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Il Cristo della storia

Romanzi come «Il codice da Vinci» o saggi come l'«Inchiesta su Gesù» di Corrado Augias e Mauro Pesce: sono tanti i libri usciti negli ultimi tempi che mettono in discussione la «storicità» dei Vangeli, facendo passare l'idea che dalla ricerca storica potrebbe emergere un Gesù diverso rispetto a quello della tradizione cristiana. Toscanaoggi propone un itinerario quaresimale in cinque puntate per conoscere il «Gesù della storia», che è anche il «Gesù della fede».
• 1. Cristo, ignorato dalla cronaca prima di entrare nella storia
• 2. La nascita e l'infanzia di Yehoshua ben Yosef
• 3. Dal Battesimo alla morte, tre anni di «vita pubblica»
• 4. La Crocifissione. Due processi nella notte per risolvere un problema
• 5. La ricerca storica si ferma di fronte a una tomba vuota

Parole chiave: cristo (3), vangelo (644)
Il Cristo della storia

Romanzi come «Il codice da Vinci» o saggi come l'«Inchiesta su Gesù» di Corrado Augias e Mauro Pesce: sono tanti i libri usciti negli ultimi tempi che mettono in discussione la «storicità» dei Vangeli, facendo passare l'idea che dalla ricerca storica potrebbe emergere un Gesù diverso rispetto a quello della tradizione cristiana. Si arriva persino a insinuare il sospetto che la Chiesa abbia voluto, nel corso dei secoli, manipolare o nascondere alcune fonti per offrire ai credenti un'immagine di Gesù non corrispondente alla realtà.

Questa tendenza mette in dubbio l'essenza stessa del cristianesimo: la fede cristiana infatti si fonda sull'incontro personale con Gesù e non può prescindere dalla realtà storica della sua incarnazione, morte e resurrezione. La ricerca storica quindi, condotta in modo serio, non contraddice la fede ma anzi le offre basi più solide. Toscanaoggi propone un itinerario quaresimale in cinque puntate per conoscere il «Gesù della storia», che è anche il «Gesù della fede».

SOMMARIO:
• 1. Cristo, ignorato dalla cronaca prima di entrare nella storia
• 2. La nascita e l'infanzia di Yehoshua ben Yosef
• 3. Dal Battesimo alla morte, tre anni di «vita pubblica»
• 4. La Crocifissione Due processi in una notte per risolvere un problema
• 5. La ricerca storica si ferma di fronte a una tomba vuota
Gesù: le verità della storia, le bugie per far soldi. Intervista a Padre Piccirillo

