Settimana sociale di Bologna (2004)
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Economia e finanza. Intervento di Giovanni Bazoli

1. Il tema della globalizzazione, che negli ultimi anni si è imposto come uno degli argomenti di maggior rilevanza nella riflessione sul presente e sul futuro dell'uomo sulla terra, non può essere ridotto a fenomeno puramente economico. E' necessario valutarne le interrelazioni con la politica, i riflessi sulla storia e la cultura dei popoli, le implicazioni in materia di contaminazione dell'ambiente naturale.

E guardando allo scenario della globalizzazione sotto l'aspetto economico, si ravvisa e si denuncia oggi da tante parti (e in particolare dal mondo cattolico, come risulta esplicitamente anche dai lavori preparatori di questo convegno) una carenza di democraticità nel sistema economico dominante – prima chiamato capitalismo, oggi di mercato -, invocandone la correzione.

Si constata, in altre parole, una rottura dell'equilibrio tra i due ordini — quello economico del mercato e quello politico della democrazia — che in precedenza apparivano collegati da un nesso inscindibile; un nesso che ne sanciva la forza e contribuiva alla loro fortuna.
Può apparire paradossale che questa frattura tra democrazia e mercato si verifichi proprio in una fase storica come quella in cui viviamo, in cui la durissima competizione tra i sistemi democratici occidentali e quelli comunisti — che ha segnato la storia culturale, economica e politica di quasi tutto il Novecento — si è risolta a favore dei primi, grazie soprattutto alla superiorità dimostrata dal sistema economico di mercato sul terreno dell' efficienza e della produttività.

Chiuso il secolo scorso con la sconfitta e il crollo del modello economico collettivista, si è spalancata la strada alla diffusione mondiale, non più contrastata, dell'economia di mercato: si è così aperta la stagione della globalizzazione. Ma è proprio a questo punto che il binomio mercato-democrazia è stato messo in discussione, diventando oggetto di una contestazione che anch'essa può ben dirsi di dimensione globale.

Il punto è che la liberalizzazione dei mercati si è dimostrata finora del tutto incapace di riequilibrare le disuguaglianze esistenti tra le diverse regioni del mondo; la maggiore facilità delle comunicazioni e la diffusione delle conoscenze hanno anzi accentuato la percezione delle differenze esistenti nei redditi pro capite, negli stili di vita, nel rispetto dei diritti fondamentali degli individui.
Non è cero corretto attribuire alla globalizzazione la responsabilità delle situazioni di arretratezza e delle disuguaglianze presenti tra le aree del mondo, che sono invece il frutto di situazioni preesistenti e di storie diverse; altrettanto poco corretto è trascurare gli effetti positivi che la liberalizzazione ha prodotto per le economie di alcuni Paesi. E' tuttavia indiscutibile che il sistema di mercato, applicato su scala mondiale, non ha saputo affrontare con un minimo di efficacia il problema; sicché oggi il quadro della povertà e dell'ingiustizia sociale a livello mondiale risulta, in un certo senso, ancor più scandaloso ed intollerabile che in passato.

La ricerca di adeguate e tempestive soluzioni ai problemi posti dall'interdipendenza mondiale è imposta non solo dalla coscienza morale ma anche dalla ragione, quando si considerino le conseguenze rovinose che, sotto molteplici aspetti, la mancata soluzione di questi problemi potrebbe comportare per l'intera umanità.

Del tutto fondato appare il monito lanciato dal Segretario Generale dell'O.N.U. Kofi Annan, secondo cui "il modello di sviluppo a cui siamo abituati è stato conveniente per pochi ma disastroso per molti. Una strada per la prosperità che stravolge l'ambiente e lascia la maggioranza dell'umanità nello squallore presto dimostrerà di essere una strada senza uscita per tutti".

Per comprendere le ragioni di fondo della gravissima inadeguatezza dimostrata a questo riguardo dal processo di globalizzazione occorre considerare le linee guida che l'hanno ispirata, sostanzialmente improntate al modello neo-liberistico americano, ossia ai principi della deregulation, della liberalizzazione, del profitto assunto ad esclusivo fine e metro di valutazione delle imprese.

