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Omelia del cardinale Antonelli a Barbiana nel 40° anniversario della morte di don Milani

Testo integrale dell'omelia del cardinale Ennio Antonelli a Barbiana per il quarantennale della morte di don Lorenzo Milani (26 giugno 2007)

Parole chiave: don lorenzo milani (30), barbiana (16)

Saluto il clero, i fedeli, le autorità e tutti i presenti. Siamo saliti a Barbiana nel 40° anniversario della morte di don Lorenzo Milani. Il Vescovo e il presbiterio della Chiesa fiorentina con questa celebrazione intendono onorare la memoria di un grande sacerdote fiorentino.
Un prete che in vita ha avuto forti tensioni con il Vescovo e con molti altri preti. Allora non era facile capire don Milani, ma con il tempo si chiariscono e si sono chiarite diverse cose. E oggi, Vescovo e presbiteri siamo tutti concordi nel riconoscere il valore evangelico della sua testimonianza e il suo profondo radicamento ecclesiale.

Don Milani amava appassionatamente la Chiesa.
Scriveva don Raffaele Bensi, il suo confessore e direttore spirituale: «Sia chiaro che lui della Chiesa, del Vescovo, era innamorato, un innamorato folle».
Colui che ha lanciato, specie in campo militare, lo slogan “l'obbedienza non è più una virtù”, nei confronti delle autorità ecclesiali era obbedientissimo e spiazzò più volte i suoi estimatori che in certe circostanze si sarebbero aspettati da lui la ribellione.
«In questa religione» - scrive - «tra le tante cose, importantissimo, fondamentale, c'è il sacramento della confessione dei peccati, per il quale, quasi per quello solo, sono cattolico. Per avere continuamente il perdono dei miei peccati. Averlo e darlo. Il più piccolo litigio che io avessi con la Chiesa, perderei questo potere: di togliere i peccati agli altri e di farli togliere a me. […] Non si riuscirà mai a trovare in me la più piccola disobbedienza, proprio perché, prima di ogni altra cosa, mi premono i sacramenti. E nessuno riuscirà a farmi disobbedire. Il primo ordine che il Vescovo mi dà, se lui mi sospendesse eccetera, io mi arrendo immediatamente, rinuncio alle mie idee Delle mie idee non mi importa nulla, perché io nella Chiesa ci sto per i sacramenti, non per le mie idee».
Desiderava essere ascoltato, certo; desiderava il dialogo. Portava avanti con forza le sue idee. Suscitava dibattiti e conflitti. Ma alla fine era sempre prontissimo all'obbedienza. Nella Chiesa trovava i sacramenti; specialmente la confessione. E personalmente si confessava spessissimo, anche più volte alla settimana. Ed era disponibile sempre, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, a confessare un altro e a dirgli “Inginocchiati”.

Come mai questa centralità del sacramento della confessione?
Lorenzo Milani era assetato di verità, di assoluto, di dedizione incondizionata, di perfezione.
L'ideale assoluto lo incontrò in Cristo al momento della sua conversione. Dice don Bensi: «Da quel giorno di agosto fino all'autunno, si ingozzò letteralmente di Vangelo e di Cristo. Quel ragazzo partì subito per l'assoluto, senza vie di mezzo. Voleva salvarsi e salvare, ad ogni costo. Trasparente e duro come un diamante, doveva subito ferirsi e ferire». «Chiedeva tutto, esigeva il massimo, la perfezione; in questo, se si vuole, era anche un po' disumano. Ma io so che pagava per primo, che non si concedeva indulgenze, e quel che chiedeva alla Chiesa e al Vescovo lo chiedeva per amore». Fin qui don Bensi.
«Voleva salvarsi e salvare»; «Doveva subito ferirsi e ferire». A questo lo spingeva la passione dell'Assoluto.
Quanto a se stesso, essendo consapevole dei suoi difetti («So di aver fatto infinite cose buone e altrettante cose cattive»), ritrovava, nonostante tutto, la sua serenità e fiducia di vivere, attraverso la confessione. «Il sacramento della Confessione è quella meravigliosa istituzione per cui il cristiano può vivere più sereno e ottimista degli altri».
Senza questo sacramento, veicolo della misericordia infinita di Dio, gli sarebbe riuscito impossibile vivere al cospetto dell'Assoluto.
Abbiamo ascoltato nella I lettura, dalla prima lettera di San Giovanni apostolo: «Dio è luce e in lui non ci sono tenebre […] Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa […] Abbiamo un avvocato giusto presso il Padre: Gesù Cristo giusto».

Don Milani è innanzitutto un grande uomo di fede. Una fede lucida, esigente, senza alcuna superficialità, senza mezze misure. Si spiega così come la sua conversione coincidesse con la sua decisione di diventare prete. Si spiega così la sua concentrazione spirituale sulla Messa. «Ricordo com'era trasfigurato» - ebbe a dire don Bensi. Si spiega così la sua appassionata azione evangelizzatrice ed educativa.
Ascoltiamo ancora don Bensi. «Era un cristiano, ma anche un ebreo: un piede, a suo modo, nel Vecchio Testamento l'ha sempre tenuto. Di qui il suo rigore, le sue collere, la sua spaventosa intransigenza». Penso che a lui si possano bene applicare le parole che Gesù, come abbiamo udito nel Vangelo, rivolse a Natanaele: «Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità».
Esigeva trasparenza e coerenza da sé e dagli altri; combatteva con durezza i maestri di menzogna e chiunque si adagiava nella mediocrità, «chi mirava basso»..