di Angelo Silei

In quest'ultimo tempo, anche in Italia, ha trovato molto interesse la trattazione relativa alla storia di Gesù. La verifica della sua vicenda umana ha attirato molti scrittori e giornalisti.
L'argomento non è nuovo. Da qualche decina d'anni, in particolare in alcune università degli Usa, molti ricercatori, non necessariamente credenti, hanno dedicato tempo e risorse alla raccolta e all'analisi di tutte le notizie possibili per ricostruire i tratti umani e storici della figura di Gesù. L'interesse per l'argomento non può essere assolutamente sottovalutato dai credenti perché il «vangelo» non è una filosofia di vita o una religione secondo forme tradizionali, ma l'annuncio di un avvenimento che ha al centro una persona e la sua storia: proprio Gesù di Nazaret.
La necessità di difendere questo contatto realista fu presente anche all'inizio della storia del cristianesimo. Molto presto infatti si cominciò a mitizzare l'avvenimento e a tentare di togliere i connotati umani e terreni alla vicenda di questo Gesù. Testimonia questa preoccupazione uno scritto di Ignazio di Antiochia, morto nel 110 d.C., che scrive così ai cristiani di Smirne: «voi siete sicuri e certi che nostro Signore realmente discese dalla stirpe di David nella carne… realmente nacque dalla Vergine… realmente sotto Ponzio Pilato ed Erode Tetrarca fu trafitto per noi dai chiodi nella carne ». Questo realismo rispondeva a quel tempo alla necessità di affermare l'evento dell'incarnazione: essa non fu una semplice «apparizione» divina in sembianze umane, ma fu un evento concreto, reale, carnale, storico. Un'esigenza simile si pone oggi per affermare la storicità della figura di Gesù: Gesù è veramente esistito ed è possibile conoscere alcuni dati essenziali della sua vicenda terrena.
Questa ricerca deve tener conto di un fatto che non sempre è evidente soprattutto nella nostra mentalità di credenti: il fatto-Gesù passò assolutamente inosservato alla cronaca e alla storia di quel tempo. Fra gli avvenimenti dell'impero di Roma del primo secolo tutto ciò che riguarda la vicenda di Gesù non ebbe alcuna eco. In quel secolo ci furono tanti che si presentarono come messia, e migliaia furono i crocifissi. Per dirla in termini moderni: nessun notiziario, nessun giornale, nessuna cronaca di quel tempo ebbe interesse alcuno alla cosa. Né alla sua nascita né alla sua vita e al suo ministero né alla sua morte e neppure a ciò che si disse di lui dopo la sua morte. Gesù non fu un «personaggio» nel suo tempo. Anche nel mondo giudaico il suo fu un passaggio simile a quello di tanti altri pseudomessia o maestri. Se qualche eco c'è stato, questo è a causa del movimento che è nato da lui. È come per la storia del popolo di Israele: la rilevanza storica di ciò che accadde al popolo eletto è assolutamente sporadica e marginale. Poco o niente si sa di molta parte della storia d'Israele da documenti o testimonianze al di fuori di ciò che è scritto nella Bibbia. La rilevanza deriva soprattutto dalla fede. E questo è vero per Gesù come per il popolo eletto e la loro storia.
Questa premessa è necessaria per non rimanere delusi della scarsità delle notizie che abbiamo su di lui. Ci sono, certo, i testi del Nuovo Testamento. Abbiamo le lettere di Paolo (anni 50-60 d.C.), ma soprattutto i vangeli (a cominciare dalla fine degli anni 60 d.C. e nei decenni successivi). Ci sono poi gli altri scritti: Atti degli Apostoli e le altre lettere. Ma questi scritti non hanno l'intento di una ricerca e ricostruzione scientifica, nel senso moderno, della vita di Gesù. Si appoggiano - e si vogliono appoggiare - certamente su dati storici, ma il loro scopo è soprattutto apologetico: essi vogliono dare il significato di quella storia, la sua verità in ordine alla salvezza e all'attuazione del piano di Dio annunciato dai profeti. Difatti più che le cronache del tempo, gli autori avevano presenti le pagine del Primo Testamento. Con quelle pagine hanno cercato di illuminare la storia umana di Gesù.
Tutto questo però non deve squalificare quelle fonti per conoscere il Gesù della storia. Infatti anche questi autori sapevano quanto era importante la verità storica di ciò che essi raccontavano. Sapevano bene che non era affatto secondario dare ragione dei dati storici relativi alla persona di Gesù, per non farne un mito di pochi invasati o una leggenda popolare senza fondamento. Si tratta in effetti dell'evento dell'incarnazione. L'affermazione è centrale e basilare: si racconta di un Dio fatto veramente uomo, della «Parola fatta carne». E l'affermazione «fatta carne» è realista e costitutiva dell'avvenimento: non è un particolare secondario.
Per questo i testi del Nuovo Testamento sono i primi a dover essere accolti ed esaminati, e anche verificati alla luce delle conoscenze storiche parallele.
Ma non sono solo i testi del Nuovo Testamento a parlare di Gesù. Ci sono anche altri documenti, al di fuori degli scritti cristiani, che rammentano Gesù, certamente non con quell'abbondanza e quella convinzione. È logico: si tratta di scrittori non cristiani, ebrei o pagani, e quindi non interessati più di tanto a quella storia. La sollecitazione a parlarne viene soprattutto dallo sviluppo del movimento che nacque dalla predicazione e dalla vita di Gesù. I cristiani molto presto affiorarono in tutte le città dell'impero: a Roma per esempio possiamo affermare la nascita di gruppi cristiani già poco dopo il 40 d.C., ma a Gerusalemme e in Palestina essi avevano già fatto parlare di sé all'interno della comunità giudaica.
Nei testi pagani e giudaici le tracce
di «un uomo saggio che forse è il messia»
La diffusione del cristianesimo nel I secolo ha fatto girare nel mondo di quel tempo dominato dai romani il nome di Gesù. Pochi decenni dopo la sua morte si erano costituite intorno alla fede in Gesù piccole comunità di gente, soprattutto di origine giudaica, ma anche un buon numero di pagani. A Gerusalemme prima di tutto, ma anche a Antiochia di Siria e a Roma, a Corinto e a Efeso, in Galazia e in Dalmazia, a Damasco ma anche a Fiesole (come sostiene la tradizione risalente a S. Romolo). La presenza di cristiani portava interesse sulla persona di Gesù. E ci furono scrittori sia giudei che latini che se ne occuparono, seppur en passant.
Fra i testi giudaici uno soprattutto è da ricordare e riferire a proposito di Gesù: è di Giuseppe Flavio. Vissuto nel primo secolo poco dopo la morte di Gesù, Giuseppe era un ebreo di famiglia sacerdotale. Preso prigioniero dai romani, fu collocato al servizio del generale Vespasiano: ottenne la sua stima e simpatia fino ad essere accolto nella sua famiglia. Per questo pose accanto al suo nome ebreo Giuseppe il cognome Flavio. Scrisse molto, soprattutto di storia. E nella sua monumentale storia sui giudei Antichità giudaiche egli parla di Gesù. È un documento messo molte volte al vaglio della critica, forse manipolato da copisti cristiani. Ma anche nella sua versione più essenziale dà alcune notizie importanti. È chiamato Testimonium flavianum e nella versione più critica recita così: «in questo tempo ci fu un uomo saggio che era chiamato Gesù. La sua condotta era buona ed era noto per essere virtuoso. E molti fra i giudei e fra le altre nazioni divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò ad essere crocifisso e a morire. Ma quelli che erano diventati suoi discepoli non abbandonarono il suo discepolato. Essi raccontarono che egli era apparso loro tre giorni dopo la sua crocifissione e che era vivo; forse, perciò, era il Messia, del quali i profeti hanno raccontato meraviglie ».
Un'altra testimonianza giudaica interessante, ma meno conosciuta, si trova nel Talmud. Con il suo tipico linguaggio dichiara: «Viene tramandato: Alla vigilia della Pasqua si appese Jeshu il nazareno. Un banditore per quaranta giorni andò gridando nei suoi confronti: Egli esce per essere lapidato, perché ha praticato la magia e ha sobillato e deviato Israele. Chiunque conosce qualcosa a sua discolpa, venga e l'arrechi per lui. Ma non trovarono per lui alcuna discolpa, e lo appesero alla vigilia della Pasqua». Le due fonti sono da prendere in considerazione se non altro per quanto riguarda l'esistenza storica di Gesù e alcuni dati relativi alla sua attività e alla sua morte.

Ma anche al di fuori dell'ambiente giudeocristiano si parla di Gesù, anche se solo in modo molto telegrafico. Sono alcuni scrittori pagani, storici romani dell'inizio del II secolo, a riferire alcuni fatti legati alla figura di Gesù. Si tratta di Tacito, Svetonio e Plinio. Tacito scrive dei fatti del tempo di Nerone, dell'incendio di Roma e dell'accusa contro i Cristiani: «Nerone, per mettere a tacere ogni diceria, dichiarò colpevoli e condannò ai tormenti più raffinati coloro che il volgo chiamava cristiani….Essi prendevano nome da Cristo che era stato suppliziato ad opera del procuratore Ponzio Pilato sotto l'imperatore Tiberio». Anche lo storico Svetonio, raccontando dell'espulsione dei giudei da Roma al tempo di Claudio, dice che essa avvenne a causa di Cristo. Infine Plinio il Giovane, governatore della Bitinia, riferisce in una lettera all'imperatore Traiano della sua indagine e del suo atteggiamento a proposito dei cristiani: alcuni li fece uccidere altri li mandò a Roma. «Essi - dice - avevano l'abitudine di riunirsi in un giorno stabilito, prima dell'alba, e di cantare alternativamente un inno a Cristo come a un dio ». E riferisce ancora del considerevole numero di coloro che aderiscono a questa «superstizione».
Questi tre scrittori scrivono tutti intorno al 110 d.C.. Le loro testimonianze sono serie e affidabili, fuori di ogni dubbio, e ci attestano la diffusione del cristianesimo nelle città dell'impero romano. Davanti a questi testi pagani possiamo dire che il cristianesimo fece più notizia di Cristo. Passò senza far rumore, fuori delle cronache, senza echi straordinari la vicenda terrena e umana di Gesù. Ma non passò sotto silenzio la crescita e lo sviluppo del popolo che credette in lui: i «cristiani», come furono chiamati ad Antiochia una decina d'anni dopo la sua morte.

