Guerra in Iraq
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La prima guerra del Golfo

Erano da poco passate le sette di sera a Washington, l'una di notte in Italia, quando, il 16 gennaio 1991, un massiccio e devastante bombardamento di missili Cruise dalle navi e dagli aerei da guerra americani, britannici e sauditi diede il via alla prima Guerra del Golfo. Un attacco annunciato e certo da quando 24 ore prima, il 15 gennaio, era scaduto l'ultimatum delle Nazioni Unite senza che Saddam Hussein iniziasse il «ritiro immediato e senza condizioni» dal Kuwait, che le truppe irachene avevano invaso il due agosto 1990.

Nelle prime 24 ore dell'operazione la macchina militare degli Stati Uniti, che nei mesi precedenti avevano ammassato le proprie truppe e le forze aeronavali nella regione, proprio come sta accadendo in queste settimane, lanciò ripetute ondate di aerei. I caccia della coalizione, fra i quali i Tornado italiani, condussero oltre mille missioni, principalmente contro obiettivi militari. Già in quella prima notte di bombardamenti - trasmessa dalle televisioni di tutto il mondo inaugurando così quella che fu definita la prima guerra mediatica della storia - la capitale irachena Baghdad fu pesantemente bombardata e vi furono molte vittime, anche civili.

A dare l'ordine d'attacco fu il presidente George Bush senior che, in un memorandum, la direttiva 54, inviato il 15 gennaio ai membri del Consiglio di sicurezza nazionale, fissava i quattro obiettivi della campagna militare: un effettivo, completo ed incondizionato ritiro di tutte le forze irachene dal Kuwait; la restaurazione del legittimo governo kuwaitiano; la difesa delle vite dei cittadini americani all'estero; la sicurezza e stabilità nella regione del Golfo. Obiettivi che le Forze armate americane avevano stabilito di ottenere, già dai giorni immediatamente successivi all'invasione irachena del 2 agosto, con una «campagna aerea» massiccia, tesa a colpire «il cuore” dell'Iraq e tutti i suoi centri nevralgici, in modo da portare ad una rapida «paralisi” per «rendere inattivo, screditare ed isolare il regime di Saddam, eliminando le sue possibilità offensive e difensive e creare le condizioni per il ritiro dell'Iraq dal Kuwait». Un piano d'attacco che aveva all'inizio il nome in codice «Instant Thunder», fulmine istantaneo, a sottolinearne la rapidità, e che poi venne chiamato «Desert Storm” (tempesta del deserto) quando fu integrato da piani per un attacco di forze terrestri: uno sviluppo fortemente voluto dal generale Colin Powell, attuale segretario di Stato ed allora capo degli Stati Maggiori Riuniti, che si rifiutò di presentare al Presidente una strategia che prevedesse la sola campagna aerea.

La guida dell'operazione fu affidata al generale Norman Schwarzkopf, il comandante in capo del commando centrale, che divenne l'uomo immagine del conflitto. Una guerra televisiva fatta di sgranate immagini notturne trasmesse dai reporter della Cnn che, con il suo giornalista di punta, Peter Arnett, s'impose proprio allora come emittente globale. Le immagini simbolo della guerra divennero quelle delle notti di Baghdad, illuminate dai traccianti fosforescenti della controaerea e dai bagliori delle bombe, commentate dai briefing quotidiani delle forze alleate che davano gli aggiornamenti sulle sortite notturne e gli obiettivi colpiti. Briefing che fecero entrare nel linguaggio mondiale termini come «bombardamenti chirurgici» e «danni collaterali» ed imposero l'idea di una guerra tecnologica ed asettica, non riuscendo però a coprire le drammatiche devastazioni provocate dei bombardamenti, che non furono completamente chirurgici. Come quello del 13 febbraio, quando gli «Stealth», i bombardieri «invisibili» americani, sganciarono due bombe teleguidate contro un bunker che avrebbe dovuto ospitare un importante centrale di commando. Ordigni di 900 chili furono sganciati dentro il sistema di ventilazione del bunker ed uno mancò il bersaglio, bloccando l'unica via di fuga alle centinaia di donne e bambini che erano stati usati, sin dall'inizio del conflitto, come scudi umani da Saddam. Il bilancio fu terribile: 314 persone uccise, 130 dei quali bambini. Le immagini dei loro corpi martoriati fecero il giro del mondo, anche perché Baghdad le utilizzò come propaganda anti-americana, permettendo alle troupe occidentali accesso incondizionato al sito del bombardamento. Oltre un mese di campagna aerea confermò le vittoriose previsioni degli strateghi del Pentagono, azzerando l'intero sistema d'infrastrutture militari, civili e di comunicazione iracheno.

