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Dibattito sul fine vita: La scelta di Martini? la più «normale»

«Non ci sono norme codificate. C'è sempre una problematica di rapporto medico-paziente. Ogni caso è un caso a sé. Per me medico cattolico ci sono due paletti: il no all'eutanasia, sia attiva che passiva e il no all'accanimento terapeutico. Tra questi due paletti fermi, s'instaura un rapporto che arriva fino alla fine». Il dottor Stefano Giannoni dirige dal settembre 2008 l'unità operativa di terapia antalgica dell'ospedale «San Giuseppe» di Empoli. Di malati terminali come il card. Martini ne ha visti tanti e mette in guardia dallo stereotipo di chi descrive i cattolici come quelli dell'«accanimento terapeutico».

Percorsi: Bioetica - Eutanasia - Sanità
Parole chiave: fine vita (45), carlo maria martini (17)
Funerali card. Martini

«Non ci sono norme codificate. C'è sempre una problematica di rapporto medico-paziente. Ogni caso è un caso a sé. Per me medico cattolico ci sono due paletti: il no all'eutanasia, sia attiva che passiva e il no all'accanimento terapeutico. Tra questi due paletti fermi, s'instaura un rapporto che arriva fino alla fine. Da una parte il paziente che ha delle richieste, dall'altra il medico che cerca di dare una risposta». Il dottor Stefano Giannoni dirige dal settembre 2008 l'unità operativa di terapia antalgica dell'ospedale «San Giuseppe» di Empoli, una delle strutture all'avanguardia in Toscana per il controllo del dolore. Di malati terminali come il card. Martini ne ha visti tanti e mette in guardia dallo stereotipo di chi descrive i cattolici come quelli dell'«accanimento terapeutico». È vero il contrario, ci dice. «Ci sono familiari che ti chiedono di non interrompere mai le terapie ad un loro parente malato terminale. Questo non è cristiano, perché un cristiano accetta la morte. Non l'accelera, ma l'accetta». E fa un esempio: «Non posso mica somministrare – come fa qualcuno che non si pone in una prospettiva cristiana – una chemioterapia fino a due ore prima della morte. Oppure tenere attaccato un paziente ad un ventilatore quando questi è quasi morto. È chiaro che lì devo interrompere il trattamento perché non serve a nulla. Nel caso che ho letto di Martini è successo quello che normalmente succede tante volte quando si arriva al termine di una malattia».

Cioè si addormenta il paziente...

«La sedazione terminale, quella che è stata somministrata al card. Martini, è una pratica normale, accettata, ma dove il limite tra il trattamento sedativo e quello eutanasico è sottile. Sta soprattutto nella finalità con cui lo fai. C'è chi questi paletti li sposta più avanti o più indietro. Non c'è solo il bianco e il nero, ma un'infinità di sfumature, che rientrano nel rapporto tra medico e paziente».

E cosa fa la differenza?

«La finalità con cui lo fai. Se cerchi la morte diventa eutanasia. Non ce la fai più a sopportare il dolore? Fai la sedazione terminale. Si somministrano dei farmaci analgesici e sedativi a basso dosaggio (altrimenti ucciderebbero subito) e questi farmaci prolungano in maniera più o meno serena l'agonia. Senza, magari, moriresti un'ora prima, perché quando uno è sedato la parte dolorifica e di sofferenza passa».

Ma perché non si è cercato di nutrirlo con il sondino naso-gastrico?

«Questo sarebbe da approfondire. Non conosco le condizioni del caso clinico. Però se le condizioni erano terminali e nel giro di un giorno o due la morte sarebbe sopraggiunta comunque non avevano senso, era un fastidio, un accanimento per niente. Se invece c'erano prospettive di vita di qualche mese poteva essere un discorso ragionevole mettere un sondino. Io come paziente l'avrei fatto».

Però il paziente può sempre rifiutarlo…

«Certo. Cos'è che ti fa valutare, come malato, se una terapia è opportuna? Le scelte di vita che hai fatto fino a quel momento».

La morte del card. Martini è stata accostata a quella della Englaro...

«Quello della Englaro è un caso tutto diverso: quel corpo continuava ad andare avanti per anni. Il cervello può recuperare? No, “ni”... Il cervello di Eluana non era morto del tutto, altrimenti saremmo stati alla morte cerebrale, che è quella dove è possibile espiantare organi per la donazione. In realtà tante zone del suo cervello erano ancora attive».

Altro accostamento è stato fatto a Piergiorgio Welby.