L'affermarsi di questi principi in una situazione di sostanziale carenza di regole e controlli — e, prima ancora, di scarsa autorevolezza delle Autorità di governo mondiali — ha finito per favorire le forze di mercato dominanti, con gravi effetti di destabilizzazione sui rapporti tra i poteri economici e quelli politici.
Potremmo addirittura affermare che, in taluni settori, si è avuto uno sviluppo del processo economico quasi legibus solutus. I poteri di mercato hanno preso il sopravvento su quelli democratici; il nesso che legava mercato e democrazia ne è risultato squilibrato, se non sovvertito.
Questo scenario ci obbliga oggi a ripensare in termini nuovi il rapporto tra democrazia e mercato, consapevoli tra l'altro che l'esigenza non si presenta soltanto con riferimento al quadro internazionale. Dallo stato del rapporto tra economia e democrazia dipende infatti anche la salute della politica e dell'economia dei singoli Stati. Infatti, se il deficit di democraticità che caratterizza l'odierna fase di sviluppo dell'economia di mercato appare più manifesto a livello mondiale, una carenza allarmante va segnalata anche all'Interno degli ordinamenti statali. E non è infondato prevedere che, in assenza di interventi correttivi, le stesse democrazie occidentali andranno incontro a gravi rischi di involuzione e di crisi.
Ma è possibile riconciliare democrazia e mercato? Quali sono gli elementi che li accomunano? Fino a che punto essi sono compatibili e si richiamano reciprocamente? E infine, ricorrendo ad una espressione spesso ripetuta, in che senso si può parlare di “democrazia economica”?

E' ben noto che entrambi i sistemi, la democrazia politica e l'economia di mercato, si sostanziano in un insieme di regole di carattere procedurale: regole a mezzo delle quali è definito nel campo politico un metodo di organizzazione della società, nel mercato un metodo di composizione dei rapporti tra i portatori di interessi economici. Tuttavia queste regole, in sé stesse neutre, hanno come presupposto i valori che ogni Costituzione sceglie, assume e proclama come propri principi fondamentali (ai quali le regole devono sempre conformarsi).

Il grande rischio che oggi si corre è quello di accettare l'idea (diffusa anche in sedi autorevoli) che ad entrambi i sistemi manchi un sicuro fondamento di valori. Se ciò fosse vero, alle democrazie verrebbe meno la più importante legittimazione.

E' dunque sul piano dei valori che va impostato il tema del confronto tra democrazia e mercato.

2. In estrema sintesi, i valori su cui si fondano le democrazie politiche moderne possono essere ricondotti a due grandi principi, proclamati nelle carte costituzionali della fine del '700: il riconoscimento dei diritti di libertà e l'affermazione dell'uguaglianza davanti alla legge di tutti i cittadini.

Tutti gli istituti attraverso cui si esprime il funzionamento della democrazia – il suffragio universale, la sovranità popolare, le forme di rappresentanza, la ripartizione del potere tra maggioranza e minoranze – discendono da questi principi e ad essi devono corrispondere.

E' degno di nota che proprio su questi valori — la libertà e l'uguaglianza: come è noto principi fondativi della Costituzione francese — si sia pronunciato recentemente il Pontefice a Lourdes, in un indirizzo di saluto al Presidente francese Chirac (che in un certo senso segna la chiusura di un lungo cammino di riconciliazione tra la dottrina cattolica e le conquiste del pensiero liberale). Il Papa ha infatti auspicato l'edificazione di “un mondo in cui i grandi ideali di libertà, di uguaglianza e di fraternità possano costituire la base del vivere sociale, nella ricerca e nella promozione instancabile del bene comune”.

Il successo storico conseguito dal modello democratico adottato dai Paesi occidentali (e la ragione della insostituibilità di tale modello) deriva proprio dal fatto di esser fondato sui valori della libertà e dell'uguaglianza.
Oggi, tuttavia, il dato dell'ingiustizia sociale — clamorosamente evidente sullo scacchiere mondiale, ma avviato ad assumere nuova rilevanza anche all'interno delle comunità nazionali — porta a constatare che le vigenti regole “procedurali” della democrazia e del mercato presentano gravi carenze nell'osservanza del principio di uguaglianza e indica, in modo imperioso, che la riflessione va concentrata su tale principio.

