uomo del dono, si scopre anche uomo del perdono. Anche tutti i cristiani, dobbiamo essere uomini e donne di perdono. I preti in un modo speciale nel sacramento della Riconciliazione. Infatti le parole della Riconciliazione non dicono solo quello che avviene quando agiamo in persona Christi, ma ci indicano anche come agire secondo Cristo. Io ti assolvo: il sacerdote, uomo del perdono, è chiamato a incarnare queste parole. E’ l’uomo del perdono. E analogamente, le religiose sono donne di perdono. Quante volte nelle comunità religiose non c’è il perdono, c’è il chiacchiericcio, ci sono le gelosie… No. Uomo del perdono, il sacerdote, nella Confessione, ma tutti i consacrati, uomini e donne del perdono. Il prete non porta rancori, non fa pesare quel che non ha ricevuto, non rende male per male. Il sacerdote è portatore della pace di Gesù: benevolo, misericordioso, capace di perdonare gli altri come Dio li perdona per mezzo suo (cfr Ef 4,32). Porta concordia dove c’è divisione, armonia dove c’è litigio, serenità dove c’è animosità. Ma se il prete è un chiacchierone, invece di portare concordia porterà divisione, porterà guerra, porterà cose che faranno sì che il presbiterio finisca diviso al suo interno e col vescovo. Il prete è ministro di riconciliazione a tempo pieno: amministra «il perdono e la pace» non solo in confessionale, ma ovunque. Chiediamo a Dio di essere portatori sani di Vangelo, capaci di perdonare di cuore, di amare i nemici. Pensiamo a tanti presbiteri e tante comunità, dove si odiano come nemici, per la concorrenza, le gelosie, gli arrampicatori… non è cristiano! Mi diceva una volta un vescovo: “Io alcune comunità religiose e alcuni presbiteri li battezzerei un’altra volta per farli cristiani”. Perché si comportano come pagani. E il Signore ci chiede di essere uomini e donne di perdono, capaci di perdonare di cuore, di amare i nemici e di pregare per chi ci fa del male (cfr Mt 18,35; 5,44). Questo di pregare per coloro che ci fanno del male sembra una cosa di museo… No, oggi dobbiamo farlo, oggi! La forza di voi sacerdoti, del vostro sacerdozio, la forza di voi, religiose, della vostra vita consacrata, è qui: pregare per chi fa del male, come Gesù.

La palestra dove allenarsi a essere uomini del perdono è il seminario prima e il presbiterio poi. Per i consacrati è la comunità. Tutti sappiamo che non è facile perdonarci fra noi: “Me l’hai fatta? Me la pagherai!”. Ma non solo nella mafia, anche nelle nostre comunità e nei nostri presbiteri, è così. Nel presbiterio e nella comunità va alimentato il desiderio di unire, secondo Dio; non di dividere secondo il diavolo. Mettiamoci questo bene in testa. Quando c’è divisione c’è il diavolo, lui è il grande accusatore, quello che accusa per dividere, divide tutto! Lì, nel presbiterio e nella comunità, vanno accettati i fratelli e le sorelle, lì il Signore chiama ogni giorno a lavorare per superare le divergenze. E questo è parte costitutiva dell’essere preti e consacrati. Non è un accidente, appartiene alla sostanza. Mettere zizzania, provocare divisioni, sparlare, chiacchierare non sono “peccatucci che tutti fanno”, no: è negare la nostra identità di sacerdoti, uomini del perdono, e di consacrati, uomini di comunione. Sempre va distinto l’errore da chi lo commette, sempre vanno amati e attesi il fratello e la sorella. Pensiamo a don Pino, che verso tutti era disponibile e tutti attendeva con cuore aperto, pure i malviventi.

Prete uomo del dono e del perdono, ecco come coniugare nella vita il verbo celebrare. Tu puoi celebrare la Messa ogni giorno e poi essere un uomo di divisione, di chiacchiericcio, di gelosia, anche un “criminale” perché ammazzi il fratello con la lingua. E queste non sono parole mie, questo lo dice l’apostolo Giacomo. Leggete la lettera di Giacomo. Anche le comunità religiose possono ascoltare Messa tutti i giorni, andare a comunicarsi, ma con l’odio nel cuore verso il fratello e la sorella. Il sacerdote è uomo di Dio 24 ore su 24, non uomo del sacro quando indossa i paramenti. La liturgia sia per voi vita, non rimanga rito. Per questo è fondamentale pregare Colui di cui parliamo, nutrirci della Parola che predichiamo, adorare il Pane che consacriamo, e farlo ogni giorno. Preghiera, Parola, Pane; padre Pino Puglisi, detto “3P”, ci aiuti a ricordare queste tre “P” essenziali per ciascun prete ogni giorno, essenziali per tutti i consacrati e consacrate ogni giorno: preghiera, Parola, Pane.

