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Dal n. 18 dell'11 maggio 2003

Armeni, lo sterminio di un popolo

Il popolo armeno spetta il triste primato del primo genocidio del XX secolo. La sua pianificazione avviene tra il dicembre del 1914 e il febbraio del 1915 con l'aiuto di consiglieri tedeschi, alleati della Turchia durante la prima guerra. L'obiettivo era quello di risolvere alla radice la questione degli armeni, popolazione cristiana che guardava all'occidente assorbendo ideali di Stato contrari a quelli nazionalisti, basati sulla omogeneità etnica e religiosa, che ispiravano l'azione di governo dei Giovani Turchi. Il tema è di attualità anche per l'uscita del film «Ararat» e per alcune iniziative della regione Toscana.
DI ANDREA FAGIOLI

Armeni, lo sterminio di un popolo

di Andrea Fagioli
Il popolo armeno spetta il triste primato del primo genocidio del XX secolo. Con il termine «genocidio», coniato da un giurista americano nel 1944 e successivamente fatto proprio dalla Convenzione dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite, si definisce l'intenzione di distruggere una parte o tutto un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso attraverso uno o più atti criminali. Una definizione, questa, che mette in risalto non tanto la volontà omicida in sé, quanto quella di eliminare una cultura «diversa». Così è stato per gli ebrei e ancor prima per gli armeni il cui genocidio si compie nel quadro del primo conflitto mondiale nell'aerea dell'ex impero ottomano ad opera del governo dei Giovani Turchi al potere dal 1908.
La pianificazione avviene tra il dicembre del 1914 e il febbraio del 1915 con l'aiuto di consiglieri tedeschi, alleati della Turchia durante la prima guerra. L'obiettivo era quello di risolvere alla radice la questione degli armeni, popolazione cristiana che guardava all'occidente assorbendo ideali di Stato contrari a quelli nazionalisti, basati sulla omogeneità etnica e religiosa, che ispiravano l'azione di governo dei Giovani Turchi.

Nella memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, morirono i due terzi degli armeni dell'Impero Ottomano, circa un milione e mezzo di persone, mentre molti bambini furono islamizzati e le donne inviate negli harem nel tentativo di cancellare la comunità armena come soggetto storico, culturale e soprattutto politico. Ma così non è stato: gli armeni, con la loro grande cultura, sono sopravvissuti.

Per un «diritto alla memoria», il Consiglio regionale della Toscana ha voluto dedicare una Giornata di studi sull'Armenia (martedì 6 maggio), con una serie di interventi di studiosi e l'inaugurazione della mostra documentaria dedicata ad Armin Theophil Wegner, intellettuale tedesco, scrittore, fotografo, testimone oculare dello sterminio del popolo armeno.

«Riconoscere l'esistenza del genocidio degli armeni – ha spiegato il presidente del Consiglio regionale, Riccardo Nencini – significa pagare un debito con la storia che non può ignorare una pagina così tragica».

«L'Armenia, oggi – a giudizio dello storico Franco Cardini –, rischia infatti il genocidio culturale, il genocidio della memoria. Eppure dagli armeni dovremmo imparare che una identità forte come la loro si mantiene restando fedeli a due doti: la fede cristiana (con una particolare teologia, una particolare liturgia e soprattutto una particolare mistica) e il rapporto di simpatia, amicizia e collegamento con il mondo occidentale. Il 27 gennaio non bisogna ricordare solo la Shoah, ma tutti i massacri e tra questi lo sterminio del popolo armeno. Con la commemorazione esclusiva dell'Olocausto degli ebrei – ha concluso Cardini – si appiattisce la Giornata della memoria».

L'iniziativa del Consiglio regionale per gli armeni è la prima di una seria indirizzata a riscoprire i lati più drammatici della storia, poco conosciuti o spesso taciuti, e i drammi di popoli scomparsi o rimasti vittime di tragedie.