3. Se dunque libertà e uguaglianza sono i presupposti della democrazia, possiamo dire altrettanto con riferimento all'economia di mercato?

Credo che a buon diritto si possa sostenere che il riconoscimento dei diritti di libertà è l'elemento primario che apparenta economia di mercato e democrazia: elemento che scaturisce dal comune patrimonio culturale e storico dei due sistemi — cioè dal ceppo liberale da cui entrambi originano — e che comporta il riconoscimento della presenza nella società di interessi diversi e contrapposti, ma tutti legittimamente in gioco. Proprio la contrapposizione tra tali interessi, se opportunamente regolata, rappresenta la via migliore per conseguire risultati di utilità generale, così nel campo politico come in quello economico
E' dunque il nesso esistente tra libertà economica e libertà politica che spiega perché per lungo tempo di tempo è stato considerato inscindibile il legame tra democrazia e mercato.

Possiamo dire altrettanto per l'uguaglianza? E' anch'essa valore comune ad entrambi i sistemi?
La risposta a questo interrogativo non può non tener conto di due diversi significati che al principio di uguaglianza sono stati attribuiti nel tempo. Il primo è quello originario dell'uguaglianza di ogni cittadino davanti alla legge (uguaglianza “formale” sancita dalle Costituzioni liberali).

Se guardiamo a questo principio, possiamo senz'altro affermare che anche il sistema economico di mercato ne assume il rispetto, al pari di quello politico, come presupposto del proprio funzionamento.

Più difficile è invece la risposta in relazione al secondo significato che il principio è venuto assumendo: quello di uguaglianza in senso sostanziale. Come è noto, infatti, le democrazie moderne – o almeno quelle più avanzate – hanno assunto il perseguimento dell'uguaglianza tra i propri stessi fini. Così, ad esempio, nella nostra Costituzione sono espressamente e distintamente enunciati sia il principio dell'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, sia l'impegno dello Stato di intervenire nella vita economica e sociale per rimuovere (o almeno attenuare) le condizioni di disparità che ostacolano il libero sviluppo della personalità di ogni uomo (primo e secondo comma dell'art. 3).

E' importante sottolineare che il principio di uguaglianza, in questo secondo significato, oltre ad assumere una fondamentale rilevanza giuridica, rivela una valenza etica di limpidissima ispirazione cristiana: si fonda infatti sul postulato di pari dignità e valore di ogni uomo per esprimere quindi, come corollario, un impegno di attenzione e di sostegno ai soggetti più deboli e “ineguali”, che devono essere aiutati a crescere e godere degli stessi diritti di tutti gli altri (e non è forse proprio questo il contenuto più significativo e pregnante della “solidarietà”, intesa appunto come impegno fondato sull'idea di fratellanza di tutti gli uomini e indirizzato a realizzare il massimo possibile di equità?)

Ebbene, l'obiettivo di rimuovere le situazioni di ingiustizia sociale può essere esteso anche all'economia di mercato?

In altri termini: è da considerare compatibile con la natura del sistema di mercato pretendere che esso rispetti non solo l'uguaglianza formale, ma anche quelle sostanziali? L'attività di impresa può essere indirizzata, oltre che al fine del profitto, “anche” alla promozione dell'equità e alla crescita della libertà?

Su questo punto si scontrano due visioni.
La prima, sviluppata soprattutto da pensatori cattolici, ritiene possibile una trasformazione del sistema di mercato in senso solidaristico e quindi sostiene che all'impresa deve chiedersi di “diventare sociale nella normalità della sua attività economica”.

La seconda opinione nega invece all'economia ogni possibile fine di solidarietà, essendo questo fine incompatibile con lo scopo assorbente del capitalismo contemporaneo, che consiste nel perseguire l'efficienza e nell'incrementare il profitto.

Di fronte a queste opposte tesi, pare corretto riconoscere che il perseguimento dell'uguaglianza non rientra tra i fini istituzionali dell'impresa — potremmo dire nella “normalità” dei suoi obiettivi —, ma non è affatto incompatibile con la sua attività. Da un lato, infatti, l'impresa ha il dovere istituzionale di realizzare non soltanto gli interessi dei propri shareholder, ma anche quelli variegati della più vasta platea di stakeholder; d'altra parte, attraverso il conseguimento dei profitti (suo fine primario), essa realizza anche un risultato di interesse generale, come la crescita complessiva e la diffusione del benessere.