Uomo del perdono, sacerdote che dà il perdono, cioè uomo di misericordia e questo specialmente nel confessionale, nel sacramento della Riconciliazione. E’ tanto brutto quando nella Confessione il sacerdote incomincia a scavare, a scavare nell’anima dell’altro: “E come è stato, e come fai…”. Questo è un uomo che ammala! Tu sei lì per perdonare in nome dell’unico Padre che perdona, non per misurare fino a dove posso, fino a dove non posso… Credo che su questo punto della Confessione dobbiamo convertirci tanto: ricevere i penitenti con misericordia, senza scavare l’anima, senza fare della Confessione una visita psichiatrica, senza fare della Confessione un’indagine da detective per indagare. Perdono, cuore grande, misericordia. L’altro giorno un Cardinale molto severo, direi anche conservatore – perché oggi si dice: questo è conservatore, questo è aperto – un Cardinale così mi diceva: “Se uno viene al Padre, perché io sono lì a nome di Gesù e del Padre Eterno, e dice: Perdonami, perdonami, ho fatto questo, questo, questo…; e io sento che secondo le regole non dovrei perdonare, ma quale padre non dà il perdono al figlio che lo chiede con lacrime e disperazione?”. Poi, una volta perdonato, gli si consiglierà: “Dovrai fare questo…”; oppure: “Devo fare questo, e lo farò per te”. Quando il figlio prodigo è arrivato col discorso preparato davanti al padre e ha incominciato a dire: “Padre, ho peccato!...”, il padre lo ha abbracciato, non lo ha lasciato parlare, gli ha dato subito il perdono. E quando l’altro figlio non voleva entrare, il padre è uscito a dare anche a lui questa fiducia di perdono, di filiazione. Questo per me è molto importante per guarire la nostra Chiesa tanto ferita che sembra un ospedale da campo.

Da ultimo, sempre sul celebrare, vorrei dire qualcosa sulla pietà popolare, molto diffusa in queste terre. Un Vescovo mi diceva che nella sua diocesi non so quante confraternite ci sono e mi diceva: “Io vado sempre da loro, non li lascio da soli, li accompagno”. È un tesoro che va apprezzato e custodito, perché ha in sé una forza evangelizzatrice (cfr Evangelii gaudium, 122-126), ma sempre il protagonista deve essere lo Spirito Santo. Vi chiedo perciò di vigilare attentamente, affinché la religiosità popolare non venga strumentalizzata dalla presenza mafiosa, perché allora, anziché essere mezzo di affettuosa adorazione, diventa veicolo di corrotta ostentazione. Lo abbiamo visto nei giornali, quando la Madonna si ferma e fa l’inchino davanti alla casa del capo-mafia; no, questo non va, non va assolutamente! Sulla pietà popolare abbiate cura, aiutate, siate presenti. Un Vescovo italiano mi ha detto questo: “La pietà popolare è il sistema immunitario della Chiesa”, è il sistema immunitario della Chiesa. Quando la Chiesa incomincia a farsi troppo ideologica, troppo gnostica o troppo pelagiana, la pietà popolare la corregge, la difende.

Vi propongo un secondo verbo: accompagnare. Accompagnare è la chiave di volta dell’essere pastori oggi. C’è bisogno di ministri che incarnino la vicinanza del Buon Pastore, di preti che siano icone viventi di prossimità. Questa parola bisogna sottolinearla: “prossimità”, perché è quello che ha fatto Dio. Prima lo ha fatto con il suo popolo. Su questo anche li rimprovera, nel Deuteronomio – pensate bene – dice loro: “Ditemi, avete mai visto un popolo che abbia gli dei così vicini a sé come tu hai il tuo Dio vicino a te?”. Questa vicinanza, questa prossimità di Dio nell’Antico Testamento, si è fatta carne, si è fatta uno di noi in Gesù Cristo. Dio si è fatto vicino annientandosi, svuotandosi, così dice Paolo. Prossimità, bisogna riprendere questa parola. Poveri di beni e di proclami, ricchi di relazione e di comprensione. Pensiamo ancora a don Puglisi che, più che parlare di giovani, parlava coi giovani. Stare con loro, seguirli, far scaturire insieme a loro le domande più vere e le risposte più belle. È una missione che nasce dalla pazienza, dall’ascolto accogliente, dall’avere un cuore di padre, cuore di madre, per le religiose, e mai un cuore di padrone. L’Arcivescovo ci ha parlato dell’apostolato “dell’orecchio”, la pazienza di ascoltare. La pastorale va fatta così, con pazienza e dedizione, per Cristo e a tempo pieno.

