Settimana sociale di Bologna (2004)
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Politica e poteri. Intervento di Mario Marazziti

1) Non contare.
Sensazione diffusa nella gente comune di non contare o di contare poco di fronte a grandi temi della vita e della politica. E' una sensazione senz'altro dovuta a più fattori: alla globalizzazione, allo spaesamento che ne consegue, alla fase attuale, diciamo così, di “democrazia televisiva”, e all'attuale forma della vita politica. Anche i nuovi partiti sono nati – come alcune riforme - dall'alto: per questo partiti decisivi nella democrazia italiana sono senza uno statuto democratico. E' forte nel sistema bipolare un appello plebiscitario che ha appeal tra i fautori dell'anti-politica. I partiti storici e la forma-partito come luogo della mediazione sociale e della selezione della classe dirigente dopo una transazione feconda con la società civile sono venuti meno, mentre non sembrano ancora nati i nuovi luoghi dell'incontro e dello scambio tra classi dirigenti e società civile. Il Parlamento stesso ha perso parte della sua centralità, mentre crescono luoghi decisionali “extra-parlamentari”, inclusi i salotti televisivi. Scandali finanziari (Enron, Parmalat) aumentano la sensazione dei “piccoli” di non contare e non essere tutelati. Interi stati e grandi organizzazioni internazionali sembrano avere poca influenza sul reale andamento delle crisi internazionali.

2) Contare.
Eppure, paradossalmente, in una situazione mutata a livello internazionale ( e anche nazionale, perché ormai siamo interconnessi ) proprio la terribile vicenda del terrorismo mostra che come tanti possono fare la guerra, anche tanti possono fare molto per la pace. Che se non è sufficiente un governo, e neppure l'Unione Europea per imprimere una svolta diversa agli avvenimenti internazionali, anche singoli individui, gruppi di persone, associazioni, possono lavorare a creare dei punti di svolta. Possono lanciare messaggi che contrastano la sensazione dello scontro tra le civiltà, possono rappresentare una riserva di coscienza che aiuta a non cadere in semplificazioni e generalizzazioni.
Lo stesso spaesamento connesso alla globalizzazione mi sembra che apre un grande spazio alla società civile e anche ai cristiani: proprio l'assenza di comunicazione, di significati nella vita personale, la necessità di “riconoscersi” che può diventare spinta etnica e di contrapposizione, enfasi dell'iperlocalismo e delle differenze, può anche essere aiutata a crescere verso una riscoperta del rapporto e della dignità della persona, di ogni gruppo e della bellezza e necessità della convivenza.
Parto da un pre-giudizio: che quello che oggi non ha cittadinanza nell'immaginario collettivo o nel discorso pubblico, nelle politiche e nelle regole del confronto e del dibattito può diventare la chiave di volta. Che quello che oggi è escluso e non ha cittadinanza può diventare norma e veicolo di allargamento dei diritti e di cittadinanza anche per chi oggi teme ogni allargamento ed è arroccato nel privilegio. Che non c'è democrazia se non è inclusiva, mentre rischiamo di assistere a un restringimento della democrazia in termini non solo geografici. Che la stessa Unione Europea o è democrazia umanistica e attrattiva per la sua speciale attenzione ai diritti umani e agli esclusi – primo tra tutti un intero continente, l'Africa – o non ha gran ragione di essere come nuovo supermercato e superpotenza economica mondiale.