di Angelo Silei

Dove e quando sei nato. Quando si devono dare le proprie generalità queste sono le coordinate. E tutti abbiamo una risposta precisa, senza incertezze. La riportiamo in tutti i documenti ufficiali e serve per definire molti nostri diritti e doveri. Celebriamo con gioia il compleanno. Volendo, potremmo anche andare a controllare il registro dell'anagrafe. Questo accade a noi, nel nostro mondo moderno e occidentale. Ma non dappertutto è così. E soprattutto non era così nel passato.
Fu così anche per Gesù.

Noi viviamo ogni anno nella festa del Natale il ricordo della sua nascita nella notte del 25 dicembre, ascoltiamo il racconto dei vangeli, facciamo il presepe, mettiamo i personaggi, pensando di rappresentare una scena storica precisa e circostanziata. Forse ci affidiamo a quei racconti come fossero cronaca. D'altra parte non abbiamo altro per raccontare il dove e quando della sua nascita.

La scienza storica però si trova un po' in imbarazzo davanti a quelle scene: angeli, una luce, pastori, magi, una stella, un viaggio, Giuseppe il giusto e Maria vergine, Cesare Augusto, Quirinio, Erode, Nazaret, Betlemme. Certo se fosse cronaca sarebbe anche troppo. Ma i vangeli sono interessati al significato di ciò che accadde, più che ai dati anagrafici. E quindi occorre passare al vaglio tutti queste notizie.

Intanto sgombriamo subito il campo da un primo dato legato alla data del 25 dicembre. La collocazione della Nascita di Gesù in quel giorno non è scritta in nessun documento. Essa fu stabilita nel IV secolo quando si cominciò a celebrare solennemente la festa e la scelta si ispirò ad una festa pagana e a una festa ebraica. La festa pagana era quella del Sole Invitto che si celebrava subito dopo il solstizio d'inverno (21 dicembre): Gesù è il vero sole che illumina il mondo. La festa ebraica è quella che cade il 25 di Kasleu, mese invernale che corrisponde quasi al dicembre, e che ricorda la Dedicazione del Tempio da parte di Maccabei dopo che era stato profanato da Antioco nella prima metà del II sec a.C.: i cristiani così trovarono una degna sostituzione alla festa ebraica.

La liturgia quindi non definisce un evento anagrafico, ma celebra il senso di quella nascita. Ma i vangeli offrono riferimenti storici interessanti per determinare la nascita di Gesù.

Sono i vangeli di Matteo e di Luca a interessarsi dell'argomento e ad offrirci notizie. Essi hanno all'inizio due capitoli che raccontano con linguaggio e stile ricercato gli avvenimenti della nascita e infanzia di Gesù. Al dove e quando, tutti e due rispondono nello stesso modo: a Betlemme e al tempo del re Erode.

La prima notizia ci porta nella Giudea vicino a Gerusalemme (Mt 2; Lc 2). Non in Galilea, come ci si aspetterebbe dal momento che Gesù è conosciuto come Galileo di Nazaret. Anche Giovanni attesta questa provenienza nel suo vangelo mettendo sulla bocca della gente questa domanda: «Non dice forse la Scrittura che il Cristo verrà dalla stirpe di David e da Betlemme, il villaggio di David?» (7,42). Anche se sempre poi si parla di Gesù come il Nazareno, Betlemme resta un punto fisso per indicare la sua nascita. Anche la tradizione e la archeologia conducono a Betlemme nella Basilica della Natività. Il luogo era venerato già alla fine del I sec.: l'imperatore Adriano infatti intorno al 130 d.C. fece edificare un tempietto a Cupido, il bambino dio dell'amore, proprio là dove si venerava la nascita di Gesù. Resta aperta l'indagine se tutto questo corrisponda ad un dato storico oppure ad un'esigenza scritturistica (l'origine davidica del messia).

La seconda notizia ci porta al tempo del re Erode (Mt 2,1: Lc 1,5). Si tratta di Erode il grande, il più famoso monarca della dinastia, che fu re della Palestina per 37 anni a cominciare dal 41 a.C.. Il suo carattere di re sanguinario trova una corrispondenza precisa nella strage dei bambini di Betlemme e nella sua paura di essere soppiantato da un altro re.

Matteo e Luca ci offrono altre notizie storicamente verificabili per precisare il tempo della nascita di Gesù. Matteo offre un riferimento astronomico: l'astro che guidò i magi. L'evento si riferisce a qualcosa che accadde in quel periodo: il passaggio della cometa di Halley nel 12 a.C. (che però non era un segno propizio, tutt'altro, le comete erano un segno nefasto) oppure più probabilmente la congiunzione di due pianeti, Giove e Saturno, nel 7 a.C.. Luca offre, oltre al tempo di Erode, due riferimenti temporali quando colloca l'inizio della predicazione di Giovanni «nell'anno quindicesimo dell'imperio di Tiberio Cesare» (3,1) e quando dice che «Gesù aveva circa 30 anni quando incominciò il suo ministero» (3,23). Questo «circa» lascia spazio a incertezze, ma i 30 anni prima ci portano alla fine del regno di Erode (che infatti morì pochi anni dopo a Gerico, nel 4 a.C.).