Don Pino strappava dal disagio semplicemente facendo il prete con cuore di pastore. Impariamo da lui a rifiutare ogni spiritualità disincarnata e a sporcarci le mani coi problemi della gente. A me dà cattivo odore quella spiritualità che ti porta a stare con gli occhi rovesciati, chiusi o aperti, e sei sempre là… Questo non è cattolico! Andiamo incontro alle persone con la semplicità di chi le vuole amare con Gesù nel cuore, senza progetti faraonici, senza cavalcare le mode del momento. Alla nostra età, ne abbiamo visti tanti di progetti pastorali faraonici… Cosa hanno fatto? Niente! I progetti pastorali, i piani pastorali sono necessari, ma come mezzo, un mezzo per aiutare la prossimità, la predicazione del Vangelo, ma di per sé stessi non servono. La via dell’incontro, dell’ascolto, della condivisione è la via della Chiesa. Crescere insieme in parrocchia, seguire i percorsi dei giovani a scuola, accompagnare da vicino le vocazioni, le famiglie, gli ammalati; creare luoghi di incontro dove pregare, riflettere, giocare, trascorrere del tempo in modo sano e imparare a essere buoni cristiani e onesti cittadini. Questa è una pastorale che genera, e che rigenera il prete stesso, la religiosa stessa.

Una cosa desidero dire specialmente alle Religiose: la vostra missione è grande, perché la Chiesa è madre e il suo modo di accompagnare sempre deve sempre avere un tratto materno. Voi religiose, pensate che siete icona della Chiesa, perché la Chiesa è donna, sposa di Cristo, voi siete icona della Chiesa. Pensate che voi siete icona della Madonna, che è madre della Chiesa. La vostra maternità fa tanto bene, tanto bene. Una volta – questo l’ho raccontato tante volte, lo dico brevemente – c’erano, dove lavorava il mio papà, tanti immigrati del dopo guerra spagnolo, comunisti, socialisti… tutti mangiapreti. Uno di loro si è ammalato, è stato curato 30 giorni a casa, perché veniva la suora a curarlo di una malattia molto brutta, molto difficile da curare. I primi giorni le ha detto tutte le parolacce che conosceva, e la suora, in silenzio, lo curava. Finita la storia, quell’uomo si è riconciliato. E una volta, uscendo dal lavoro insieme con altri, passavano due suore e quegli altri hanno detto delle parolacce, e lui ha dato un pugno a uno di quelli e lo ha buttato a terra e ha detto così: “Con Dio e con i preti prenditela, ma la Madonna e le suore non toccarle!”. Voi siete la porta, perché siete madri, e la Chiesa è madre. La tenerezza di una madre, la pazienza di una madre… Per favore, non svalutate il vostro carisma di donne e il carisma di consacrate. È importante che siate coinvolte nella pastorale per rivelare il volto della Chiesa madre. E’ importante che i vescovi vi chiamino nei consigli, nei diversi consigli pastorali, perché sempre è importante la voce della donna, la voce della consacrata, è importante. E vorrei ringraziare le contemplative che, con la preghiera e col dono totale della vita, sono il cuore della Chiesa madre e pulsano nel Corpo di Cristo l’amore che tutto collega.

