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Dal n. 30 del 31 luglio 2005

Concorso «I giovani e l'amore»

E' Stefania Tascini, 26 anni, di Campi Bisenzio (Fi), con «Sono giovane e voglio divertirmi», la vincitrice del nostro concorso letterario «I giovani e l'amore», promosso in occasione della XX Giornata mondiale della gioventù a Colonia. Riceverà in premio un abbonamento annuale a Toscanaoggi. Ecco il racconto che ha vinto e gli altri selezionati.

Concorso «I giovani e l'amore»

E' Stefania Tascini, 26 anni, di Campi Bisenzio (Fi), con «Sono giovane e voglio divertirmi», la vincitrice del nostro concorso letterario «I giovani e l'amore», promosso in occasione della XX Giornata mondiale della gioventù a Colonia. Riceverà in premio un abbonamento annuale a Toscanaoggi. Ecco il racconto che ha vinto e gli altri selezionati.

Il vincitore
«Sono giovane e voglio divertirmi»
Dopo l'ultima memorabile ubriacatura che Giulio aveva preso, la testa, sosteneva lui, non gli era tornata più a posto. Non era tanto per la quantità spropositata di birra e rum e pera che si era bevuto in quella notte brava, quanto per la persona che lo aveva riaccompagnato a casa, di cui si ricordava davvero molto poco…ma quel poco…

Anche se per Giulio si trattava della parte finale di una domenica trascorsa per la maggior parte del tempo a dormire, un'oretta a preparare l'esame di Diritto privato e poi a seguire il Motomondiale insieme al suo amico detto il Fippa, in realtà erano le tre di lunedì mattina e lui si trovava ancora abbarbicato sopra lo sgabello davanti al bancone dell'Irish pub, ripiegato in due dalla debolezza che incalzava in tutto il suo corpo. Augusto, lo aveva piantato lì, probabilmente perché aveva pensato che avrebbe concluso la serata con Dora, la ragazza che lavorava al bancone e che era la tipa che da due mesi a questa parte aveva iniziato a frequentare. Innamorato era una parola grossa.… Ci aveva pensato e anche molto, ma tutto questo implicava una serie infinita di domande, che alla fine Giulio si sentiva come soffocare dalla pesantezza, dalla noia. Gli sembrò molto più semplice lasciar perdere tutte quelle questioni inesprimibili che ogni tanto sopraggiungevano ad annoiarlo. «Sono giovane e voglio divertirmi». Questa era la frase canonica che ripeteva solitamente quando raccontava al Fippa l'interessante relazione tra lui e Dora.

Ma Dora, quella sera, non lo aveva nemmeno considerato; finito il suo turno, l'aveva lasciato lì come un mammalucco e lui non aveva detto pio. Finalmente si rese conto che era giunta l'ora di tornare a casa. Si sentiva poco stabile, ma doveva incamminarsi…Dove? Mah…pensava, a casa… E da che parte? Era sempre più perplesso. Fece mezzo metro di strada… quando… Bum! Cadde a terra. «Non ce la faccio».

Poi, però, si era fermata una macchina ed era sceso un uomo…
Quel tizio… Fulvio, doveva essere questo il nome, mentre lo riaccompagnava a casa, gli doveva aver raccontato un sacco di cose... che non riusciva a ricordare. Solo che, di punto in bianco, quello se ne era uscito con una frase che, tac, gli si era inserita nella memoria. E gliela aveva detta così… così in modo convincente che, per un attimo, gli sembrò di sentirsi riavere e percepì una tranquillità (e al tempo stesso una ferma sicurezza e stabilità), che nemmeno tutto il fumo che amava condividere, quasi come fosse un rito, con i suoi amici era arrivato a tanto.

«Giulio, ma tu ti devi realizzare nell'amore!!».

Ormai erano passati a dir poco una quindicina di giorni e questa frase continuava a rimbalzare quasi fosse una pallina pesante rumorosa e fastidiosa, fra i suoi pensieri. Insomma una paranoia indescrivibile.