Anche la notizia del censimento che troviamo in Luca è uno stimolo alla ricerca. Sappiamo però di Quirinio governatore della Siria e di un censimento fatto da lui, ma intorno al 6 d.C. E quindi questa informazione rimane molto incerta.
E così scopriamo che Gesù è nato prima di Cristo! Questo dato è dovuto a un errore di calcolo fatto dal monaco Dionigi nel IV secolo quando si volle calcolare il tempo a partire dalla nascita di Cristo.

I vangeli ci danno inoltre notizie coerenti sulla sua famiglia e sul suo paese. Una famiglia di artigiani composta da Giuseppe e Maria e molti parenti («fratelli e sorelle»). Un paese piccolo della Galilea sconosciuto alle Scritture Sante e anche alla geografia reperibile di quel tempo. Anche se nato a Betlemme, Gesù fu conosciuto come Gesù di Nazaret e i suoi discepoli - almeno all'inizio - come Nazareni. A Nazaret Gesù è cresciuto, imparando il lavoro di Giuseppe e partecipando della vita sociale e religiosa del suo piccolo paese nell'alveo di una famiglia osservante. Non c'è bisogno di immaginare più di quello che i vangeli ci dicono sul tempo della sua infanzia e giovinezza. Anzi proprio il loro silenzio ci fa immaginare una vita comune, senza colpi di scena, nascosta, al ritmo di una piccola comunità di contadini fuori di ogni concentramento urbano. Qui Gesù è cresciuto: è arrivato alla maturità, lavorando, frequentando la sua sinagoga, formandosi alla lettura delle Scritture, partecipando alla vita del villaggio. Nessuno stupore durante quegli anni per la gente di Nazaret. Lo stupore ci fu quando si presentò un sabato a leggere e predicare. Nessuno si aspettava tanto dal «carpentiere, il figlio di Giuseppe». Tutti lo conoscevano come Yehoshua ben Yosef.

Gli «apocrifi»: testi tardivi che hanno nutrito la devozione
Tra i documenti relativi a Gesù, ce ne sono alcuni che non possono essere trascurati. Anche perché c'è una grande parte di filmografia e narrativa moderna che vi ha attinto, non sempre con serietà e senso critico. Si tratta dei cosiddetti «vangeli apocrifi».

A cominciare dal II secolo all'interno della comunità cristiana, soprattutto di matrice giudaica, si sono prodotti racconti interessanti, soprattutto sui fatti relativi alla nascita e infanzia di Gesù. Essi tendono a riempire i vuoti lasciati dai quattro vangeli canonici, e raccontano di Maria e dei suoi genitori, della sua nascita e della sua infanzia, raccontano di Giuseppe e del suo matrimonio, arricchiscono il racconto della nascita di Gesù e della sua infanzia. Il più famoso di questi vangeli è il Protovangelo di Giacomo, così chiamato perché narra avvenimenti che precedono il tempo del classico vangelo (pensiamo a quello di Marco che inizia con la predicazione di Giovanni e di Gesù).

Il più stimato invece è il Vangelo di Tommaso, una raccolta di 114 detti di Gesù: questo scritto riscuote grande interesse e attenzione per la sua solida tradizione. Ci sono poi vangeli che raccontano della morte e della resurrezione.

Queste testimonianza sono sempre state considerate con molta prudenza anche dalla Chiesa, sia perché tardive (sono lontane più di 100 anni dagli avvenimenti raccontati) sia perché rispecchiano una certa teologia sospetta di esagerare le prerogative divine di Gesù a scapito della sua autentica umanità. Dobbiamo però riconoscere che esse hanno nutrito la devozione, la liturgia e la riflessione delle comunità cristiane (pensiamo alla festa e alle immagini della Presentazione di Maria al tempio, di Maria Bambina, del matrimonio con Giuseppe; ricordiamo i nomi e la memoria di Giovacchino e Anna). Restano molti discutibili i dati storici di questi libri, ma non possiamo escluderli in blocco. Il vaglio necessario lascia nella rete qualche perla preziosa.

di Angelo Silei

Chi sta di fronte a Gesù può trovare difficoltà a chiamarlo Messia o addirittura Signore o Figlio di Dio Benedetto. Ma nessuno ebbe difficoltà a chiamarlo Maestro o meglio Rabbì. Discepoli e farisei, amici e avversari, gente comune e personalità non hanno avuto riguardo a chiamarlo Maestro. A Nazaret fu conosciuto come il figlio di Giuseppe; in Palestina fu conosciuto come il Maestro Gesù di Nazaret. Nicodemo, il giovane ricco, lo scriba, Simone il fariseo, sadducei e dottori della legge, i discepoli: tutti gli hanno riconosciuto questo titolo con estrema naturalezza.
Quando all'età di «circa 30 anni» cominciamo a vedere Gesù muoversi nel suo mondo e nel suo tempo è questa la sua qualifica: non più il carpentiere, ma il maestro.

I quattro vangeli si occupano di questo periodo e di questa attività di Gesù, mostrando un'attenta conoscenza dell'ambiente palestinese del primo secolo.

In Palestina, e in particolare in Galilea, c'erano molti rabbì: queste figure avevano onore e prestigio, e ne avranno ancora di più dopo la distruzione del tempio. Basti ricordare rabbì Hillel e rabbì Shammai, vissuti durante il regno di Erode il Grande. Quanto all'ambiente la Palestina di Gesù è soprattutto un mondo di contadini e di artigiani, di gente di paese più che di città, animato da movimenti di ogni tipo, religiosi (come i farisei e gli esseni), politici (erodiani e sadducei) e anche militari (vedi gli zeloti, partigiani giustamente ribelli ai romani). La situazione era a dir poco esplosiva: 100 anni di occupazione romana non erano riusciti ad addomesticare le ansie di libertà del popolo. Tutto precipitò in un bagno di sangue e in una tragedia nazionale pochi decenni dopo, nel 66 d.C., fino alla presa di Gerusalemme e alla distruzione del tempio nel 70. Quando Gesù uscì dal silenzio di Nazaret non entrò in un mondo pacifico e bucolico, ma in mezzo a un popolo con grandi tensioni di ogni tipo. Questa situazione possiamo conoscerla leggendo con attenzione i vangeli, ma la conosciamo anche da altre testimonianze.