Celebrare, accompagnare, e adesso l’ultimo verbo, che in realtà è la prima cosa da fare: testimoniare. Questo ci riguarda tutti e in particolare vale per la vita religiosa, che è di per sé testimonianza e profezia del Signore nel mondo. Nell’appartamento dove viveva Padre Pino risalta una semplicità genuina. È il segno eloquente di una vita consacrata al Signore, che non cerca consolazioni e gloria dal mondo. La gente cerca questo nel prete e nei consacrati, cerca la testimonianza. La gente non si scandalizza quando vede che il prete “scivola”, è un peccatore, si pente e va avanti… Lo scandalo della gente è quando vede preti mondani, con lo spirito del mondo. Lo scandalo della gente è quando trova nel prete un funzionario, non un pastore. E questo mettetelo bene in testa e nel cuore: pastori sì, funzionari no! La vita parla più delle parole. La testimonianza contagia. Davanti a Don Pino chiediamo la grazia di vivere il Vangelo come lui: alla luce del sole, immerso nella sua gente, ricco solo dell’amore di Dio. Si possono fare tante discussioni sul rapporto Chiesa-mondo e Vangelo-storia, ma non serve se il Vangelo non passa prima dalla propria vita. E il Vangelo ci chiede, oggi più che mai, questo: servire nella semplicità, nella testimonianza. Questo significa essere ministri: non svolgere delle funzioni, ma servire lieti, senza dipendere dalle cose che passano e senza legarsi ai poteri del mondo. Così, liberi per testimoniare, si manifesta che la Chiesa è sacramento di salvezza, cioè segno che indica e strumento che offre la salvezza al mondo.

La Chiesa non sta sopra il mondo – questo è clericalismo – la Chiesa sta dentro al mondo, per farlo fermentare, come lievito nella pasta. Per questo, cari fratelli e sorelle, va bandita ogni forma di clericalismo. È una delle perversioni più difficile da togliere oggi, il clericalismo: non abbiano cittadinanza in voi atteggiamenti altezzosi, arroganti o prepotenti. Per essere testimoni credibili va ricordato che prima di essere preti siamo sempre diaconi; prima di esser ministri sacri siamo fratelli di tutti, servitori. Cosa direste voi a un vescovo che mi racconta che alcuni dei suoi preti non vogliono andare in un paesino vicino a dire una Messa dei defunti se prima non arriva l’offerta? Cosa direste voi a quel vescovo? E ci sono! Fratelli e sorelle, ci sono! Preghiamo per questi fratelli, funzionari. Anche il carrierismo e il familismo sono nemici da estromettere, perché la loro logica è quella del potere, e il prete non è uomo del potere, ma del servizio. La suora non è donna del potere, ma del servizio. Testimoniare, poi, vuol dire fuggire ogni doppiezza, quella ipocrisia, che è tanto legata al clericalismo; fuggire ogni doppiezza di vita, in seminario, nella vita religiosa, nel sacerdozio. Non si può vivere una doppia morale: una per il popolo di Dio e un’altra in casa propria. No, la testimonianza è una sola. Il testimone di Gesù appartiene a lui sempre. E per amore suo intraprende una quotidiana battaglia contro i suoi vizi e contro ogni mondanità alienante.

Infine, testimone è colui che senza tanti giri di parole, ma col sorriso e con fiduciosa serenità sa rincuorare e consolare, perché rivela con naturalezza la presenza di Gesù risorto e vivo.  Io auguro a voi preti, consacrati e consacrate, seminaristi, di essere testimoni di speranza, come don Pino ben disse una volta: «A chi è disorientato il testimone della speranza indica non cos’è la speranza, ma chi è la speranza. La speranza è Cristo, e si indica logicamente attraverso una propria vita orientata verso Cristo» (Discorso al Convegno del movimento “Presenza del Vangelo”, 1991). Non con le parole.

Vi ringrazio e vi benedico, e scusatemi se sono stato un po’ forte, ma a me piace parlare così! Vi auguro la gioia di celebrare, accompagnare e testimoniare il grande dono che Dio ha messo nei vostri cuori. Grazie, e pregate per me!

Incontro con i giovani (Piazza Politeama, Palermo)

Cari amici, buonasera!

Sono contento di incontrarvi al culmine di questa giornata! Una giornata un po’ stancante, ma bella, bella bella! Grazie ai palermitani! Grazie per le tre domande. Io conoscevo le tre domande e avevo scritto qualche risposta, ma a me piace sottolineare, e se viene un’altra idea metterla al momento.

