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Sassetta, così furono salvati tanti piccoli ebrei

Parole chiave: sassetta (1), stragi naziste (47), resistenza (30), liberazione (36)

Per celebrare la Giornata della memoria il Consiglio regionale della Toscana si è riunito martedì scorso in seduta solenne a Sassetta (Livorno). L'incontro è stato dedicato al ricordo della storia della popolazione del luogo e di Vada che, con l'aiuto di un sacerdote, don Antonio Vellutini, nel 1944, salvarono dalla deportazione i bambini dell'Orfanotrofio israelitico di Livorno. Di seguito la vicenda tratta dalle ricerche di Paola Lemmi.

Nel gennaio 1943 gli ospiti dell'Orfanotrofio israelitico di Livorno (22 ragazze e ragazzi di età compresa tra i sei e i diciassette anni) vennero sfollati, a causa dei bombardamenti aerei, a Sassetta, un borgo di campagna di 1.500 abitanti a circa 64 chilometri dalla città labronica. A Sassetta l'Orfanotrofio trovò alloggio in località Il Poggio, al primo piano di Villa Biasci.

Il 21 dicembre successivo, in ottemperanza alla normativa persecutoria emanata dal nuovo governo fascista repubblicano, vennero sequestrate tutte le masserizie (mobili, materassi, biancheria ecc.) presenti nell'edificio, che furono però lasciate in uso all'Orfanotrofio. Alla direttrice, Olga Coen Castiglioni, e a nove convittori furono inoltre sequestrati i rispettivi libretti di risparmio al portatore. Nel verbale di sequestro si precisava che esso era stato effettuato «ad ebrei fermati per ordine dell'autorità». Lo stato giuridico dei ragazzi e della direttrice era dunque mutato ed essi, pur restando a Villa Biasci, si trovavano in una condizione, verosimilmente, affine a quella degli internati. Una sera, agli inizi di aprile 1944, i ragazzi ricevettero l'ordine di prepararsi a partire per raggiungere il campo di concentramento di Fossoli, in provincia di Modena.

Il mattino successivo vennero caricati, con la loro direttrice, su un autocarro e, con una piccola scorta, furono portati a Vada, da cui avrebbero dovuto proseguire in treno. La partenza del convoglio ferroviario, più volte tentata, fu però resa impossibile da ripetuti attacchi aerei. Infine il treno partì, ma aveva percorso poche centinaia di metri, quando in cielo apparve un aereo. La prima bomba colpì la locomotiva, ferendo gravemente il macchinista e il frenatore. La seconda, inesplosa, rotolò in un vicino podere. Un altro aereo iniziò a scendere in picchiata, mitragliando il treno. I ragazzi saltarono giù dal vagone, che li trasportava, e si sparpagliarono nella campagna circostante, cercando rifugio nelle fosse.

Come faceva sempre in caso di bombardamento, il giovane parroco di Vada, don Antonio Vellutini inforcò la bicicletta e si diresse verso il luogo dell'attacco aereo. Quando arrivò, si trovò davanti la direttrice, in lacrime, e parte dei ragazzi. Si dette immediatamente da fare per radunare tutto il gruppo e portarlo in paese. I ragazzi trovarono un primo ricovero presso il «Bar Impero con giardino», dove trascorsero la notte, mentre la scorta si affrettava ad informare dell'accaduto i suoi superiori, chiedendo istruzioni in merito. Non sapendo per quanto tempo i ragazzi sarebbero rimasti in paese, don Antonio Vellutini si era intanto attivato per trovare loro una sistemazione meno precaria presso i suoi parrocchiani.

Pur essendo probabilmente a conoscenza dei rischi che, in base alla normativa vigente, poteva comportare dare ospitalità ad un ebreo, molte famiglie vadesi scelsero ugualmente la strada dell'accoglienza, aprendo ai ragazzi la porta delle loro case. Qualche giorno dopo, per ordine delle autorità, gli ospiti dell'Orfanotrofio vennero trasferiti in camion a Livorno, dove furono alloggiati a Ardenza, in una scuola. Alcuni di essi, figli di matrimonio misto, vennero rilasciati, mentre altri riuscirono a fuggire. Benito Attal, di dieci anni, fu successivamente arrestato con la madre Ada e deportato ad Auschwitz, da cui entrambi non fecero ritorno.

Vista la difficoltà di raggiungere Fossoli, intorno alla metà del mese di aprile venne disposto che i dieci ragazzi rimasti e la direttrice fossero ricondotti, almeno temporaneamente a Sassetta. Qui essi rimasero fino alla liberazione del paese, avvenuta il 27 giugno 1944, sostenuti ed aiutati dalla popolazione.

Auschwitz, i ragazzi toscani di fronte all'orrore

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