Quella più interessante è certamente quella di Giuseppe Flavio che nel primo secolo scrisse libri imponenti, uno sulla Storia d'Israele (Antichità giudaiche) e uno sulla guerra contro i romani (La guerra giudaica). Per avere un piccolissimo saggio dal primo libro ecco un passaggio relativo al tempo che precede di poco il ministero di Gesù: «Dopo Cesare salì sul trono Tiberio, figlio di sua moglie Giulia; egli inviò Valerio Grato a succedere ad Annio Rufo quale governatore dei giudei. Grato depose Anano dal suo sacro ufficio e proclamò sommo sacerdote Ismaele, figlio di Fabi; dopo un anno lo depose e, in sua vece, designò Eleazaro, figlio del sommo sacerdote Anano. Dopo un anno depose anche lui e all'ufficio di sommo sacerdote designò Simone, figlio di Camitho. L'ultimo menzionato tenne questa funzione per non più di un anno e gli successe Giuseppe, che fu chiamato Caifa. Dopo questi atti Grato si ritirò a Roma dopo essere stato in Giudea per undici anni. Venne come suo successore Ponzio Pilato» (Ant. Giud XVIII,2).

Il ministero di Gesù sta fra due date abbastanza precise che gli storici hanno potuto stabilire: l'inizio dell'anno 28 d.C. con Giovanni Battista e il suo battesimo e il 7 aprile del 30 d.C. con la morte in croce sotto Ponzio Pilato. In questa breve fessura nel tempo sta tutto ciò che Gesù disse e fece.

Vi entrano tre Pasque, proprio come racconta il vangelo secondo Giovanni. A questo proposito i lettori del Nuovo Testamento non possono disattendere un'osservazione che la dice lunga sul criterio di composizione dei vangeli, soprattutto di quelli più antichi. I vangeli sinottici infatti presentano la figura di Gesù racchiudendo tutto nello spazio di poco meno di un anno. Marco per primo fece questa scelta e sulla stessa strada lo hanno poi seguito Matteo e Luca: si racconta di una sola Pasqua, quella della morte di Gesù, avvenuta dopo un ciclo operativo di qualche mese in Galilea e poi una settimana a Gerusalemme. È solo grazie al più tardivo ma più preciso vangelo secondo Giovanni che noi possiamo ricostruire l'attività di Gesù in tre anni e con vari percorsi fra Galilea a Gerusalemme.

All'inizio sta per tutti la predicazione di Giovanni Battista, personaggio conosciuto anche da altre fonti, sia per la sua predicazione esigente sia per il suo rapporto con Erode di cui fu vittima. Giuseppe Flavio ne parla più volte con molto rispetto e ammirazione. «Erode aveva ucciso quest'uomo che esortava i giudei a una vita corretta, alla pratica della giustizia, alla pietà verso Dio, e così facendo si disponessero al battesimo…Quando altri si affollavano intorno a lui perché con i suoi sermoni erano giunti al più alto grado (di interesse), Erode si allarmò. Una eloquenza, che sugli uomini aveva effetti così grandi, poteva portare a qualche forma di sedizione. Perciò decise che sarebbe stato molto meglio colpire in anticipo e liberarsi di lui prima che la sua attività portasse a una sollevazione…A motivo dei sospetti di Erode, Giovanni fu portato in catene nella fortezza del Macheronte e qui fu messo a morte» (Ant. Giud. XVIII, 117-119). Questo notizie storiche inoppugnabili offrono consistenza anche alle notizie dei vangeli.

La scintilla che ha dato inizio al ministero di Gesù è l'incontro con il Battista. Come uditore e come discepolo. Ne è prova evidente il battesimo ricevuto da lui, in una fila di gente che scende nelle acque del Giordano. Anche i primi discepoli Gesù li raccoglie fra i discepoli di Giovanni (Andrea, Giovanni, Pietro, Filippo). Poi Gesù se ne distacca per svolgere la sua missione con il suo stile e il suo messaggio, solo in parte simile ma molto di più differente da quello del Battista. Simile nell'annuncio del regno di Dio che viene; diverso nel vangelo della misericordia di Dio e nella vita in mezzo alla gente. Nella ricostruzione della figura storica di Gesù non possiamo fare a meno di un riferimento stretto con la figura profetica del Battista.

Un Rabbì diverso dagli altri
L'attività di Gesù come maestro si qualifica storicamente per alcune caratteristiche innovative rispetto ai maestri del suo tempo: un ministero itinerante, un insegnamento autorevole e affidato alle parabole, un rabbì celibe. A questo va aggiunta un'attività taumaturgica che neppure i suoi avversari poterono negare (solo attribuirla a Satana!).
Ogni rabbì aveva una sede fissa, una scuola, punto di riferimento per discepoli. Potervi accedere era una grande aspirazione per gli appassionati. Fu questa l'esperienza di Hillel da giovane uditore del suo maestro. Il rabbì Gesù invece ha la sua sede nella via o nelle case che lo ospitano. Infatti gran parte del racconto dei vangeli si svolge per strada ed è da ricordare la residenza di Cafarnao dove Gesù ebbe una sistemazione nella casa di Pietro.

L'archeologia qui ha dato un grande contributo al racconto evangelico con gli scavi nel sito di Cafarnao, la scoperta della dimora di Pietro e famiglia, e all'interno una stanza che fu la dimora di Gesù, luogo del suo insegnamento e del suo riposo. Se Gesù ha un luogo di riferimento questo è la sinagoga, assiduamente frequentata da Gesù, prima a Nazaret poi a Cafarnao e nei paesini della Galilea. Alla fine sarà presso il tempio di Gerusalemme a confrontarsi con gli altri maestri.