Ma, ancora più importante è osservare, in base alle riflessioni sin qui svolte, che il mercato non può restare indifferente a valori - assunti come propri fini dalle democrazie più avanzate - della promozione della libertà e del perseguimento di un'uguaglianza effettiva fra tutti i membri della collettività; al contrario, esso dovrebbe essere interessato a che le condizioni di libertà ed uguaglianza virtuali, che sono assunte come presupposto del gioco economico, diventino effettive.

La teoria dell'uguaglianza dei “punti di partenza”, espressa dal miglior pensiero liberale, non vuole forse proprio significare che alla competizione di mercato si addice la presenza di attori e protagonisti dotati potenzialmente di pari risorse e possibilità.

Ciò riconosciuto, resta comunque fermo che il compito di regolare il processo economico, per assicurare che esso rispetti i valori della libertà e dell'uguaglianza, non può che spettare in via ordinaria al potere politico. Al quale deve riconoscersi una piena legittimazione ad intervenire non solo nella fase di redistribuzione della ricchezza prodotta, ma anche nello stesso dispiegarsi dell'attività economica. Con un rigoroso limite, che è quello fissato dal suo stesso fine: la rimozione degli ostacoli alla libertà e all'uguaglianza degli operatori.

4. Questo è il grande compito delle democrazie odierne nei confronti del mercato, sia sullo scacchiere mondiale, sia negli ambiti interni agli Stati: riequilibrare i rapporti economici, in termini (almeno tendenziali) di equità, ossia promuovendo le condizioni per dare nuovi spazi alla libertà e all'uguaglianza.

Si tratta del compito che impropriamente viene definito di “democratizzazione dell'economia”: rendere le regole del mercato più aderenti ai valori dell'uguaglianza e della libertà, che lo stesso mercato ha in comune con la democrazia. Non si tratta di creare una “democrazia economica”, sovvertendo le regole del mercato, bensì di correggere queste regole in un senso che è volto al perseguimento del principio dell'uguaglianza sostanziale, ma che è nello stesso tempo coerente con la natura del mercato.
Questo sforzo, che gli ordinamenti dei Paesi occidentali hanno avviato fin dal secolo scorso, non ha ancora riscontri apprezzabili sul piano internazionale.
Credo, ad esempio, che risulti evidente a tutti quale portata rivoluzionaria avrebbe l'applicazione all'ordine internazionale di una disposizione analoga al citato articolo 3 della nostra Costituzione, che afferma, come abbiamo visto, la doverosità di un intervento del potere politico nella vita economica e sociale, al fine di ridurre le condizioni di disparità che ostacolano la libertà di ogni operatore.

5. La riflessione svolta sui rapporti tra economia e democrazia trova applicazioni significative su aspetti di grande importanza. Applicazioni che contemplano tanto l'ambito dei rapporti che intercorrono all'interno dell'impresa (tra gli azionisti, i manager e i dipendenti, ma anche tra maggioranze e minoranze), quanto quelli che essa intrattiene con le categorie di soggetti i cui interessi vengono coinvolti dalla sua attività (i consumatori, gli utenti), o indirettamente i suoi effetti (pensiamo alle ripercussioni sull'ambiente).
In particolare, come abbiamo visto, l'esigenza di democratizzazione del sistema economico assume nuova importanza ed urgenza in conseguenza della globalizzazione e dell'inedita situazione di interdipendenza che essa ha indotto tra le aree e le popolazioni della terra. Non solo gli effetti dell'attività economica superano ormai i confini degli Stati, ma la competizione ha assunto anche l'aspetto di un confronto tra i sistemi-Paese.