3) L'attuale scollamento tra discorso pubblico e paese reale verosimilmente non sarà eterno.
Il paese commosso e in preghiera per le due Simone è un paese che ha nostalgia - ma è anche proiettato verso il futuro e ne cerca le occasioni – di un mondo in cui le persone sono persone e non simboli di altro, alleati o nemici da combattere. I cattolici italiani, nel loro complesso, affondano le loro radici e la loro quotidianità nella società civile, mediamente meno immersi nei poteri forti, nel discorso pubblico ufficiale. Possono essere tentati di pensare, anche loro, che è necessario “convertire il principe”, aumentare la propria rappresentanza, ovvero avere mezzi che possano competere con i poteri forti, nell'economia, nelle banche, nell'imprenditoria, nei media. Ma penso che questa possa una strada per la condivisione del potere, non necessariamente per accorciare le distanze con la società civile e per dare rappresentanza a ciò e a chi oggi è escluso.
Proprio la rappresentanza di ciò e di chi oggi è escluso può diventare un volano di novità e cambiamento per l'intera società italiana. Vorrei offrire alcuni esempi:

A) SFIDA CULTURALE.
La descrizione della società e dello scontro in atto come scontro tra civiltà è una grande sfida culturale. E' un grave errore di analisi, perché regala alle frange impazzite dei terroristi interi mondi, miliardi di credenti, e rende ostaggi di una visione bellicista che ingrossa le frange più radicali di tutti gli schieramenti. E' in corso non uno scontro tra civiltà, ma una deflagrazione interna di tutte le culture e di tutti i mondi, dopo l'89, in un globalizzazione che non ha ancora trovato risposte alla libera circolazione degli individui ma solo dei beni e delle transazioni finanziarie, in una vittoria del mercato senza contrappesi, in un sistema che da bipolare non è ancora diventato multipolare e, al contrario, è vieppiù monopolare.
I cattolici italiani, i cristiani possono molto per contrastare capillarmente la rassegnazione alla “cultura del nemico”. Possono fare molto nella predicazione domenicale, nella vita quotidiana, nella creazione di momenti di incontro che svuotano nel profondo la contrapposizione e pongono le basi per una società in cui la persona è di nuovo portatrice di diritti e di valori. Una sfida culturale.

B) IL MONDO CHE NON ESISTE RIMESSO AL CENTRO.
La cooperazione allo sviluppo sparita, inghiottita non solo dalla legge finanziaria italiana che ha dovuto correggere due anni di annunci ad effetto in extremis, è il segnale di un mondo che va da un'altra parte. La Chiesa italiana e i cattolici italiani nel loro complesso possono decidere che questo è un terreno prioritario. Gli impegni ad arrivare allo 0,30 subito disattesi e oggi arrivati a un imbarazzante 0,17 che, se depurato dei finanziamenti per la cooperazione multilaterale, scendono sotto allo 0,10 per cento in interventi diretti, rappresentano uno scandalo. Come il mancato pagamento della rata per il fondo globale per la lotta all'AIDS voluto fortemente dall'Italia al G8 e che proprio per questo vede l'Italia con un seggio permanente nel Consiglio che deve amministrare il fondo. Il mancato rispetto di questo impegno internazionale da parte italiana e dei paesi più sviluppati del mondo ha tolto ogni anni da 50 a 100 miliardi di dollari annui allo sviluppo, mille miliardi in 10 anni che non ci sono mai stati. Al tempo stesso, un miliardo di dollari al giorno di sussidi per l'agricoltura dei paesi sviluppati quando il 70 per cento degli abitanti del mondo vivono in aree rurali e un miliardo con meno di un dollaro al giorno, e il calo dei prezzi dei 18 prodotti agricoli più esportati del mondo (cacao, caffè, etc) dicono molto delle crisi sociali, dei conflitti etnici e delle guerre che attraversano Africa e altri paesi del Sud del mondo. Per questo una battaglia almeno per rimuovere il protezionismo agricolo a livello mondiale è qualcosa che alla fine tocca tutti noi: perché riduce guerra, sottosviluppo, migrazioni, rischio di diventare manovalanza a basso presto per bande terroriste.