Anche nell'insegnamento Gesù si distingue dagli altri. Prima di tutto per l'autorità: Gesù esprime le sue sentenze senza appellarsi a nessuno. Era dovere di un maestro citare il maestro da cui aveva ricevuto l'insegnamento: questo garantiva la fedeltà della tradizione. Gesù invece non cita mai nessuno, anzi spesso introduce le sue parole con «io vi dico»: egli ha piena consapevolezza della sua autorità. E poi Gesù affida buona parte del suo messaggio alle parabole, storie significative di cui egli è abilissimo e riconosciuto tessitore. L'uso di questo strumento era già presente negli insegnamenti dei rabbì ma Gesù ne ha un'arte impareggiabile.
Infine - e questo dato storico è indubitabile, vista la stranezza della cosa - Gesù era un rabbì celibe. Non ci sono accenni nei vangeli che possano mettere in discussione questa condizione. È vero che non se ne parla mai direttamente; ma anche è chiaro che si parla di fratelli e sorelle, ma mai di moglie o di figli, semmai se ne negano i legami per essere suoi discepoli. Si parla nel vangelo di donne discepole (Lc 8), ma niente di più. Un maestro celibe doveva apparire abbastanza strano perché il matrimonio era uno degli obblighi più importanti per i giudei. Per una visione più completa su questo argomento possiamo solo dire che il celibato era praticato fra gli esseni e i terapeuti.

Quanto ai miracoli, essi rappresentano una grande parte dei racconti evangelici. Essi ci attestano di un'attività di Gesù come guaritore. Per Gesù essi sono segni del regno di Dio che viene. Per la gente sono una richiesta di aiuto e un segno di Dio. Gli avversari di Gesù non li possono negare. Tentano solo di attribuirli a un'insostenibile alleanza di Gesù con Satana. A inquadrare questo elemento c'è da dire che in quel tempo si raccontava di guaritori famosi, sia fra i pagani (Apollonio di Tiana) che fra i giudei. Al tempo di Gesù era ricordato Honi, il «disegnatori di cerchi», che avevo ottenuto più volte la pioggia. L'attività taumaturgica di Gesù si inserisce nel contesto di una popolazione aperta a questa possibilità.

Dall'inizio dell'anno 28 al 7 aprile del 30 d.C. così operò e parlò il Rabbì Gesù di Nazaret, uno dei tanti ma diverso da tutti.


