Giovanni Paolo II
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GIVONE: il Papa della persona

Parole chiave: giovanni paolo ii (88)

di Lorella Pellis

Max Sheler, chi era costui? In prima battuta, su due piedi, soprattutto per i non «addetti ai lavori», il nome può non dire niente lasciando anzi indifferenti. Però le cose cambiano non appena ti viene detto che si tratta di «colui che ha ispirato il pensiero filosofico di Giovanni Paolo II». Non solo: a Sheler il futuro Papa aveva dedicato proprio la sua tesi di dottorato all'Università. Ed è questo il punto di partenza per compiere un itinerario attraverso quella che può essere definita la «filosofia» di Giovanni Paolo II. Ci accompagna nel nostro viaggio un vero conoscitore della materia, il filosofo Sergio Givone (nella foto piccola a destra), docente di Estetica alla Facoltà di lettere dell'Università di Firenze. «Il pensiero filosofico di Giovanni Paolo II si può scandire in tre fasi, ma non c'è dubbio – dice Givone – che si debba partire proprio dalla sua tesi, un lavoro fondamentale dato che Sheler è l'esponente di una corrente filosofica – il personalismo cristiano – che negli anni a cavallo dell'ultima guerra mondiale ha avuto un forte peso in Europa e a cui il Papa sarebbe rimasto legato tutta la vita».

Professor Givone, cosa significa personalismo?

«Mentre la coscienza è una funzione trascendentale, la persona è il titolare di questa funzione. E la persona viene in chiaro di sé non tanto richiudendosi su se stessa ma aprendosi agli altri, alla realtà e alla trascendenza. È un'esperienza che per essere fatta non richiede un'opzione di fede perché tutti sappiamo che quanto più ci prendiamo cura degli altri tanto più veniamo in chiaro di noi stessi. Questo è il personalismo che Giovanni Paolo II fa suo. Una teoria non della coscienza ma della persona come sede della verità che ha rappresentato il filo conduttore anche di tutto il pensiero successivo del Papa».

La persona considerata dunque come la cosa più preziosa e che deve incondizionatamente essere salvaguardata...

«Certamente, anzi è proprio questa teoria che permette al Papa di prendere posizione contro quelle forme di pensiero che non salvaguardano la persona. Cioè le varie forme di totalitarismo da una parte e di relativismo e determinismo dall'altra. Secondo il Papa il valore è quello che si crea laddove la persona si prende cura di qualcuno, ascolta, accoglie. E tutte quelle forme di pensiero che ignorano la persona ignorano il valore o producono falsi valori. I totalitarismi sono il grande male del secolo perché ignorano la persona e quindi il valore e la libertà. Ma in un certo senso oggi i totalitarismi ce li siamo lasciati alle spalle. Oggi c'è una forma più subdola di negazione del valore della persona ed è quella moderna che ha la forma dell'idolatria, del consumismo, del capitalismo selvaggio, insomma tutto ciò che parla in termini di soggetto – che si lascia manipolare in qualche modo – e non di persona. La persona invece implica un rinvio alla responsabilità e alla base della persona c'è un'opzione di libertà».

Proseguiamo nel nostro viaggio. Da cos'è caratterizzata la seconda fase del pensiero filosofico di Giovanni Paolo II?

«La filosofia del Papa la dobbiamo evincere dai suoi viaggi. Sono proprio i viaggi che gli permettono di applicare la teoria e portare in chiaro il suo confronto con il mondo. È la fase della critica al marxismo da una parte e al relativismo e determinismo dall'altra. Questo aspetto è stato comunque letto in una chiave parziale. Si è parlato del Papa come nemico della Teologia della liberazione. In parte è vero ma l'obiettivo più filosoficamente rilevante della presa di posizione del Papa è il marxismo. In realtà cos'è che non torna a Giovanni Paolo II? Il fatto che il marxismo è il presupposto filosofico di quel totalitarismo comunista che ai suoi occhi appare come uno dei grandi mali del secolo. Ma anche perché è una filosofia deterministica cioè che pensa in termini di leggi della storia, in termini di grandi apparati, di strutture di fondo che governano la vita degli uomini laddove essa viene così svuotata di quel carattere di responsabilità e libertà che al Papa stanno massimamente al cuore. Il marxismo è tutto meno che una filosofia della persona, è una filosofia che vuole emancipare non tanto la persona quanto le masse e le masse sono qualcosa di indifferenziato, qualcosa che non rispetta ciò che propriamente l'uomo è. Ecco dunque il Papa antimoderno, come è stato detto, che critica la Teologia della liberazione che sarebbe la punta di diamante della modernità, il Papa che critica non solo il mondo dell'Est ma anche il capitalismo occidentale nel quale ha sempre visto un'altra forma, magari subdola, di violenza nei confronti dell'uomo. Ma la persona è anche organo della verità. E secondo Giovanni Paolo II è stato il Cristianesimo ad aver introdotto di nuovo il nesso di persona e verità. Ecco che arriviamo alla terza fase».

In che senso?

«È il momento di alcune encicliche, dove questo tema prende una colorazione oggettivistica. L'oggettività della verità (la verità talvolta identificata come legge naturale) dà luogo a una sorta di spostamento dell'equilibrio fra queste due realtà della persona e della verità. Per cui la persona sembra essere messa al servizio della verità. Nella “Veritatis splendor” si dice che “la verità vi farà liberi” nel senso che la libertà è in funzione della verità. Rispetto al personalismo di partenza, ora viene prima la verità e poi la libertà. La verità è ciò che decide della persona e non viceversa, non c'è libertà se non in funzione della verità. Mi chiedo se il personalismo piuttosto che di verità oggettiva non parli invece di verità inoggettivabile. Laddove si dice che la verità è stata tramandata dalla Rivelazione, io vedo in questo oggettivarsi della verità un elemento che non dico tradisca il personalismo ma lo declina in un certo modo dove viene privilegiato l'elemento dogmatico il che spiega molte posizioni rigide del Papa in tema di ortodossia, bioetica e via dicendo».

Possiamo parlare a questo punto di un Papa filosofo?

«No, nel senso di una persona che si occupa esclusivamente di filosofia. Ma possiamo dire che se la prima fase della vita del Papa è stata caratterizzata dalla sua formazione filosofica, c'è un pensiero filosofico anche dietro le sue encicliche, i suoi discorsi, le sue prese di posizione ma anche dietro i suoi gesti più estemporanei e nella sua capacità di usare i media».

In che senso?

«Il Papa ha intuito che nel mondo dei media si gioca una partita che ha un esito opposto: da una parte la trasformazione del mondo in favola, dall'altra il richiamo alla verità. E lui ha scelto di servirsi dei media per richiamare la verità. Non solo, ma ha anche offerto ai riflettori la sua agonia per ridestare nell'uomo il senso della verità pur nell'incertezza che tutto sarebbe potuto andare a finire nel grande circo mediatico».

Professor Givone, cosa pensa di queste immense folle che si sono recate a Roma per l'ultimo saluto al Papa?

«Non possiamo sapere. I numeri li abbiamo sentiti ma direi che sono cifre misteriose appese a una ambiguità di fondo dove davvero tutto può accadere. È possibile che prevalga la menzogna, nel senso di persone giunte lì per autoconvincimento e che tutto sia destinato a rimanere fermo, è possibile che invece sia successo qualcosa dal profondo. Fenomeni del genere di partecipazione collettiva si sono avuti altre volte, ricordiamo la morte di Stalin. Possiamo immaginare cosa accade fra le masse ma non possiamo sapere cosa sta accedendo nel cuore di ogni singola persona».

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