Tra libri e film
Alessandro Michelucci
Sulla tragedia dimenticata del popolo armeno sono usciti recentemente alcuni libri di notevole interesse. Il primo è «Pietre sul cuore» (Sperling & Kupfer), una toccante testimonianza di Alice Tachdjian. L'autrice, nata da genitori armeni scampati al genocidio, ha sposato un italiano e vive in provincia di Ravenna. Nel libro racconta la storia della madre Varvar, che all'età di sei anni visse in prima persona quella tragedia. Scampata al massacro, la protagonista raggiunse la Grecia e infine la Francia, che divenne così la sua nuova patria. Oggi sono quasi mezzo milione gli armeni che vivono nella repubblica transalpina.
L'editore Rizzoli ha pubblicato invece «Gli Armeni. 1915-1916: il genocidio dimenticato» di Yves Ternon. L'opera (pp. 428, 20 euro), già ben nota in Francia, ha impegnato l'autore per molti anni, durante i quali Ternon ha raccolto testimonianze di prima mano e documenti rari o dimenticati. Grazie a questa attenta ricerca il libro si rivela uno strumento fondamentale per conoscere questa drammatica pagina di storia.

Ternon è un medico francese che dal 1965 studia il genocidio armeno e quello ebraico. In Italia è noto per il libro «Lo stato criminale. I genocidi del XX secolo» (Corbaccio, 1997). Come molti altri, considera la tragedia degli Armeni il primo genocidio del ventesimo secolo, ma in questo modo dimentica quello degli Herero e dei Nama, indigeni della futura Namibia, che furono sterminati dall'esercito tedesco fra il 1904 e il 1905.

Un'opera complementare a quella di Ternon è «La vera storia del Mussa Dagh» (Guerini Associati), dove Flavia Amabile e Marco Tosatti si concentrano sui 45 giorni di resistenza che alcuni villaggi armeni cercarono invano di opporre all'esercito turco. Il libro è particolarmente prezioso in quanto offre per la prima volta alcuni rari documenti armeni tradotti in italiano.

Il rinnovato interesse per il tema in questione, comunque, non si esprime soltanto nei libri, ma anche attraverso il cinema. Lo dimostra «Ararat», il film di Atom Egoyan che è uscito nelle sale italiane alla fine di aprile. Espressamente dedicato al genocidio, questo film è l'opera più ambiziosa del celebre regista armeno-canadese. Nato e cresciuto in Canada, Egoyan ha scoperto le proprie radici culturali a 18 anni. L'idea di realizzare un film sul genocidio è nata nel 1994, in seguito all'incontro con l'attrice armena Arsinée Khandjian. Il film narra, attraverso i ricordi dei protagonisti, la tragica esperienza di questo popolo. Un artista che dipinge il ritratto della madre, un regista che gira un film autobiografico, una ragazza che cerca il padre scomparso: questi e altri i frammenti di storie personali che si intrecciano nel film componendo un mosaico della memoria.

Presentato al Festival di Cannes nel 2002, «Ararat» ha scatenato dure reazioni da parte della Turchia, che ha sempre negato il genocidio. L'ambasciata turca di Parigi ha sottolineato il pericolo che si «confondesse la realtà con la finzione scenica». Del resto, non era la prima volta che la questione determinava frizioni diplomatiche fra i due paesi: all'inizio del 2001, quando il Parlamento francese aveva riconosciuto all'unanimità il genocidio, Ankara aveva risposto minacciando ritorsioni economiche nei confronti di Parigi.

La Francia, comunque, non accenna a cambiare rotta. Il 24 aprile, vicino al Grand Palais di Parigi, è stata inaugurata una statua di bronzo che raffigura Komitas, sacerdote e compositore armeno che fu testimone oculare del genocidio. Il monumento, disegnato e realizzato dallo scultore armeno David Yerevantsi, è stato scoperto proprio mentre milioni di armeni sparsi in tutto il mondo commemoravano una tragedia che molti continuano a ignorare, se non addirittura a negare.

Nelle pieghe della storia: il film «ARARAT»

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