di Angelo Silei

14 di nisan dell'anno 16° dell'impero di Tiberio Cesare ovvero - tradotto nel nostro calendario - 7 aprile dell'anno 30 d.C. a Gerusalemme. È la data della morte di Gesù che possiamo ricostruire seguendo Giovanni. Era un venerdì, era vigilia di Pasqua e parasceve, ossia preparazione del sabato. Era sera, poche ore prima del tramonto. Nel tempio di Gerusalemme - sempre secondo Giovanni - si uccidevano gli agnelli, a migliaia, per la cena pasquale, una notte di festa, una celebrazione di libertà. Il Sinedrio - e questo è incredibile! - , dopo aver condannato a morte Gesù e aver assistito in parte alla sua esecuzione, si sciolse per andare ognuno nella sua famiglia a mangiare la Pasqua.
I vangeli non possono fare a meno di raccontare che le cose andarono incredibilmente così. E questo è certo un punto a favore della verità storica. Anche il Talmud, nonostante si occupi quasi per niente di Gesù, dice che «fu appeso alla vigilia di Pasqua». «Alla vigilia di Pasqua», come testimonia il racconto di Giovanni. Oppure il giorno di Pasqua, come fanno capire i sinottici, dal momento che la sera precedente mangiò la cena pasquale con i suoi discepoli: ma questo appare un dato più teologico che storico. La Pasqua con i suoi riti e con i suoi agnelli immolati sta là come un segnale per entrare da credenti nel mistero della sua morte. Ma le informazioni sono precise anche per lo storico.
«Fu appeso» ovvero fu crocifisso. Questa è la forma di innalzamento ed esposizione, tortura e morte toccata a Gesù. Supplizio per ribelli e schiavi, vergognoso, turpe, orribile: niente di commovente o degno di cronaca. Cicerone scrive: «la stessa parola croce sia lontana non solo dal corpo dei cittadini romani, ma anche dai loro pensieri, dagli occhi e dalle orecchie». Il secolo di Cicerone e quello di Gesù hanno visto migliaia e miglia di crocifissi, a Roma come in Palestina, nelle terre dei Parti come altrove. Applicata in molte forme e posizioni: pali, croci traverse, agli alberi, alle mura, a testa in giù, a gambe divaricate, in piedi... Un supplizio che non aveva niente di glorioso e non era nemmeno bello da raccontare come bere la cicuta oppure essere colpito con la spada.
È un dato storico indiscutibile che ci viene offerto dai vangeli.
«Fu crocifisso sotto Ponzio Pilato». Il nome di questo cittadino romano è stampato in maniera indelebile nella storia di Gesù. Anche lo storico romano Tacito,che scrive nel 110 d.C., lo ricorda: «Cristo era stato suppliziato ad opera del procuratore Ponzio Pilato sotto l'impero di Tiberio» (Ann.44). Pilato fu governatore della Giudea dal 26 al 36 d.C. Ne parla Anche Giuseppe Flavio. Ne parlano da quasi 2000 anni i cristiani quando raccontano la morte di Gesù nel testo più antico della professione di fede: «patì sotto Ponzio Pilato». E sarà così fino alla fine del tempo! Una lapide trovata a Cesarea Marittima porta il suo nome con il titolo di «Praefectus Iudeae».
La morte di Gesù fu ad crucem proprio per questo: perché fu necessario l'intervento dell'autorità romana. Pilato, che risiedeva a Cesarea, si trovava in quei giorni a Gerusalemme per controllare la situazione durante la festa di Pasqua, spesso occasione di sommosse (la città era piena come un uovo, fino a circa 400.000 pellegrini!). Dovette affrontare il nuovo caso presentato dal Sinedrio e in poche ore lo risolse a modo suo: la fama di Pilato è pessima anche presso gli autori… laici. L'accusa per Gesù era di sedizione e di pretese monarchiche. Un altro dei molti messia che infestavano questo popolo indomabile! Pilato non conosceva gli scrupoli del giudice giusto: preferì calcolare i vantaggi che gli venivano dalla condanna a morte di Gesù. Questo suo modo di gestire il potere lo rese alla fine così indigesto a tutti, giudei e autorità imperiali, che nel 36 fu deposto ed esiliato.
È il secondo processo a cui fu sottoposto Gesù, in quelle poche ore.
Il primo processo fu davanti al Sinedrio, subito dopo la cattura. Un processo irregolare e sommario: di notte non si poteva e i testimoni era falsi. Era sommo sacerdote e quindi presidente del tribunale Caifa. Una convocazione notturna, un interrogatorio rapido, la deposizione dei testimoni, nessuna difesa. Le accuse: aver parlato contro la Legge e contro il Tempio, presentarsi come Figlio di Dio. Doppia bestemmia! Ce n'era abbastanza per una condanna a morte. Tutto in poche ore e nella notte. Era proposito fermo del Sinedrio risolvere il caso velocemente, senza forare nella Pasqua e senza tirare troppo per le lunghe: vista la fama di Gesù ci sarebbero stati problemi.
In realtà fa una certa impressione pensare che dopo la cena e quindi intorno alla mezzanotte Gesù fu catturato nel Getsemani e, dopo due processi, alle nove del mattino era già appeso alla croce per morirvi dopo sei ore di atroce agonia. Non si può pretendere giustizia in tanta fretta, ma solo la soluzione di un problema.
E il problema per il Sinedrio era questo Yehoshua haNozri, ovvero Gesù di Nazaret, maestro amato dalla gente, con simpatie anche in alte sfere (vedi Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo), operatore di prodigi, esorcista, predicatore, devoto ma critico verso il Tempio e le sue strutture, ebreo impegnato ma in continuo confronto con farisei e sadducei, poco amato anche dagli zeloti violenti perché non voleva spade al suo seguito.
In poco tempo e per poco tempo era apparso. In poche ore dovette morire.
Per il Sinedrio, Gran Consiglio d'Isarele, composto da famiglie sacerdotali, aristocratici, maestri, 70 persone, presieduto dal Sommo Sacerdote, il caso era chiuso. Celebrarono la Pasqua soddisfatti perché un altro falso messia era stato tolto di mezzo. Fedeli al comandamento di Mosè: «Qualora si alzi in mezzo a te un profeta o un sognatore… egli dovrà essere messo a morte…Così estirperai il male da te….Colui che dovrà morire sarà messo a morte sulla deposizione di due o tre testimoni… Così estirperai il male in mezzo a te» (Dt 13,2ss; 17,6-7).
L'ultima settimana di Gesù seguendo il racconto di Marco
Gesù arriva a Gerusalemme per il pellegrinaggio pasquale e vi entra acclamato come Figlio di David dalla gente che lo aveva seguito dalla Galilea. Sei giorni prima della Pasqua, corrispondenti alla nostra Domenica delle Palme. Nei giorni seguenti fa la spola fra Betania e Gerusalemme. Il giorno dopo entra nella spianata del tempio e compie con determinazione e autorità il gesto profetico della «purificazione» (rovescia i tavoli, caccia i venditori, grida..). Nei giorni seguenti affronta alcuni dibattiti con i maestri nell'area del tempio. Il primo giorno degli Azzimi consuma un'ultima cena con i suoi discepoli. Secondo Marco e i sinottici era cena pasquale.
Nella notte viene arrestato dalle guardie del tempio, viene processato davanti al Sommo Sacerdote e al Sinedrio e condannato per bestemmia (si è dichiarato in qualche modo Figlio di Dio e Messia). All'alba viene condotto davanti a Pilato per un secondo processo e condannato alla croce perché «Re dei Giudei».
Viene crocifisso al mattino alle nove. Dopo sei ore di agonia Gesù muore alle tre del pomeriggio. Invece di essere lasciato esposto e insepolto - come era consuetudine - viene deposto dalla croce e sepolto a pochi passi nella tomba di Giuseppe d'Arimatea.
Il calendario «lunisolare»
Il calendario ebraico è un calendario lunare composto di dodici mesi. Ogni mese comincia con la luna nuova e dura circa 29 giorni e mezzo. Quindi l'anno è di circa 354 giorni; sono 11 giorni in meno rispetto all'anno solare. Per evitare lo scivolamento delle feste da una stagione all'altra (come avviene nel calendario islamico) gli ebrei aggiungono un mese ogni due o tre anni. Con questa correzione si conserva l'accordo con le stagioni che è molto importante (immaginiamo se la Pasqua si venisse a celebrare in inverno!).
La settimana è dominata dal sabato, giorno di assoluto riposo e sacro al Signore. È l'unico giorno che ha un nome. Gli altri giorni sono il primo, secondo, terzo….giorno.
Il giorno inizia con il tramonto. Alla sera del sesto giorno quindi dopo tramonto è già sabato.

 

di Angelo Silei

Una tomba vuota. È tutto quello che rimane di lui. Non uno scritto non un cencio che gli sia appartenuto né tanto meno una reliquia del suo corpo da venerare. Solo una tomba vuota. Vuota per sempre. Visitata fin dal terzo giorno dopo la sua morte e poi mai più usata, sempre venerata.

Quello che doveva essere il luogo della sua definitiva sepoltura, di lui e dei suoi sogni, divenne il grembo di un nuovo vangelo. Da quel giorno il vangelo di Gesù divenne il vangelo su Gesù: Gesù aveva predicato la venuta del regno di Dio, i suoi discepoli annunciarono immediatamente la sua resurrezione. Significativa e vera la dichiarazione del fariseo Zerah alla fine del film di Zeffirelli Gesù di Nazaret: «Questo è il principio. Ora tutto comincia». La mangiatoia di Betlemme non vale il sepolcro dove Gesù fu deposto. È questo il luogo dell'inizio. Ma è un inizio dominato dal mistero.

L'indagine storica su Gesù qui è costretta a fermarsi perché il dato della fede cristiana è per l'appunto un dato di fede e non di esperienza sensibile e verificabile. Se ne possono vedere le tracce e le conseguenze ma non osservare il fatto. La resurrezione rimane un dato «scientificamente» inaccessibile.