Il 24 febbraio scattò l'offensiva di terra ed il giorno dopo, su ordine di Saddam, iniziò la «ritirata» dell'esercito di Baghdad dal Kuwait. In relatà fu una rotta. Il 26 febbraio erano già stati presi prigionieri 63 mila militari iracheni, molti dei quali, completamente allo sbando, si arresero alle troupes televisive che incontravano nel deserto. Ma prima di ordinare il ritiro, Saddam, che durante la campagna aerea aveva cercato di reagire con il lancio di missili Scud contro Israele e contro l'Arabia Saudita, dove si trovava il quartier generale delle operazioni americane, ordinò ai suoi soldati di dar fuoco ai pozzi petroliferi del Kuwait e di rovesciare milioni di barili di greggio nelle acque del Golfo: un attacco economico contro il paese nemico e la coalizione vincente che si trasformò in uno dei più gravi disastri ecologici subiti dal pianeta. Per giorni bruciarono 67 milioni di tonnellate di petrolio, producendo 2,1 milioni di tonnellate di fuliggine e 2 milioni di tonnellate di solfuri. La nuvola di fuliggine rese il giorno scuro come la notte, facendo calare un'atmosfera apocalittica sul paese.

Secondo l'Organizzazione mondiale della Sanità, il tasso di mortalità in Kuwait è aumentato del 10 per cento negli anni seguenti a causa delle difficoltà respiratorie e delle malattie della pelle causate da questa catastrofe ambientale. Il rilascio nel Golfo di un'enorme quantità di petrolio provocò la formazione di una chiazza di petrolio di dimensioni tali che - vista anche la particolare conformazione dell'insenatura del Golfo, che ha solo un esile collegamento attraverso lo stretto di Hormuz con l'Oceano Indiano - per anni ha contaminato le acque. Nonostante l'esercito iracheno fosse allo sbaraglio, e di fatto fosse aperta la strada verso Baghdad, durò appena tre giorni l'avanzata delle forze americane: il 27 febbraio il presidente Bush dichiarò la vittoria, resistendo alla tentazione di marciare su Baghdad e rimanendo fermo sui quattro obiettivi che aveva fissato sei settimane prima con la sua direttiva. Una decisione presa per evitare lo smembramento dell'Iraq, visto che la nascita di uno Stato curdo nel nord dell'Iraq avrebbe posto una minaccia all'integrità della Turchia, mentre la separazione degli sciiti nel sud avrebbe rafforzato l'Iran degli ayatollah. Fu questa combinazione a far sì che Saddam Hussein restasse al potere.

Il 3 marzo il «rais” iracheno firmò il cessate il fuoco e nelle settimane successive lanciòuna sanguinosa repressione contro le popolazioni curde e sciite che si erano intanto ribellate nel nord e nel sud del paese. La ferocia della repressione di Saddam, che arrivò ad usare i gas contro la popolazione civile, spinse la comunità internazionale ad un nuovo intervento, con la creazione di due «no fly zone» (zone d'interdizione al volo): una ad aprile, a nord del 36esimo parallelo, per proteggere i curdi; ed una, l'anno seguente, a sud del 32esimo parallelo, per proteggere le popolazioni sciite.

Ma alla fine di febbraio la vittoria militare degli Stati Uniti e dell'ampia coalizione da essi raccolta - una coalizione che contribuì in modo sostanziale ai costi del conflitto, pari a 60 miliardi di dollari - appariva veramente assoluta. Ottenuta in una campagna lampo di appena 42 giorni, la vittoria era costata un prezzo di sangue contenuto. Il più basso, anzi, tra quello pagato dagli Usa nei 10 maggiori conflitti combattuti: 148 soldati uccisi, una cifra molto inferiore a quella preventivata dagli Stati Maggiori Riuniti al momento dell'attacco. Il trionfo militare non impedì tuttavia al presidente Bush di essere sconfitto alle elezioni, l'anno seguente, dall'allora semi sconosciuto governatore dell'Arkansas: Bill Clinton, che prometteva agli americani meno attenzione agli affari esteri ed una ricetta più efficace per rilanciare l'economia.
(Fonte: Adnkronos)

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