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Anche la Toscana ha avuto il suo «triangolo rosso»

Parole chiave: stragi naziste (47), resistenza (30), liberazione (36)

di Roberto Beretta

Semplice, pulito ed efficace. Si prende un sacchetto di stoffa, lo si riempie con qualche manciata di sabbia e poi giù – col micidiale manganello – sul corpo della vittima, sorpresa nel far del buio in un viottolo o magari chiamata col pretesto di un malato da visitare. Il sacchetto ha due vantaggi: non lascia lividi né segni sulla pelle e lede gli organi interni senza uccidere subito.

«Sacchettati»: quanti preti sono morti così sessant'anni fa, all'alba burrascosa della nostra Repubblica? In Toscana almeno un paio: don Luigi Grandetti per esempio, parroco a Pieve di Offiano presso Casola in Lunigiana; fu assalito il 17 dicembre 1946 – tornava dalla novena di Natale – da tre individui che pare volessero denaro e peraltro gli ficcarono in bocca un pugno di vetri frantumati. Morì a fine gennaio, ufficialmente per «cancro allo stomaco», senza aver voluto rivelare i nomi degli aggressori; la relazione manoscritta di un anonimo testimone dice: «Per mantenere la pace in parrocchia». «Sacchettato» morì nel 1947 pure don Pietro Maraglia di Cerignano presso Fivizzano (Ms).

Una dozzina di sacerdoti uccisi (oltre al seminarista Giuseppe Pierami di Piazza al Serchio, scomparso sulla Linea Gotica nel novembre 1944): anche la Toscana ha avuto il suo discreto ed inquietante «triangolo rosso». Come quello che insanguinò soprattutto l'Emilia Romagna nei dintorni della Liberazione, quando i partigiani comunisti s'illudevano di preparare la rivoluzione proletaria facendo piazza pulita dei possibili avversari politici. Ma sono stati un centinaio i preti assassinati in tutt'Italia, soprattutto nel Centro-Nord: una strage che – finora – non ha ricevuto l'attenzione storica e cristiana che meritava.

Alcuni erano collusi col fascismo, certo, «epurati» con le pallottole spicce di un mitra. Simpatizzante del regime era stato senz'altro il francescano padre Crisostomo Ceragioli di Camaiore (Lu), nome di battaglia «Frate Lupo»: già cappellano militare in Spagna ed Albania, il 19 maggio 1944 fu «prelevato» dal convento di Montefollonico (Si) e il suo corpo venne ritrovato in un bosco mesi dopo, prono e con le mani alzate. Esecuzione classica anche per don Giuseppe Lorenzelli, priore a Corvarola di Bagnone e mussoliniano della prima ora: cadde mitragliato dai partigiani nella fossa che lui stesso aveva dovuto scavare, il 27 febbraio 1945. Fascista pare fosse il canonico Dolfo Dolfi di Volterra, se non altro per essere stato assistente della Milizia di Salò. Il 28 maggio 1945 tre partigiani lo fermarono e lo picchiarono, morì l'8 settembre successivo; la sua storia è ricordata anche nel romanzo più noto di Carlo Cassola, «La ragazza di Bube».

Ma era stato fascista don Grandetti, che aveva aiutato tutti gli sfollati in Lunigiana durante la guerra e fu giustiziato così fuori tempo massimo? Non pare; forse – si dice – i partigiani dovevano fargli pagare qualche arretrato. Perché una delle cose straordinarie, in queste storie già di per sé straordinarie, è la difficoltà a reperire notizie certe e memorie pacificate, se non proprio una giustizia ristabilita. Don Emilio Spinelli, curato a Campogialli (Ar), fu massacrato a colpi d'arma da fuoco da tre uomini che l'avevano cercato la sera del 6 maggio 1944; nessuno ne conosce ancora il vero motivo. Il confratello Adolfo Nannini di Sant'Andrea a Cercìna trovò la medesima sorte mentre leggeva nel suo studio, il 30 maggio 1944. E il 27 giugno dello stesso anno fu ucciso per strada – insieme a un giovane che l'accompagnava – il pievano Aladino Petri di Caprona presso Uliveto Terme (Pi).

Più chiari gli esecutori (ma non le motivazioni) dell'assassinio di don Giuseppe Rocco, parroco a Santa Sofia in Marecchia presso Sansepolcro: tre partigiani sloveni cui aveva offerto il pasto in canonica il 4 maggio 1945 e che uccisero a rivoltellate anche suo fratello. Esemplare l'eliminazione di don Sante Fontana, arciprete di Comano nel pontremolese: falsa chiamata per gli olii santi a un moribondo e colpo alla nuca in un fosso; era la vigilia di sant'Antonio del 1945 e pare che i comunisti fecero sapere di aver «fatto la festa al porco». Suscitò dissidi tra gli stessi partigiani, invece, l'epurazione di don Duilio Bastreghi parroco di Ciliano e Capannone a Torrita di Siena: qualcuno cercò di avvisarlo ma non arrivò in tempo, il 3 luglio 1944.

La Toscana detiene infine il triste primato dell'ultimo prete ucciso di questo sconcertante «triangolo della morte» italiano: si tratta di don Ugo Bardotti, pievano di Cevoli (Pi), ucciso in casa da tre individui mascherati il 4 febbraio 1951. Forse – ben 6 anni dopo la fine della guerra ed a quasi 3 dalle fatidiche elezioni del 1948 – fu «soltanto» rapina (anche se il processo d'appello accreditò il movente politico); l'unico ricordo che ne rimane è una lapide in canonica.

Anche la Toscana ha avuto il suo «triangolo rosso»
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Daniele Rossi 08/01/2011 00:00
Io abito nel Comune di Casola in Lunigiana, solo pochi giorni fa ho conosciuto la storia riguardante la morte di Don Luigi Grandetti. Ho fatto delle ricerche e varie interviste ed ho scoperto che il Grandetti appoggiava la Resistenza del Comune di Casola in Lunigiana, donando denaro, dando informazioni e in più occasioni, portava cibo al gruppo partigiano della zona. Addirittura, mi hanno detto che veniva considerato un uomo contrario al fascismo e quest'ultima informazione l'ho avuta da mia nonna. Per quanto riguarda l'uccisione del parroco di Cerignano, Don Maraglia, un uomo mi ha parlato di una rapina commessa che portò alla morte di questo sacerdote, si è sempre saputo questo, l'uomo in questione, ancora oggi, è un simpatizzante di Mussolini. Invito coloro che hanno fatto queste ricerche ad intervistare più persone, senza partire da pregiudizi antipartigiani tanto di moda in questo periodo.

Dr Daniele Rossi

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