Resta la tomba vuota, il Santo Sepolcro venerato dai cristiani a Gerusalemme. Fin dal terzo giorno meta di visite, di itinerari, e poi di pellegrinaggi. Il luogo era venerato alla fine del primo secolo. L'imperatore Adriano nel 135 lo seppellì sotto un terrapieno e ci costruì sopra il tempio Capitolino. Quando Sant'Elena volle costruire la basilica in quel luogo non fece altro che asportare il materiale e ritrovare quella tomba scavata nella roccia: nacque così la Basilica del Santo Sepolcro o - come meglio dicono gli orientali - la Resurrezione. Il luogo non è una prova ma è un documento che testimonia una venerazione antichissima e solida strettamente collegata all'annuncio della resurrezione. Se non fosse stato il luogo della resurrezione non avrebbe avuto una tale venerazione. Chi infatti non accetta questo annuncio deve trovare altre spiegazioni alla tomba vuota. E ne sono state proposte.

Il Sinedrio sostenne subito che il corpo era stato trafugato dai discepoli. Un cadavere sottratto alla custodia attenta delle guardie e finito chissà dove. Certo, se così fosse, non si può dire che abbiano fatto un buon lavoro visto che di quel cadavere non ne è rimasta traccia. E poi, come potevano architettare un'operazione simile dal momento che nessuno di loro si aspettava o immaginava che potesse risorgere? Lo avevano pianto e sepolto, e la visita al sepolcro era solo un atto di pietà. E tutto li colse di sorpresa. Per prime le donne che furono più impaurite che entusiaste della scoperta. E poi i discepoli che fecero molta fatica ad aprirsi a questa novità: fecero resistenza alle donne, fecero resistenza ai segnali della tomba vuota, fecero resistenza anche alle apparizioni e con fatica trovarono prove nelle Scritture.

Altri hanno detto che quella di Gesù era stata una morte solo apparente. E quindi...dal sepolcro è uscito da solo ed è andato altrove… La teologia islamica ha addirittura pensato a un sosia che è morto al suo posto (o forse Simone di Cirene), e lo ha fatto soprattutto per negare una morte così scandalosa per un Inviato di Dio. A questo proposito va ammirata l'onestà intellettuale di Giuseppe Flavio, ebreo passato ai romani, che scrive: «Coloro che fin da principio lo avevano amato non cessarono di aderire a lui. Nel terzo giorno apparve loro nuovamente vivo: poiché i profeti avevano profetato queste e innumerevoli altre cose meravigliose di lui. E fino ad oggi non è venuta meno la tribù di coloro che da lui sono detti cristiani».

Quello che è visibile e verificabile, dopo la tomba vuota, è una comunità che crede e annuncia la resurrezione di Gesù. E lo fa all'inizio con qualche incertezza: gli scritti attestano che non fu facile arrivare alla fede nella resurrezione. Poi fu una testimonianza tenace, coraggiosa, di rottura con la comunità giudaica dentro e fuori Gerusalemme. Infine fu per molti occasione di testimonianza fino alla morte.

Il documento più antico di questa fede non sono i racconti evangelici, ma un testo di Paolo che si può far risalire agli inizi della vita della chiesa. Paolo è un testimone interessante dati i suoi precedenti, un testimone che ha vissuto un'opposizione feroce a Gesù e quindi anche alla sua resurrezione. Egli fu convertito nel 36 circa e svolse la sua attività apostolica negli anni 50. In una sua lettera, la Prima ai Corinti capitolo 15, scritta verso il 54 d.C., riporta una formula di fede che egli ha ricevuto da altri e quindi ancora più antica. Il tono essenziale e preciso di quella formula ne fa un testo preziosissimo della tradizione cristiana. Essa recita così: «Vi ho trasmesso quello che anch'io ho ricevuto, che cioè Cristo morì per nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici». Non c'è dubbio che questa è una formula di fede, non la conclusione di un'indagine storica. Ma anche lo storico deve confrontarsi con questo enunciato se non altro per la sua antichità.

In questa formula hanno un certo rilevo le apparizioni, eventi misteriosi che lo scienziato non può valutare. Esse testimoniano un'esperienza nuova di Gesù fatta dai suoi discepoli dopo la sua morte. Esse non possono essere ridotte a allucinazioni o invenzioni perché la resurrezione era fuori dei pensieri e delle attese degli apostoli (per rendercene conto basta leggere i vangeli che attestano la grande difficoltà dei discepoli a capire Gesù).

C'è una osservazione interessante da fare a questo punto: i vangeli sono più interessati alle apparizioni che al fatto della resurrezione. Nessun vangelo racconta il momento della resurrezione; tutti parlano delle apparizioni. Perché ciò che conta non è il fatto ma la persona di Gesù, vivo e presente di nuovo in mezzo ai suoi. Lo storico non ha che da inseguire il cammino dei suoi discepoli se vuole continuare a cercare notizie su Gesù.

Nel Vangelo di Pietro il racconto pieno di espressioni simboliche

Tra i vangeli apocrifi ce n'è uno di un certo interesse che racconta gli avvenimenti intorno al sepolcro: è il Vangelo di Pietro. È datato fra il 100 e il 150 d.C. Sono in tutto 60 versetti e alla fine portano il nome di Simon Pietro. Questo racconto si permette di raccontare anche il momento della resurrezione con un linguaggio pieno di espressioni simboliche, più teologiche che storiche.

«Di buon mattino, allo spuntare del sabato, da Gerusalemme e dai dintorni venne una folla per vedere la tomba sigillata. Ma durante la notte nella quale spuntava la domenica, mentre i soldati montavano la guardia a turno, due a due, risuonò in cielo una grande voce, videro aprirsi i cieli e scendere di lassù due uomini, in un grande splendore, e avvicinarsi alla tomba. La pietra che era stata appoggiata alla porta rotolò via da sé e si pose a lato, si aprì il sepolcro e c'entrarono i due giovani. A questa vista quei soldati svegliarono il centurione e gli anziani, anch'essi infatti stavano di guardia; e mentre spiegavano loro quanto avevano visto, scorgono ancora tre uomini uscire dal sepolcro: i due reggevano l'altro ed erano seguiti da una croce; la testa dei due giungeva al cielo, mentre quella di colui che conducevano per mano sorpassava i cieli».

Il Cristo della storia
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