Alcuni dei problemi più gravi che si presentano oggi sullo scenario mondiale – e che talora sembrano persino annunciare una fase di declino degli stessi ordinamenti democratici, nella configurazione in cui si sono realizzati in Occidente – trovano la loro causa ultima, a ben vedere, proprio nell'incapacità delle istituzioni politiche ed economiche, a tutti i livelli, di promuovere condizioni effettive di libertà e di uguaglianza. Il potere dei gruppi dominanti sul mercato – spesso esercitato da ristretti gruppi di comando e dilatato tra l'altro dai nuovi mezzi tecnologici – può, nel campo economico, svuotare i diritti del mercato (eludendo i controlli antitrust, soprattutto in certi settori: public utility, informazione, ecc.) e squilibrare i rapporti all'interno delle stesse imprese; ma può altresì inquinare lo stesso gioco democratico, dimostrando l'insufficienza delle regole procedurali classiche delle democrazie rappresentative (come il rispetto della trasparenza e della par condicio nelle gare elettorali, equilibrio dei poteri, tutela delle minoranze, ecc.)
Guardando con realismo all'attuale situazione, non possiamo purtroppo non rilevare come il tema dell'inserimento dei valori democratici nell'ambito economico trovi anche presso le grandi istituzioni sovranazionali uno sviluppo ancora acerbo ed inadeguato: le strutture di governance del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e della WTO rispondono infatti a logiche e funzioni differenziate, ma in tutte appare evidente un difetto di democraticità.

6. Abbiamo visto che, affinché il rispetto dell'uguaglianza divenga “normalità” nell'attività economica, occorre che intervengano le regole poste dalla democrazia. In altri termini, laddove il rispetto del principio democratico di uguaglianza non possa essere affidato alla spontaneità delle forze in campo, esso deve essere imposto dalle norme giuridiche come vincolo – vorrei dire: come metodo – da osservare nello svolgimento dell'attività economica.
Per realizzare questo scopo, a livello sovranazionale il compito di stabilire regole andrebbe affidato ad autorità in grado di interpretare la pluralità delle istanze e degli interessi in campo: ciò sottolinea la necessità che siano rafforzati sia i poteri, sia la rappresentatività democratica dei maggiori organismi di governo sovranazionali. Correlata e ineludibile è anche l'esigenza che siano previsti mezzi e procedure atte a sanzionare i comportamenti posti in essere in violazione delle norme, il che pone il problema della costruzione di un efficace sistema giurisdizionale.

7. Il cammino che porta a coniugare lo sviluppo economico con il rispetto dei valori della democrazia appare ancora incerto e labile; si manifesta in tutta evidenza la necessità di una mobilitazione di forze intellettuali e morali, che sappia incidere sul modo di vivere e di pensare dei popoli più ricchi.

In questa prospettiva, ritengo che debbano essere valutati positivamente i tentativi sia di singoli sia di talune categorie di operatori economici, che si impongono autonomamente di seguire regole di comportamento.
Conosciamo l'opinione di chi svaluta questi tentativi di autoregolamentazione. La linea di confine correrebbe direttamente tra il territorio regolato da principi utilitaristici e quello regolato dal diritto; non esisterebbe uno spazio intermedio, quello in cui l'etica ispira i comportamenti, sia collettivi sia individuali.
Occorre invece ribadire che questo spazio c'è. All'etica che ispira i comportamenti sociali va riconosciuta l'insostituibile funzione di anticipare la normazione giuridica e di definire le rispettive aree tra libertà e autorità. Perché, fin dove il rispetto dei valori risulta assicurato dalle regole etiche, si espande la libertà. Oltre, interviene il diritto: la cui strada, se si tratta di buon diritto, è sempre preparata dall'etica.

In antitesi con una concezione dell'economia che comporta la riduzione di ogni soggetto alla dimensione di mero homo oeconomicus, credo che ognuno di noi possa testimoniare — in base alla propria esperienza — lo spazio di discrezionalità che nelle scelte economiche è lasciato alla responsabilità del singolo, e quindi all'ispirazione della sua personale coscienza.

Proprio il riferimento a questo spazio di responsabilità induce ad affermare che, se ogni operatore è sempre tenuto ad osservare le regole giuridiche e professionali che guidano la vita democratica e quella economica, il credente non può accontentarsi del rispetto di tali regole. Anche nell'agire economico a lui è richiesto qualcosa di più: un supplemento di generosità, di impegno morale e di attenzione alle ragioni degli altri. Soprattutto nelle scelte che mettono in gioco il rispetto della dignità umana, che è il principio fondamentale da cui derivano i valori democratici – e insieme cristiani – della libertà e dell'uguaglianza.
Giovanni Bazoli
Presidente Banca Intesa

Economia e finanza. Intervento di Giovanni Bazoli
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