Una proposta: senza andare a toccare la delicata questione delle privatizzazioni, si può andare a incidere sul fatto che nel nostro pianeta 4 miliardi di persone sono effettivamente escluse dall'economia globale perché prive di qualsiasi titolo di proprietà, pur avendo titoli su terra e abitazioni, considerati “capitale morto” nel commercio mondiale e inesistenti ai fini del credito e dell'investimento. Si potrebbe pensare, come suggerito dalla Commissione Mondiale sulla Dimensione Sociale della Globalizzazione, a una “legalizzazione dei diritti di proprietà de facto” per i diritti individuali di base e creare legali interlocutori per enti economici e attività di impresa.

C) ANZIANI E IMMIGRATI.
Nel mondo che non esiste o che non conta in Italia ci sono due grandi capitoli e sono quelli degli anziani e degli immigrati. Ed è qui che la società civile, l'associazionismo possono indicare strade ignorate dalla politica, percorribili e vincenti.

Anziani. Questione nazionale che non è ancora avvertita come tale se non come problema per lo squilibrio del sistema previdenziale. E' un terreno su cui si gioca l'imbarbarimento o meno della nostra vita quotidiana. Il dimagrimento dello stato sociale – senza un cambiamento culturale radicale e senza il cambiamento dei modelli di intervento sociale - rischia di scaricare solo sulle famiglie o sugli anziani stessi il peso del maggiore bisogno di cure e di assistenza.

L'istituzionalizzazione già oggi rappresenta con la ospedalizzazione incongrua la risposta residuale, economicamente insostenibile, che spesso scende sotto la soglia di ogni decenza e rispetto della dignità umana. In ogni caso rappresenta una perdita secca di relazioni e coesione sociale e familiare e la ratifica dell'età in più, dell'età più lunga non come chance ma come handicap, peso, maledizione.

Il momento della crisi estiva ( ma anche invernale, anche se non ci sono i dati ) ha creato una prima consapevolezza nazionale su cui lavorare. E occorre cambiare il modello di società. A casa è meglio, offrire i mezzi, la rete di servizi e sostegno per rimanere a casa propria anche quando non si è più completamente autosufficienti è un risparmio dal punto di vista del budget sanitario e l'unica strada percorribile per rispettare la dignità della vita, anche la nostra, da anziani. La riconversione delle grandi strutture in strutture familiari e vivibili è un segnale che è già venuto anche dai cattolici italiani. Ma è una battaglia culturale e civile di grande impegno.

D) Gli immigrati non sono una emergenza. Sono un dato.
Centottanta milioni di migranti nel mondo stanno a dire che si tratta di un dato di fatto con cui convivere, come una delle caratteristiche di questo XXI secolo globalizzato. Non c'è tempo qui per le analisi, che porterebbero a scoprire una ovvietà: che non c'è alcun boom economico in Occidente che non si sia accompagnato anche in tempi recenti all'apporto di immigrati, e che anche in Europa i paesi in grado di gestire al meglio la presenza di immigrati hanno potuto contare di più e di più conteranno, che in Italia non c'è alcuna soluzione possibile allo squilibrio della piramide delle età nel mondo del lavoro se non un consistente numero di immigrati, da 150mila a 250mila all'anno, regolari e aiutati ad esserlo da leggi che favoriscono l'integrazione e non da strumentalizzazioni politiche che creano allarme sociale, contrapposizione, che fanno essere “clandestini” per anni, praticamente, quasi tutti quelli che oggi sono regolari in Italia. Non è molto intelligente chiamare e trattare da clandestini un milione e mezzo di stranieri che oggi sono tutti naturalmente regolari e che hanno diritto, già, in buona parte, ad essere immigrati stabili e nuovi cittadini.