Adesso si trovava in camera sua. Il ventilatore era acceso per il caldo insopportabile e le cicale fuori non la smettevano di gracchiare. Seduto alla scrivania, chino su qualche articolo del Codice Civile, si alzò. Era in mutande e si mise davanti allo specchio. Cominciò a osservarsi quasi non fosse la sua l'immagine che gli si proiettava davanti. Una figura statuaria e ben messa di ragazzo. Questo rifletteva lo specchio. E lui, di rimando, si lisciava gli zigomi e si guardava sospettoso mentre si era lasciato travolgere da quel vortice di questioni insolubili: Chi sono io? Voleva smettere ma non ci riusciva a scacciare questa domanda. Anzi a raffica e senza pietà riprese a rimbalzare con più violenza quella pallina che ormai non lasciava più tregua alla sua tranquillità. «Realizzarsi nell'amore. L'amore. È un assurdo. E poi cosa c'entra…che fissazione…che nausea, non ho ancora smaltito l'alcol». Ma intanto i pensieri continuavano a inondarlo. Iniziò a osservare dallo specchio, il paesaggio che la finestra gli permetteva di vedere, il suo paese, aveva sempre abitato lì. È una sensazione sgradevole camminare nei posti in cui hai sempre camminato e sapere di essere diventato un altro ma senza sapere bene, né chi, né come. Senza che ci fosse qualcosa che lo potesse coinvolgere… coinvolgere davvero… Era proprio questa la sensazione giusta? Non lo sapeva nemmeno lui.

Certo è, che dentro di sé, percepiva un senso di insoddisfazione. E l'amore? Dora… Era lei l'amore, era l'impossibile che combinavano? Era il lavoro di promettente avvocato? Erano le vacanze passate a lavorare? Erano una settimana a Ibiza a fine agosto? Il suo orizzonte di pensieri andò ad investire il mondo intero... l'economia, i fatti di cronaca, i grandi eventi… le persone di ogni giorno che sbadatamente incontrava per strada… E tutto in relazione a quella parolina che, in quel momento Giulio ne fu consapevole, non aveva mai considerata tanto importante.
«Sto toccando il fondo della mia precarietà», concluse attonito.

Assorto in questi pensieri, diritto come un fuso davanti allo specchio, si senti chiamare.

«Giulio! Giulio!» Era sua madre.

«In soggiorno c'è don Fulvio…il prete!. Ti sta aspettando». Continuò con aria un po' stralunata e ironica: «Da quando in qua ti fai amico dei preti?»

«Don… don… Don Fulvio», balbettava tra sé e sé.
Si vestì di corsa. Scese le scale. «Qui la confusione ha iniziato a regnare sovrana», si ripeteva.

Invece era vero. Si ritrovò di fronte un uomo sulla cinquantina, alto quanto lui. Portava il tao e il collarino bianco.

«Ciao Giulio! Ti senti meglio adesso?» Incalzò cordialmente l'uomo.

Rispose con un mezzo sorriso e una mezza smorfia, a distanza dalle scale.

«Avrei bisogno di una mano per un lavoretto che fa proprio al caso tuo!» Don Fulvio sorrise.

D'improvviso tutti quegli interrogativi pungenti in Giulio si fecero più dolci, anzi si lasciò andare al loro ritmo quasi gradevole. Sorrise anche lui a don Fulvio, un po' in imbarazzo e si grattò la testa.

«Va bene», rispose timidamente. «Posso farle due o tre domande, mentre l'aiuto a fare quel lavoretto?”

«Certo!» Scandì bene Fulvio, «Allora rimani da me a cena! Stasera Nilde, la mia Perpetua, prepara la pizza!»
Intanto Giulio aveva sceso le scale per andare a stringere la mano a don Fulvio.

«Grazie di tutto!» Gli uscì fuori dalla bocca
E don Fulvio, sorridendo, gli tirò un bello scappellotto sulla guancia.

«Andiamo campione!» E si avviarono insieme.
Stefania Tascini
26 anni - Campi Bisenzio (Fi)

Gli altri racconti selezionati
La vetta più bella
"Quattro amici scalatori si ritrovarono un giorno ai piedi di una catena montuosa e qui si divisero: ognuno seguì un proprio sentiero.