A San Donato fu dolorosamente colpito dalla incoerenza religiosa dei parrocchiani. Non vedeva differenze nel vissuto quotidiano tra praticanti e non praticanti e non credenti, tra democristiani e comunisti: li trovava tutti materialisti e rivolti agli interessi e piaceri immediati. Vedeva, sotto le forme e le devozioni della religiosità popolare, una sostanziale mancanza di fede. Se la fede non cambia la vita non è fede. Intuiva l'urgenza di quella che poi sarebbe stata chiamata da Giovanni Paolo II “la Nuova Evangelizzazione”.
In un primo momento tentò di rinnovare la catechesi su base biblica. Ma presto si accorse che, per preparare all'accoglienza del messaggio cristiano, bisognava dare la precedenza alla promozione umana, attraverso una seria istruzione. «Come evangelizzatore il prete non può restare indifferente di fronte al muro che l'ignoranza civile pone fra la sua predicazione e i poveri».
Di qui nasce il suo singolarissimo impegno per la scuola, che per lui diventa anch'essa in qualche modo un assoluto.
Scuola mirata innanzitutto a dare dignità ai poveri. In nessun modo da strumentalizzare, neppure in vista del Vangelo. Servizio disinteressato rivolto a tutti.
Per quanto riguarda la fede, si limitava ad aprire degli spiragli, con il porre le grandi domande, con il “turbare le coscienze” , come diceva lui. Ma era soprattutto il contatto personale con lui che diventava proposta di fede,anche se non se ne parlava esplicitamente.
Questo metodo non è certo generalizzabile. E', se vogliamo, anche discutibile. Ma è fuori discussione che l'impegno di promozione umana di don Milani deriva dal suo essere cristiano e dal suo essere prete. La sua battaglia culturale e sociale non è legata alle ideologie. Per lui il comunismo – sono sue parole – «non vale nulla. E' una dottrina senza amore. Una dottrina che non è degna di un cuore di giovane. Avesse almeno avvincenti realizzazioni. Ma nulla!». Resta vera la dichiarazione di sua madre: «Se non si comprenderà realmente il sacerdote che Lorenzo è stato, difficilmente si potrà capire di lui anche il resto».

Don Milani era prete e voleva sentirsi in piena comunione con il vescovo e la Chiesa. Per questo chiedeva insistentemente al Card. Florit una forma di riabilitazione pubblica. «Se non mi onora oggi» - scriveva - «con un qualsiasi atto solenne, tutto il mio apostolato apparirà come un fatto privato, qualcosa di simile all'opera di un pastore protestante. Ma io non lo sono stato e lei lo sa!».
«Non le chiedo di dire ai seminaristi e ai miei due infelici popoli che questa mia è la santità, che questa è la ricetta unica dell'apostolato, che tutto il resto è errore. Le chiedo solo di dire ai seminaristi e ai miei due infelici popoli che nella chiesa del Padre multae mansiones sunt e che una di esse, generosa e ortodossa, è stata quella del prete che lei ha fino ad oggi implicitamente insultato e lasciato insultare». Non pretende che la sua esperienza sia l'unica e neppure la migliore. Ma che sia riconosciuta autentica, accanto a tante altre. Ammette la varietà e la legittimità di pluralismo nella comunione ecclesiale.
Anche il suo libro esperienze pastorali rivela il suo profondo senso di Chiesa pur nella critica aspra alla prassi pastorale. Scriveva all'editore: «Temo che il libro così com'è sia atto solo a generare un equivoco che mi dispiacerebbe molto. E cioè un cieco entusiasmo in una quantità di giovani preti e seminaristi poco pensosi e poco abituati alla critica e al controllo. Mi pare di vederli accettare ogni mia frase come Vangelo e l'opera intera come una ricetta infallibile e brevettata per risolvere tutti i problemi dell'ora» (Lettera all'editore).
In certo modo egli stesso si rende conto del carattere unilaterale di certe sue posizioni e mette in guardia nei confronti di esse.
Se usava i toni forti, non era solo per il suo carattere passionale, ma perché (come scrive egli stesso alla madre) altrimenti non sarebbe stato ascoltato.

La Chiesa fiorentina convocata oggi qui a Barbiana con il Vescovo e il presbiterio, riconosce pubblicamente l'autenticità e la grandezza di questo suo prete.
Rende grazie a Dio per questo «diamante trasparente e duro», che si è ferito e ha ferito, ma per amore di Cristo, dei poveri e della Chiesa stessa.

Omelia del cardinale Antonelli a Barbiana nel 40° anniversario della morte di don Milani
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