La prima, la tua, era su come ascoltare la voce del Signore e maturare una risposta. Ma io domanderei: come si ascolta il Signore? Come si ascolta? Dove parla, il Signore? Voi avete il numero del telefonino del Signore, per chiamarlo?… Come si ascolta il Signore? Vi direi questo, e questo sul serio: il Signore non si ascolta stando in poltrona. Capite? Seduto, la vita comoda, senza far nulla, e vorrei ascoltare il Signore. Ti assicuro che ascolterai qualsiasi cosa, tranne che il Signore. Il Signore, con la vita comoda, in poltrona, non lo si ascolta. Rimanere seduti, nella vita – ascoltate questo, è molto importante per la vostra vita di giovani – rimanere seduti crea interferenza con la Parola di Dio, che è dinamica. La Parola di Dio non è statica, e se tu sei statico non puoi sentirla. Dio si scopre camminando. Se tu non sei in cammino per fare qualcosa, per lavorare per gli altri, per portare una testimonianza, per fare il bene, mai ascolterai il Signore. Per ascoltare il Signore bisogna essere in cammino, non aspettando che nella vita accada magicamente qualcosa. Lo vediamo nell’affascinante storia di amore che è la Bibbia. Qui il Signore chiama continuamente gente giovane. Sempre, continuamente. E ama parlare ai giovani mentre sono in cammino – per esempio, pensate ai due discepoli di Emmaus – oppure mentre si danno da fare – pensate a Davide che pascolava il gregge, mentre i suoi fratelli se ne stavano a casa tranquilli, o in guerra. Dio detesta la pigrizia e ama l’azione. Mettetevi questo bene nel cuore e nella testa: Dio detesta la pigrizia e ama l’azione. I pigri non potranno ereditare la voce del Signore. Capito? Ma non si tratta di muoversi per tenersi in forma, di correre tutti i giorni per allenarsi. No, non si tratta di quello. Si tratta di muovere il cuore, mettere il cuore in cammino. Pensate al giovane Samuele. Stava giorno e notte nel tempio, eppure era in continuo movimento, perché non stava immerso nei suoi affari, ma era in ricerca. Se tu vuoi ascoltare la voce del Signore, mettiti in cammino, vivi in ricerca. Il Signore parla a chi è in ricerca. Chi cerca, cammina. Essere in ricerca è sempre sano; sentirsi già arrivati, soprattutto per voi, è tragico. Capito? Non sentitevi mai arrivati, mai! A me piace dire, riprendendo l’icona della poltrona, mi piace dire che è brutto vedere un giovane in pensione, pensionato. E’ brutto! Un giovane dev’essere in cammino, non in pensione. La giovinezza ti spinge a questo, ma se tu vai in pensione a 22 anni, sei invecchiato troppo presto, troppo presto!

Gesù ci dà un consiglio per ascoltare la voce del Signore: «Cercate e troverete» (Lc 11,9). Già, ma dove cercare? Non sul telefonino – come ho detto –: lì le chiamate del Signore non arrivano. Non in televisione, dove il Signore non possiede alcun canale. Neanche nella musica assordante e nello sballo che intontisce: lì la linea col cielo è interrotta. Il Signore non va neppure cercato davanti allo specchio – questo è un pericolo, sentite bene: il Signore non va neppure cercato davanti allo specchio –, dove stando soli rischiate di rimanere delusi di quello che siete. Quell’amarezza che voi sentite, a volte, che porta la tristezza: “ma io chi sono?, che faccio?, non so cosa fare…”, e ti porta alla tristezza. No. In cammino, sempre in cammino. Non cercatelo nella vostra stanzetta, chiusi in voi stessi a ripensare al passato o a vagare col pensiero in un futuro ignoto. No, Dio parla ora nella relazione. Nel cammino e nella relazione con gli altri. Non chiudetevi in voi stessi, confidatevi con Lui, affidate tutto a Lui, cercatelo nella preghiera, cercatelo nel dialogo con gli altri, cercatelo sempre in movimento, cercatelo in cammino. Capirete che Gesù crede in voi più di quanto voi credete in voi stessi. Questo è importante: Gesù crede in voi più di quanto credete voi in voi stessi. Gesù vi ama più di quanto voi vi amate. Cercatelo uscendo da voi stessi, in cammino: Lui vi aspetta. Fate gruppo, fatevi degli amici, fate delle camminate, fate degli incontri, fate Chiesa così, camminando. Il Vangelo è scuola di vita, il Vangelo sempre ci porta al cammino. Credo che questo sia il modo di prepararsi per ascoltare il Signore.