Il primo dei quattro amici non cominciò neanche a scalare le montagne che imponenti gli si ergevano davanti: era infatti convinto che il sentiero per arrivare in vetta sarebbe stato troppo faticoso e fonte di sofferenze, fisiche e mentali. Con queste motivazioni decise di lasciare le montagne.

Il secondo scalatore, invece, appena lasciatosi dai compagni, si incamminò a passo svelto lungo il percorso tracciato per scalare le montagne. Non fece in tempo ad arrivare sulla cima del primo monte, che già era in cammino verso la seconda. Per lui l'importante non era riuscire a raggiungere una vetta e godersi lo spettacolo, le emozioni che essa dava: lui voleva solo toccare tutte le vette. Finito il tour di tutti i picchi, si rese conto di non aver visto niente ma era fiero di poter dire di averli toccati tutti.

Il terzo di quei quattro amici, raggiunta la prima cima, capì che per lui quella era la più bella. Non sapeva come fossero le altre, ma senza vergogna riconosceva la sua impossibilità di scalarle: non poteva perchè o troppo alte, o troppo irte e non possedeva le capacità e la tecnica per raggiungerne le sommità. Di questo però era felice: quella sarebbe stata la sua montagna, la più bella ai suoi occhi.

Il quarto scalatore, infine, cominciò la scalata ma non arrivò mai in vetta: non ci riusciva! Prendeva sentieri ciechi, si ritrovava sui bordi di scarpate: tutte cose che non dipendevano da lui ma dalla sfortuna!La sua voglia di vedere la cima era però così tanta che non si perse d'animo: sapeva che prima o poi la Provvidenza avrebbe avuto la meglio sulla sua sfortuna.Dopo molti tentativi, infatti, arrivò sulla cima e si accorse di essere sulla cima più alta.La fatica era stata tanta ma non vana: la felicità e le sensazioni di quel momento l'avevano completamente cancellata".

E' così che siamo noi giovani: alcuni passano di vetta in vetta; altri arrivano all'amore e, felici, lo tengono stretto; altri ancora, come il quarto scalatore, ci arrivano con fatica ma forse poi capiscono più degli altri la bellezza e l'importanza di questo sentimento; e infine, purtroppo, ci sono altri ancora che rifiutano l'amore, in quanto generatore di sofferenza.La mia speranza è quella che tutti i giovani seguano le tracce lasciate dal terzo e quarto scalatore: solo per quei sentieri si giunge alla cima!
Claudia Segato
18 anni - Capalbio (Gr)

La ballerina del Carillon
Era un giorno qualunque quello del venti ottobre di cinque anni fa. Una giornata d'autunno con i suoi alberi spogli, le sue giornate corte, l'aria invitante che solletica la pelle.
Un giorno qualunque eppure così indimenticabile da attirare la mia attenzione sul calendario, anno dopo anno. Cosa successe di così importante? Conobbi lui.

Lui che non era il ragazzo che avevo sempre sognato, quello per cui avrei fatto follie.

Non era tutto questo, eppure, mi ha fatto innamorare.
M'innamorai dei suoi gesti, delle sue parole, delle sue abitudini, dei suoi silenzi.

“Voglio avere una vita con te” – mi ripeteva sempre.
E io sognavo, immaginavo, desideravo, volevo.
Tutti mi consigliavano di lasciar perdere, di non fissarmi su una storia nata sulle verità bugiarde di un mondo virtuale, ma quello che sentivo per Lorenzo era un sentimento talmente forte da essere sordo alle parole della gente.

Non ho mai capito la malata diffidenza per il mondo virtuale e non lo faccio neanche ora, dopo che quel mondo virtuale ha ferito profondamente il mio mondo reale.

Uno sbaglio di numeri. Tutto cominciò da lì. La conoscenza, la confidenza, la presenza della mente con l'assenza del corpo. L'incontro. E finalmente il virtuale s'incrociò con il reale.

“Luce lascialo stare, ti cerca solo quando non sa cosa fare”. Le parole degli amici, quelli veri e quelli meno veri, accompagnavano le mie giornate e tormentavano le mie notti incessantemente.