«Quello è un altro caso ancora… Welby era cosciente, ed attaccato ad un respiratore. Lì il paziente chiede una eutanasia, perché sai che al momento che lo stacchi dal ventilatore, lo privi di un presidio che lo teneva in vita. Prima quel trattamento lo aveva accettato. È chiaro che qui i due principi entrano in conflitto tra di loro: da una parte c'è il diritto del paziente di non subire trattamenti contro la sua volontà, come dice l'articolo 32 della Costituzione (anche se quando venne scritto non si pensava a questi casi ma alle sperimentazioni). Dall'altra c'è quella di non procurargli la morte. Poi se gli togli il ventilatore è ovvio che gli devi fare la sedazione terminale: altrimenti sei un sadico. L'atto eutanasico è stato staccare il respiratore, non il sedarlo dopo».

Le è mai successo di sentirselo chiedere?

«A me di staccare una persona dal ventilatore non mi è stato mai chiesto. Invece mi sono capitati pazienti affetti da Sla che mi hanno chiesto di non essere attaccati ad un ventilatore, e di fare magari un altro trattamento terapeutico, tipo la ventilazione in maschera. In 25 anni mi è anche capitato un paziente che mi ha detto: “Non voglio far nulla, voglio tornare a casa». È chiaro che lì lo rimandi a casa, non puoi certo obbligarlo. Anche se lui sceglie una forma quasi di suicidio. Te però non hai altri strumenti per impedirglielo se non colloquiare con lui e magari portarlo su altre posizione».

Nella sua esperienza quotidiana qual è in genere l'atteggiamento del paziente e dei familiari di fronte ad una morte imminente?

«Quello della ribellione di fronte alla morte. E poi il controllo del dolore è una richiesta continua».

Le hanno mai chiesto l'eutanasia?

«No, ma è anche vero che la mia attività si svolge in genere prima della fase più terminale, anche se qualche volte assisto anche quella. Tornando all'esempio di Martini, lui la morte l'aveva accettata bene».

Padre Ghilardi: «L'accanimento terapeutico è contro la dignità umana»

C'è un testo al quale i medici possono far riferimento. È la «Carta degli operatori sanitari» pubblicata nel 1995 dal Pontificio Consiglio per la pastorale sanitari. A sottolinearlo è padre Renato Ghilardi, incaricato regionale Cet per la pastorale sanitaria. «Nel capitolo “Morire con dignità” -–spiega il sacerdote – si precisano tanti principi. Il primo dei quali è la definizione del diritto alla vita che nel malato terminale si precisa come “diritto a morire in tutta serenità, con dignità umana e cristiana”. Questo non può designare il potere di procurarsi o farsi procurare la morte, ma di vivere umanamente e cristianamente la morte e non rifuggirla ad ogni costo». Questo diritto, precisa padre Ghilardi, è necessario per «proteggere l'uomo nel momento della morte, da un tecnicismo che rischia di divenire abusivo». «La medicina odierna – continua citando il documento – dispone infatti di mezzi in grado di ritardare artificialmente la morte, senza che il paziente riceva un reale beneficio. È semplicemente mantenuto in vita o si riesce solo a protrargli di qualche tempo la vita, a prezzo di ulteriori e dure sofferenze. Si determina in tal caso il cosiddetto “accanimento terapeutico”, consiste nell'uso di mezzi particolarmente sfibranti e pesanti per il malato, condannandolo di fatto ad un'agonia prolungata artificialmente». Ciò, ricorda padre Ghilardi, «contrasta con la dignità del morente e con il compito morale di accettare la morte e lasciare da ultimo che essa faccia il suo corso». Nello stesso tempo però il medico, l'operatore sanitario «consapevole di non essere né il signore della vita, né il conquistatore della morte» è chiamato a fare «le opportune scelte, cioè rapportarsi al paziente e lasciarsi determinare dalle sue reali condizioni».

Il sacerdote sottolinea l'applicazione del principio della «proporzionalità nelle cure» che il documento definisce così: «Nell'imminenza di una morte inevitabile nonostante i mezzi usati, è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all'ammalato in simili casi. Perciò il medico non ha motivo di angustiarsi, quasi che non avesse prestato assistenza ad una persona in pericolo». Ma, continua padre Ghilardi, «l'alimentazione e l'idratazione, anche artificialmente amministrate, rientrano tra le cure normali dovute sempre all'ammalato quando non risultino gravose per lui: la loro indebita sospensione può avere il significato di vera e propria eutanasia». In conclusione, per il medico e i suoi collaboratori «non si tratta di decidere della vita o della morte di un individuo». «Si tratta semplicemente di essere medico, ossia d'interrogarsi e decidere in scienza e coscienza, la cura rispettosa del vivere e morire dell'ammalato a lui affidato. Questa responsabilità non esige il ricorso sempre e comunque ad ogni mezzo. Può anche richiedere di rinunciare a dei mezzi, per una serena e cristiana accettazione della morte inerente alla vita. Può anche voler dire – concludepadre Ghilardi citando il documento – il rispetto della volontà dell'ammalato che rifiutasse l'impiego di taluni mezzi».

Simone Pitossi
BELLA ADDORMENTATA (recensione film) - Il teologo: «Niente a che vedere con il caso Englaro»

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