E poi, sentirai l’invito del Signore a fare una cosa, o un’altra... Nel Vangelo vediamo che a qualcuno dice: “Seguimi!”, a un altro dice: “Vai a fare questo…”. Il Signore ti farà sentire cosa vuole da te, ma a patto che tu non stia seduto, che tu sia in cammino, che tu cerchi gli altri e cerchi di fare dialogo e comunità con gli altri, e soprattutto che tu preghi. Preghi con le tue parole: con quello che ti viene dal cuore. E’ la preghiera più bella. Gesù sempre ci chiama a prendere il largo: non accontentarti di guardare l’orizzonte dalla spiaggia, no, vai avanti. Gesù non vuole che rimani in panchina, ti invita a scendere in campo. Non ti vuole dietro le quinte a spiare gli altri o in tribuna a commentare, ma ti vuole in scena. Mettiti in gioco! Hai paura di fare qualche figuraccia? Falla, pazienza. Tutti ne abbiamo fatte tante, tante. Perdere la faccia non è il dramma della vita. Il dramma della vita invece è non metterci la faccia: quello è il dramma!, è non donare la vita! Meglio cavalcare i sogni belli con qualche figuraccia che diventare pensionati del quieto vivere – pancioni, lì, comodi –. Meglio buoni idealisti che pigri realisti: meglio essere Don Chisciotte che Sancho Panza!

E anche un’altra cosa che può aiutarvi, l’ho detto di passaggio, ma voglio ripeterlo: sognate in grande! Sognate in grande, alla grande! Perché nei grandi sogni tu troverai tante, tante parole del Signore che ti sta dicendo qualcosa.

Camminare, cercare, sognare… Un ultimo verbo che aiuta per ascoltare la voce del Signore è servire, fare qualcosa per gli altri. Sempre verso gli altri, non ripiegato su te stesso, come quelli che hanno per nome “io, me, con me, per me”, quella gente che vive per sé stessa ma alla fine finisce come l’aceto, così cattivo…

La seconda domanda. Vediamo se ho scritto qualcosa… Davvero, la vostra isola è un centro di incontro di tante culture... Io non conosco la Sicilia, è la prima volta: sono stato a Lampedusa e ora, adesso, qui. Anche la vostra lingua, i vostri dialetti hanno radici di tante lingue, tante, perché è stato un crocevia di culture e tutte hanno lasciato una traccia culturale. Voi siete un popolo [frutto dell’]incontro di culture e di persone. Mi è piaciuto sentire questo, sentire dire da voi, da te, che la Sicilia - è al centro del Mediterraneo, è sempre stata terra di incontro. Non si tratta solo di una bella tradizione culturale, è un messaggio di fede. La vostra vocazione sarà sicuramente essere uomini e donne di incontro. Incontrare e fare incontrare; favorire gli incontri, perché il mondo di oggi è un mondo di scontri; di guerre, di scontri… La gente non si capisce… E la fede si fonda sull’incontro, un incontro con Dio. Dio non ci ha lasciati soli, è sceso Lui a incontrarci. Lui ci viene incontro, Lui ci precede, per incontrarci. La fede si fonda sull’incontro. E [nel]l’incontro fra noi, quanto conta la dignità degli altri? Dio vuole che noi ci salviamo insieme, non da soli, che siamo felici insieme, non egoisticamente da soli; che ci salviamo come popolo. Questa parola, “popolo”: voi siete un popolo con un’identità grande e dovete essere aperti a tutti i popoli che, come in altri tempi, vengono da voi. Con quel lavoro dell’integrazione, dell’accoglienza, di rispettare la dignità degli altri, della solidarietà… Per noi non sono buoni propositi per gente educata, ma tratti distintivi di un cristiano. Un cristiano che non è solidale, non è cristiano. La solidarietà è un tratto del cristiano. Quello che oggi manca, di cui c’è carestia, è l’amore: non l’amore sentimentale, che noi possiamo guardare nei teleromanzi, nelle telenovele, ma quello concreto, l’amore del Vangelo. E io vi dirò, a te e a tutti quelli che hanno fatto la domanda con te: come va il tuo amore? Come è il termometro del tuo amore?

Noi siamo bravi a fare distinzioni, anche giuste e fini, ma a volte dimentichiamo la semplicità della fede. E cosa ci dice la fede? «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). Amore e gioia: questo è accoglienza. Per vivere non si può solo distinguere, spesso per giustificarsi; bisogna coinvolgersi. Lo dico in dialetto? In dialetto umano: bisogna sporcarsi le mani! Avete capito? Se voi non siete capaci di sporcarvi le mani, mai sarete accoglienti, mai penserete all’altro, ai bisogni altrui. Cari, «la vita non si spiega, si vive!». Lasciamo le spiegazioni per dopo; ma vivere la vita. La vita si vive. Questo non è mio, l’ha detto un grande autore di questa terra. Vale ancora di più per la vita cristiana: la vita cristiana si vive. La prima domanda da farsi è: metto le mie capacità, i miei talenti, tutto quello che io so fare, a disposizione? Ho tempo per gli altri? Sono accogliente con gli altri? Attivo un po’ di amore concreto nelle mie giornate?