Lorenzo in fondo non era davvero parte della mia vita. Aveva il suo mondo. Io il mio. Gli amici. Io i miei. La sua vita. Io la mia.

Ma c'era qualcosa che mi teneva stretta a lui con tutte le mie forze, qualcosa come una promessa fatta sull'altare della vita. Uno scambio di anelli tra me e l'amore. Uno scambio di sguardi tra me e la speranza.

Sì, potevo chiamarlo amore. Un amore che non si racconta in giro, che non può assimilarsi alla normalità, che non è realtà.

Volevo che lo fosse. Volevo che esistesse davvero. Volevo che vivesse, questo amore.

E lottai per tenerlo in vita. Lottai contro la distanza, km e km di ansie, di gelosie, di errori, di parole troncate da falsi e veri orgogli. Lottai contro la sua comodità di avere “tutto e lì”. Lottai contro il mio senso d'inferiorità nei confronti della sua migliore amica. Il suo nome sempre fra di noi. Ciò che lei era sempre fra di noi. La sua vita sempre fra la nostra.

Lottai. Mi aggrappai alle sue parole che rimasero tali, alla sua dolcezza nascosta chissà dove. Al suo amore, che nonostante tutto diceva di provare per me.

Mi fidai. E sbagliai.

La favola finì troppo presto quando forse non era neanche iniziata.

“Luce te lo avevo detto”.

Nuovamente le parole dei miei amici si attaccarono alla mente come un'edera, mi strapparono i pensieri riconducendomi al reale.

Un vecchio proverbio diceva: “fra il dire e il fare c'è di mezzo il mare”, e io me lo ripetevo sempre ogni volta che mi sentivo dire qualcosa.

“…ma noi abbiamo le braccia per nuotare, ricordalo Luce” – mia madre aveva sempre la risposta per tutto.
E aveva ragione. Le delusioni ti scavano dentro riducendoti ad un corpo senz'anima, ma c'è sempre un tempo per acchiappare al volo una speranza, amante tenera e fedele di ogni giorno e compagna reale della solitudine.

Mi lasciai alle spalle quella storia e tutto ciò che la teneva in vita artificialmente.

Luce era per Lorenzo come una ballerina del carillon. Ogni volta che voleva, ogni volta che era solo, ogni volta che sentiva di voler esserci, premeva un tasto e la danza cominciava su un display di un cellulare.

Non so come io abbia fatto a resistere, a vivere, a sognare.
Forse ero davvero innamorata. Innamorata di quel virtuale che solo per me era diventato reale. Innamorata dell'invisibile.

Oggi, guardo all'orizzonte, laddove finisce il mare e comincia il cielo, la vita rivuole la mia promessa.
Sono pronta di nuovo ad amare. Finalmente ho smesso di ballare per lui.
Carmen Garofalo
19 anni - Cassano Ionio (Cosenza)

La stanza
C'era una volta un uomo a cui Dio aveva dato una stanza nel suo Castello, era una stanza ampia che emanava un profumo di pino e di legno appena intagliati. In un angolo era situata una finestra spaziosa definita da una esile cornice.

Un giorno si presentò alla porta dell'uomo un esperto designer che si offrì di aiutarlo nell'arredamento del locale. L'uomo comprò, per prima cosa, un letto con un soffice materasso, una varietà di coperte colorate ed un enorme cuscino di piume d'oca sul quale poggiare, delicatamente, il capo. Sistemarono il frigorifero, la vasca dell'idromassaggio e, nell'angolo dove si trovava la finestra, vi apposero un armadio, in fondo la finestra poteva essere "sacrificata" per fare spazio a quell'imponente armadio, ad ante scorrevoli, fatto di legno di noce, lucidato con cera d'api. Egli acquistò numerosi soprammobili, specchi e quadri.

La stanza era piena di scatole nelle quali si trovavano gli oggetti che attendevano di essere sistemati ed ordinati. L'uomo, dopo aver pagato il designer, si chiuse nella stanza per terminare i lavori, era talmente indaffarato e preso che non si rese conto di aver fatto scivolare la chiave dalla tasca. Nessuno più andava a trovarlo, le scatole impedivano il passaggio, la porta era chiusa a chiave e la chiave, ormai, era persa.

