Dossier
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Dal n. 46 del 22 dicembre 2002

Se l'uomo è sordo al silenzio di Dio

Oltre alle guerre, alla fame, i nostri giorni conoscono una tragedia maggiore: «quella del silenzio di Dio che non si rivela più e sembra essersi rinchiuso nel suo cielo, quasi disgustato dall'agire dell'umanità». Sono parole forti quelle del Papa, pronunciate la settimana scorsa durante la catechesi del mercoledì mattina commentando il cantico di Geremia. Parole da cui è nato un dibattito che ha riempito le prime pagine dei giornali coinvolgendo teologi, filosofi, storici, scrittori. Le abbiamo commentate insieme allo scrittore Rodolfo Doni e al filosofo Sergio Givone.
DI RICCARDO BIGI

di Riccardo Bigi
Oltre alle guerre, alla fame, i nostri giorni conoscono una tragedia maggiore: «quella del silenzio di Dio che non si rivela più e sembra essersi rinchiuso nel suo cielo, quasi disgustato dall'agire dell'umanità». Sono parole forti quelle del Papa, pronunciate la settimana scorsa durante la catechesi del mercoledì mattina commentando il cantico di Geremia. Parole da cui è nato un dibattito che ha riempito le prime pagine dei giornali coinvolgendo teologi, filosofi, storici, scrittori. Le abbiamo commentate insieme allo scrittore Rodolfo Doni e al filosofo Sergio Givone.

Dio disgustato dall'uomo: questa immagine evocata dal Papa ha suscitato tante reazioni. A cosa si riferiva Giovanni Paolo II?

DONI: Quando il Papa parla del silenzio di Dio di fronte alla solitudine dell'uomo, non vuole certo rimproverare Dio. Il Dio dei cristiani, il Dio del Nuovo Testamento è un Dio misericordioso che non punisce l'uomo, neanche con il silenzio. Nelle parole del Papa c'è piuttosto la denuncia fortissima della colpa dell'uomo, che rifiutando Dio si è autocondannato alla solitudine. Alla base delle colpe dell'uomo oggi c'è quella di aver abbandonato Dio: come dice Dostoevskij, togliete Dio all'uomo e tutto gli sarà permesso. Quello del Papa è un richiamo morale. Cacciari, dalle pagine di Repubblica, ha anche chiesto al Papa di passare «dalla parabola all'azione» denunciando, oltre alle colpe, anche i colpevoli. Ma questo significa chiedere al Papa un ruolo politico che il Papa non può avere: spetta semmai ai laici cristiani. Chiedere al Papa, ad esempio, di scomunicare Bush perché vuol fare la guerra significa chiedergli un gesto che non gli appartiene, vorrebbe dire fare un grosso passo indietro nella storia.

GIVONE: Quello del Papa è un richiamo molto duro, aspro per la nostra mentalità. Il «silenzio di Dio» in realtà è una metafora per parlare dell'incapacità dell'uomo di oggi di guardare al trascendente. Il Dio silenzioso non è un Dio assente: è un Dio disgustato dall'uomo. Al centro del discorso del Papa c'è in realtà la colpevolezza dell'uomo, dove per colpa non si intende soltanto responsabilità personale: di questa l'uomo contemporaneo è anche disposto a farsi carico. Qui si parla di un concetto più profondo di colpa, secondo cui ogni uomo deve rendere conto dei mali del mondo, anche di quelli per cui nessun tribunale lo accuserebbe mai. Nessun tribunale mi imputerebbe il fatto che in Africa si muore di fame, ma a Dio devo rendere conto anche di questo. È un concetto umanamente non comprensibile, che oggi viene rimosso o addirittura irriso: oggi non si parla di colpa ma di «senso di colpa», come di una cosa che ci impedisce di vivere la nostra vita. Invece il concetto di colpa o, come si dice in linguaggio religioso, di peccato, è un concetto che contiene una profonda verità.

Qualcuno ha dato delle parole del Papa un'interpretazione diversa: don Leonardo Zega ad esempio ha scritto sulla Stampa che il Papa ha voluto ricordarci che Dio può avere anche un volto collerico.

DONI: Nelle parole di Geremia effettivamente c'era la minaccia della punizione divina, se il popolo ebraico non si fosse riavvicinato a Dio. Ma nelle parole del Papa non c'è nessuna minaccia di punizione. Gli ebrei dell'Antico Testamento credevano in un Dio giudice e interpretavano il dolore dell'uomo come una punizione: il Dio di cui ci parla Gesù invece è pieno di misericordia.

GIVONE: Anch'io non sono d'accordo con l'interpretazione di don Zega. Quello che ci mostra il Papa non è un Dio collerico ma un Dio paterno che aspetta un minimo gesto di pentimento da parte dell'uomo per poterlo riabbracciare. È un padre disgustato dall'agire del figlio, un padre che soffre silenziosamente perché il figlio si è allontanato da lui. Il disgusto è molto di più del silenzio: indica comunque una presenza, un'attenzione. Se togliamo il disgusto, il Dio silenzioso diventa un Dio assente, che si perde nel suo cielo, scompare. Invece il disgusto verso il figlio che sbaglia è, in un padre, un segno d'amore.
Spesso invece si è parlato, in passato, del «silenzio di Dio» per indicare l'indifferenza di Dio di fronte alle tragedie dell'umanità: Auschwitz, Hiroshima... Un pensiero che ancora torna di fronte al dolore degli innocenti.