Oggi sembra tutto collegato, ma in realtà ci sentiamo troppo isolati, distanti. Adesso vi faccio pensare, ognuno di voi, alla solitudine che avete nel cuore: quante volte vi trovate soli con quella tristezza, con quella solitudine? Questo è il termometro che ti indica che la temperatura dell’accoglienza, dello sporcarsi le mani, del servire gli altri è troppo bassa. La tristezza è un indice della mancanza di impegno [dice compromesso”], e senza impegno voi non potrete mai essere costruttori di futuro! Voi dovete essere costruttori del futuro, il futuro è nelle vostre mani! Pensate bene questo: il futuro è nelle vostre mani. Voi non potete prendere il telefonino e chiamare una ditta che vi faccia il futuro: il futuro devi farlo tu, con le tue mani, con il tuo cuore, con il tuo amore, con le tue passioni, con i tuoi sogni. Con gli altri. Accogliente e al servizio degli altri.

Abbiamo bisogno di uomini e donne veri, non di persone che fanno finta di essere uomini e donne. Uomini e donne veri, che denunciano il malaffare e lo sfruttamento. Non abbiate paura di denunciare, di gridare! Abbiamo bisogno di uomini e donne che vivono relazioni libere e liberanti, che amano i più deboli e si appassionano di legalità, specchio di onestà interiore. Abbiamo bisogno di uomini e donne che fanno quel che dicono – fare quello che dici – e che dicano no al gattopardismo dilagante. Fare quello che voglio portare avanti, e non dare una pennellata di vernice e avanti così, no. La vita non si fa a pennellate di vernice; la vita si fa nell’impegno, nella lotta, nella denuncia, nella discussione, nel giocare la propria vita per un ideale; nei sogni… Voi fate questo, e così va. Essere accoglienti significa essere sé stessi, essere al servizio degli altri, sporcarsi le mani e tutto quello che ho detto. D’accordo? D’accordo davvero?

E adesso, l’ultima domanda – ho scritto qualcosa mentre tu parlavi… –: come vivere l’essere giovani in questa terra? Mi piace dire che siete chiamati a essere albe di speranza. La speranza sorgerà a Palermo, in Sicilia, in Italia, nella Chiesa a partire da voi. Voi avete nel cuore e nelle mani la possibilità di far nascere e crescere speranza. Per essere albe di speranza bisogna alzarsi ogni mattina con cuore giovane, speranzoso, lottando per non sentirsi vecchi, per non cedere alla logica dell’irredimibile. E’ una logica perversa: questo non va, non cambia nulla, tutto è perduto… Questa è una logica perversa, è il pessimismo, secondo cui non c’è salvezza per questa terra, tutto è finito. No! No al fatalismo, no al pessimismo, sì alla speranza, sì alla speranza cristiana. E voi avete nelle mani la capacità di fare la speranza, di fare andare avanti la speranza. Per favore, no alla rassegnazione! Sentite bene: un giovane non può essere rassegnato. No alla rassegnazione! Tutto può cambiare. “Ma, Padre, dove devo chiamare, per cambiare tutto?” Al tuo cuore, ai tuoi sogni, alla tua capacità di uomo, di donna di portare avanti un frutto. Di generare. Come genererai un figlio o una figlia domani, di generare anche una civiltà nuova, una civiltà accogliente, una civiltà fraterna, una civiltà dell’amore. Tutto può cambiare!

Siate figli liberi. Mentre tu parlavi, pensavo che stiamo vivendo un tempo di crisi. E’ vero. Lo sappiamo tutti. Tante crisi diverse, ma è il mondo che è in crisi; tante piccole guerre, ma il mondo è in guerra; tanti problemi finanziari, ma i giovani sono senza lavoro… E’ un mondo di crisi; un mondo in cui noi possiamo vedere anche il disorientamento che ti porta alla crisi. La parola crisi significa che ti fanno ballare nell’incertezza; la parola crisi dice che tu non puoi stare fermo perché tutto cade, tutto si perde. Quali sono i vostri valori?