Qui l'attuale legge, Bossi-Fini, che ha indurito un impianto già esistente nella Turco-Napolitano, pecca radicalmente nella creazione della figura dell'immigrato sempre provvisorio, e solo finché è lavoratore. Legittima l'idea dell'immigrato come male minore o peso necessario per un periodo, per trarne i vantaggi possibili senza gli svantaggi di una permanenza prolungata. Favorisce diffidenza, criminalizzazione nei momenti di crisi, estraneità, conflitto sociale. Tutto ciò è miope e contrario all'interesse nazionale, oltre che insostenibile alla prova dei fatti. Lo mostrano i dodici mesi necessari alle questure per rinnovare un permesso di dodici mesi e l'assurdo limbo in cui ormai gran parte degli immigrati vive. Anche qui è stato individuato un varco: quello delle badanti, attraverso cui la Comunità di Sant'Egidio e le ACLI da sole, all'inizio, hanno chiesto una regolarizzazione degli irregolari: erano le famiglie italiane e gli anziani a chiederlo. Il varco si è aperto, perché c'era, bastava vederlo, senza occhiali ideologici. E siamo arrivati alla regolarizzazione di 700mila immigrati, oggi regolari. Il nuovo varco è quello della cittadinanza italiana. A partire dai bambini nati in Italia, figli di immigrati sul territorio italiano da almeno, ribaltando un'impostazione fondata sullo ius sanguinis, per passare allo ius soli. Cittadinanza italiana per i bambini anche non nati in Italia ma che frequentino la scuola dell'obbligo, con almeno sei anni di scuola italiana (quanti sono gli anni per la carta di soggiorno), e una procedura meno penalizzante degli attuali dieci anni più un paio per gli adulti regolarmente in Italia. E' una proposta di legge che abbiamo fatto, che va nel senso di un paese cambiato, da paese di emigrazione a paese di immigrazione, e che oggi può diventare l'inizio di una fase nuova.

Si potrebbe continuare. Ma l'unica cosa che penso comunque di dover aggiungere è quello che mi sembra unificante negli esempi e nei terreni di cambiamento qui evocati: uno dei segreti del successo è nella capacità di tenere insieme la complessità. Di non parlare solo ai propri, agli amici, di fare proprio il linguaggio e le ragioni dell'altro e di trovare la strada per scoprire assieme che una società a misura di deboli e di esclusi è più sicura anche per chi è incluso da sempre.

C'è una convergenza, un mix di impegno culturale, capacità di comunicare con l'opinione pubblica, di immaginare un pezzo di società civile come potrebbe essere, di sinergia e convergenza tra diversi settori della società e dell'associazionismo, che occorre essere in grado di far crescere. Occorre resistere a luoghi comuni che sembrano verità solo perché non ci sono altri luoghi in cui far risuonare un pensiero diverso con forza simile, costruendo alternative. E' stato possibile, nella mia esperienza, rispetto alla cura dell'AIDS in Africa, ritenuta impossibile e addirittura non necessaria, con 24 milioni di persone infette dal virus HIV-AIDS e senza terapia. Come sapete, il programma cui abbiamo dato vita con il nome di DREAM oggi si è mostrato il programma più efficace in tutta l'Africa sub-sahariana per la terapia dell'AIDS e si sta diffondendo in molti paesi africani e nella comunità scientifica internazionale come un modello di sanità leggera, compatibile, a costi compatibili, in grado di formare personale sociale e sanitario in tempi compatibili con l'aggressività dell'epidemia anche in paesi con sistemi sanitari privi di quasi tutto. Era falso che la terapia era impossibile o non necessaria, anche se era un falso d'autore, sostenuto al grido di “solo prevenzione” da tutti i governi occidentali e africani, dalle agenzie internazionali, ONU in testa.

Solo che le verità inaccettabili - e che non sono verità – semplicemente non sono da accettare. La capacità di incidere nella politica e nei poteri nasce da qui. Anche se non ci sono poteri forti. Anche se non ci sono finanziamenti. Anche se l'Italia continua a figurare ancora tra i paesi che non hanno contribuito finanziariamente neppure a questo progetto, che è un primato italiano a livello internazionale.

L'alternativa, per quanto faticoso sia, non è impossibile. Con questo spirito i cattolici italiani possono lavorare anche nei prossimi anni. Nell'interesse di tutti.
MARIO MARAZZITI
Comunità di S. Egidio

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