DONI: È un tema antico, è la grande domanda sul male che ha scandalizzato tanti filosofi e che ancora oggi porta tanti a rifiutare la fede. Ricordo, ero ragazzo, che mentre la Germania nazista sembrava vittoriosa molti si chiedevano perché Dio permetteva tutto questo. E un altro Papa parve rimproverare a Dio il suo «silenzio»: fu Paolo VI quando disse che Dio non aveva ascoltato il suo grido per la salvezza di Aldo Moro. Ma anche quello, come questo di Giovanni Paolo II, non era un rimprovero, era piuttosto una «lamentazione», un grido, un'espressione di sofferenza. Di fronte allo scandalo del dolore innocente, la risposta è solo nell'immagine di Dio uomo crocifisso. Dio che comanda al proprio figlio (quindi, in definitiva, a se stesso) di farsi uomo e di morire in croce: è un gesto così enorme che ci dice, una volta per tutte, che il dolore entra misteriosamente, come necessità, nella vita dell'uomo. Lo scriveva anche Victor Hugo, di fronte al dolore per la figlia morta: dai suoi cieli, Dio compie cose misteriose di cui il dolore dell'uomo non è che un elemento. Io non crederei a un Dio che fosse solo creatore e giudice: credo a un Dio che condivide la mia sofferenza.

GIVONE: Il tema dell'uomo che cerca Dio, che si sente abbandonato in una situazione di buio, di solitudine, non deve essere sganciato dall'altro tema, quello di Dio disgustato dall'agire dell'uomo. È vero che le sofferenze dell'umanità a volte sembrano trascendere le colpe dell'uomo, e che non dobbiamo più interpretare il dolore come una punizione divina. Ma se dimentichiamo il concetto di colpa, se perdiamo questa tensione tra l'uomo e Dio, questo continuo perdersi e cercarsi, facciamo scomparire Dio nel suo cielo e rimaniamo soli.

Cacciari ha scritto, commentando le parole del Papa, che la più grande tragedia per un profeta è che il suo grido non venga ascoltato, e che il Papa oggi si trova in questa situazione. È così?

GIVONE: Nessuno può sapere cosa succede nel cuore degli uomini; ma certo le parole del Papa vanno frontalmente contro la mentalità corrente. Vanno lette nella prospettiva di un'etica del peccato, una parola di cui oggi non si vuole neppure sentir parlare. E sarà pur vero che il senso di colpa, a volte, è una malattia, una distorsione psichica. Ma è anche vero che la colpa è colpa.

DONI: Questo Papa ha tra i suoi meriti quello di aver risvegliato nell'uomo il bisogno di Dio. La sua testimonianza di fede, di accettazione della sofferenza, di voglia di spendersi per il bene sono un esempio fortissimo per tutti.

La scheda
È un grido accorato quello che Giovanni Paolo II ha lanciato durante l'udienza generale di mercoledì 11 dicembre: oggi Dio sembra essersi «rinchiuso nel suo cielo, quasi disgustato dall'agire dell'umanità». Il Papa stava commentando il Cantico di Geremia (Ger 14,17-21) dalle lodi del venerdì della 3ª settimana, nell'ambito del suo ciclo di catechesi sui salmi e i cantici della preghiera mattutina delle Lodi. Le parole del Papa hanno avuto grande risonanza e sono state commentate da filosofi, teologi, scrittori: sono intervenuti tra gli altri Massimo Cacciari, Gianfranco Ravasi, Mario Luzi. Anche Toscana Oggi ha voluto inserirsi in questo dibattito, interpellando due tra le voci più significative nel panorama culturale della nostra regione.

Rodolfo Doni, pistoiese di nascita e fiorentino di adozione, ha pubblicato romanzi, diari, opere teatrali e saggi. Tra i suoi libri più noti «Sezione Santo Spirito» (1959), «Muro d'ombra» (1974), «Le grandi domande» (1987). Il «Colloquio con Lorenzo» (1992) e il «Dialogo sull'aldilà» (1997) sono dedicati al figlio prematuramente scomparso. Recentemente ha pubblicato le biografie di Agostino e San Francesco.

Sergio Givone è professore ordinario di estetica al dipartimento di filosofia dell'Università di Firenze dal 1991. Le sue pubblicazioni più recenti sono: «Disincanto del mondo e pensiero tragico» (1989), «Storia del nulla» (1995); «Eros/ethos» (2000). Con Einaudi ha pubblicato i romanzi «Favola delle cose ultime» e «Nel nome di un dio barbaro».

Le parole del Papa

Il silenzio lo crea l'uomo. L'esperienza di una carmelitana

Se l'uomo è sordo al silenzio di Dio
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