Ho parlato della vostra speranza, del futuro: voi siete la speranza. Ho parlato del presente: voi avete la speranza nelle vostre mani, oggi. Ma vi domando: in questo tempo di crisi, voi avete radici? Ognuno risponda nel suo cuore: “Quali sono le mie radici?”. O le hai perse? “Sono un giovane con radici, o sono già un giovane sradicato?”. Prima ho parlato di giovani in poltrona, di giovani in pensione, di giovani quieti che non si mettono in cammino. Adesso ti domando: tu sei un giovane con radici, o sradicato? Abbiamo parlato di questa terra di tanta cultura: ma tu sei radicato nella cultura del tuo popolo? Tu sei radicato nei valori del tuo popolo, nei valori della tua famiglia? O sei un po’ per aria, un po’ senza radici – scusatemi la parola – un po’ “gassoso”, senza fondamenti, senza radici? “Ma, padre, dove posso trovare le radici?”. Nella vostra cultura: troverete tante radici! Nel dialogo con gli altri… Ma soprattutto – e questo voglio sottolinearlo – parlate con i vecchi. Parlate con i vecchi. Ascoltate i vecchi. “Padre, loro dicono sempre le stesse cose!”. Ascoltateli. Litigate con i vecchi, perché se tu litighi con i vecchi, loro parleranno più profondamente e ti diranno cose. Loro devono darti le radici, radici che poi – nelle tue mani – produrranno speranza che fiorirà nel futuro. Diversamente, ma con radici. Senza radici, tutto è perduto: non si può andare e creare speranza senza radici. Un poeta ci diceva: “Quello che l’albero ha di fiorito, viene da quello che ha di sotterrato”, dalle radici. Cercate le radici.

E se qualcuno pensa che i vecchi sono noiosi, che ripetono sempre le stesse cose, consiglio loro: andate da loro, fateli parlare, litigate con loro. E loro cominceranno a dirvi cose interessanti, che vi daranno forza, vi daranno forza per andare avanti. “Ma io devo fare le stesse cose che hanno fatto loro?” No! Prendete da loro la forza, l’appartenenza. Un giovane che non ha appartenenza in una società, in una famiglia, in una cultura, è un giovane senza identità, senza volto. In tempo di crisi dobbiamo sognare, dobbiamo metterci in cammino, dobbiamo servire gli altri, dobbiamo essere accoglienti, dobbiamo essere giovani di incontro, dobbiamo essere giovani con la speranza nelle mani, con il futuro nelle mani e dobbiamo essere giovani che prendono dalle radici la capacità di far fiorire speranza nel futuro. Mi raccomando, non siate sradicati, “gassosi”, perché senza radici non avrete appartenenza e non avrete identità.

Mi piace vedervi qui, nella Chiesa, portatori gioiosi di speranza, della speranza di Gesù che supera il peccato. Io non vi dirò che voi siete santi, no. Voi siete peccatori, tutti, come me, come tutti. Ma è la forza di Gesù che supera il peccato e ti aiuta ad andare avanti. La speranza che supera la morte. Sogniamo e viviamo la cultura della speranza, la cultura della gioia, la cultura dell’appartenenza a un popolo, a una famiglia, la cultura che sa prendere dalle radici la forza per fiorire e portare frutto.

Grazie tante per l’ascolto, per la pazienza… Voi siete in piedi… Scusatemi, io vi ho parlato seduto, ma le caviglie mi facevano tanto male, a quest’ora! Grazie. E non dimenticate: radici, il presente nelle mani e lavorare per la speranza del futuro, per avere appartenenza e identità. Grazie!

Adesso vorrei darvi la benedizione. Io so che tra voi ci sono giovani cattolici, cristiani, di altre tradizioni religiose, e anche alcuni agnostici. Per questo darò la benedizione a tutti, e chiederò a Dio che benedica quel seme di inquietudine che è nel vostro cuore.

Signore, Signore Dio, guarda questi giovani. Tu conosci ognuno di loro, Tu sai cosa pensano, Tu sai che hanno voglia di andare avanti, di fare un mondo migliore. Signore, rendili ricercatori del bene e di felicità; rendili operosi nel cammino e nell’incontro con gli altri; rendili audaci nel servire; rendili umili nel cercare le radici e portarle avanti per dare frutti, avere identità, avere appartenenza. Il Signore, il Signore Dio accompagni tutti questi giovani nel cammino e benedica tutti. Amen.

Visita pastorale a Piazza Armerina e a Palermo
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