L'uomo visse apparentemente felice, finché un giorno Dio, che lo amava profondamente, chiamo a sé i suoi figli, ai quali consegnò un'altra chiave. Essi aprirono la porta e lo videro lì, al centro del suo piccolo mondo, impolverato ed invecchiato come gli altri oggetti, intrappolato dalle scatole. Furono costretti a svuotare la s tanza per entrare, più essa veniva liberata e più riaffioravano i profumi. Furono staccati quadri, spostati il letto, il frigorifero, la vasca ed, infine, l'imponete armadio. Un raggio di sole filtrò e l'uomo si rese conto di aver vissuto al buio, per anni. Oltre la finestra vide il mondo, le colline, il cielo. Vide i bambini che si stringevano alle mamme. Vide l'amore e poi, tutto d'un tratto vide Dio, e capì.

Dopo aver ritrovato la chiave egli decise di restituirla per non avere la tentazione di rinchiudersi nelle sue sicurezze materiali. Forse penserete che l'uomo abbia trascorso la sua vita davanti a quella finestra per "spiare" Dio, invece aveva imparato a cercarLo al di là della stanza, oltre la porta. Là fuori non esistevano porte, scatole o armadi, Dio aveva creato uomini come lui, con un unico bisogno, semplice ed immenso. Amare.
Chiara Lippi
25 anni - Pisa

Fissatolo lo amò
Oggi del tema dell'amore si parla molto, forse troppo, spesso in modo sbagliato. Nella nostra epoca, purtroppo, frequentemente “fa più notizia” il male che il bene e questo, per noi giovani, non è davvero un bel messaggio. Per la nostra generazione “il look” ha una grande importanza…se non si parla in un certo modo, se non ci si veste “griffati”, siamo quasi tagliati fuori, se poi non si è ricchi…è un bel guaio anche ammalarsi, perché curarsi bene costa ma, a volte, può salvarti la vita.

Attualmente ci si preoccupa più di come siamo fuori, rispetto a come siamo nel nostro intimo…pochi “hanno il coraggio di remare contro corrente”, ma è stupendo quando ci si riesce, perché credo che il fulcro dell'uomo stia proprio nel suo cuore, che batte e reca in sé gli stessi sentimenti che furono di Gesù (“essendo fatto a sua immagine e somiglianza”).

E' proprio Cristo che ci insegna come amare, quando agisce così: “…fissatolo lo amò”. Mi sono spesso chiesta che cosa significhi questo ed ho trovato una risposta, forse banale, ma vera: Gesù guardava il cuore delle persone e sapeva leggervi dentro. Proviamoci anche noi: la nostra esistenza diventerà più ricca e piena di significato; poi affronteremo anche le cose più dure della vita (lutti, malattie o avversità) con il sorriso sulle labbra ed il nostro carico sarà più leggero, perché lo divideremo con Cristo.

Forse è solo un sogno o un'utopia… magari sono pazza a crederlo, ma penso che, se viviamo una vita autentica, il più cristallina possibile, se non abbiamo paura di mostrare agli altri quello che ci portiamo dentro, saremo capaci di leggere anche la loro interiorità e di aprirci, per una crescita reciproca. Ecco che intorno a noi scopriremo un mare d'amore (così grande come mai avremmo pensato) ed anche i nostri “deserti interiori” fioriranno.

Coglieremo l'amore, solo se ci apriremo ad esso senza condizioni…lo scorgeremo nel sorriso di un bambino, nelle parole di un vecchio o nello sguardo di una persona “ diversamente abile”, che è anch'essa un grande dono d'amore…un soggetto “eletto” e speciale, perché porta in sé le stesse ferite di Gesù, ma anche e soprattutto poiché è capace di un amore “puro e disinteressato”, proprio scrutando nei suoi occhi è possibile capire fino in fondo che cosa è l'amore e comprendere cosa veramente significhi l'espressione biblica: … “fissatolo lo amò”.
Mariella Santoro
35 anni - Montuolo Lucca

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