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Dal n. 30 del 1° agosto 2004

De Gasperi, l'artefice della ricostruzione

Un profilo dello statista democristiano, a cinquant'anni dalla morte.

Percorsi: Politica
Parole chiave: laicato (25), cattolici (279)

«Sento che tutto qui, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me»: Alcide De Gasperi si presenta così il 10 agosto 1946 alla Conferenza della Pace di Parigi. L'impostazione che De Gasperi dà a questo primo ritorno dell'Italia nella politica internazionale è prudente e non priva di abilità. Inutile fare la voce grossa e minacciare il rifiuto del trattato di pace. Meglio dirsi disposti alla firma del trattato come atto giuridico; respingere le eredità morali del fascismo, fare delle proposte e delle critiche accettabili dai vincitori.

È una delle tante manifestazioni del gradualismo degasperiano che l'ha contraddistinto fin da quando, ventiseienne (è nato il 3 aprile 1881 a Pieve Tesino, in provincia di Trento) è chiamato a dirigere la Voce Cattolica, nel 1905, che l'anno dopo ribattezza Il Trentino per modificarne l'immagine di organo della Curia di Trento.
L'Alto Adige fa parte dell'impero austroungarico e l'avere usato la denominazione Trentino anziché Tirolo lo fa considerare nemico dell'Austria. Tuttavia, nella sua battaglia in difesa dell'italianità del Trentino, preferisce agire all'interno del sistema democratico: eletto deputato al parlamento di Vienna denuncia la deportazione in massa dei suoi concittadini, dedicandosi quasi interamente all'assistenza dei profughi.

Nel 1919 partecipa a Bologna al primo congresso del Partito popolare di don Sturzo. Il suo rilievo politico comincia a farsi più marcato nel 1923, dopo l'elezione al parlamento italiano, nel 1921, e quella di presidente del gruppo parlamentare del Ppi.

Al congresso di Torino del 1923 è fra quei «popolari» che considerano la collaborazione come l'unica possibilità per far rientrare il fascismo nella legalità. Ma già l'anno dopo, durante le elezioni ammette di essere stato fra quelli, come la maggioranza dei «popolari», che non hanno capito appieno la vera essenza del fascismo, ormai senza maschera dopo il delitto Matteotti. Don Sturzo è costretto all'esilio e dopo un breve triumvirato (Gronchi, Rodinò e Spataro) è il nuovo segretario e guida il Ppi in una intransigente opposizione al governo di Mussolini, che lui conosce bene fin da quando il duce del fascismo collaborava a un giornale socialista di Trento.

L'opposizione è presto spazzata via: il Partito popolare è disciolto! De Gasperi è fatto oggetto di persecuzione (farà anche alcuni anni di carcere). Troverà faticosamente lavoro a Roma, presso la Biblioteca vaticana. Non sono anni facili per la famiglia De Gasperi.

Nell'autunno 1942 partecipa alla riunione segreta che dà vita alla democrazia cristiana portando le idee già patrimonio del Ppi: collocazione democratica, realismo politico, europeismo. Idee subito accettate dai cattolici antifascisti.

«Idee fondamentali» alle quali si attiene rigorosamente fin da quando Ivanoe Bonomi lo vuole ministro degli esteri nel suo governo. È De Gasperi, agli Esteri anche nel governo Parri, che tratta per ottenere all'Italia sconfitta e poi costretta all'armistizio, la piena sovranità giuridica.
Il 10 dicembre 1945 costituisce il primo dei suoi governi, che manterrà con alterne vicende per otto ministeri, fino al 1953. Per la prima volta un cattolico forma un governo: dal 1848 non era mai avvenuto.

È il periodo della ricostruzione, che lo consacra come un leader di statura europea. In varie occasioni ha modo di collaudare il gradualismo degasperiano. La sua opera di governo è contrassegnata dalla collaborazione con i socialcomunisti: dopo Yalta e il clima di collaborazione russo-americano non è possibile fare diversamente. Tuttavia, non manca di avvertire: «Nessuno si illuda, se domani la legge fosse minacciata e violata… non si ritenga di passare su di noi come quello che una volta si qualificava “tiepido pecorume clericale”, non ci lasceremo sorprendere».
Il 2 giugno 1946 l'Italia sceglie la Repubblica, per 23 giorni De Gasperi è anche capo dello stato nella attesa dell'elezione di Enrico De Nicola. Non mancano i momenti tensione. Di fronte alla contestazione dei risultati del referendum, reagisce deciso a un brusco intervento del ministro della Real Casa: «Domattina – dice – o lei verrà a trovare me a Regina Coeli o verrò io a trovare lei».
Le esigenze dell'economia, uscita disastrata dalla guerra, e i fatti dell'Europa dell'est, ormai asservita all'Unione Sovietica, inducono De Gasperi ad accettare il piano Marshall (cinquanta milioni di dollari quale rimborso per i servizi prestati all'esercito alleato, grano, navi e forniture industriali, un prestito di cento milioni di dollari). Fatto che suscita la violenta reazione dei socialcomunisti.

Nel maggio 1947 la rottura con le sinistre di Togliatti e di Nenni, l'opposizione socialcomunista è vivacissima, le polemiche esasperate, le tensioni esplosive. Il clima di paura che ne deriva porta nell'aprile del 1948 alla clamorosa affermazione elettorale della Democrazia cristiana. De Gasperi si trova a capo di un governo che può contare sulla maggioranza assoluta. Ne approfitta per vincere lo scontro più duro del dopoguerra: l'adesione al Patto Atlantico, nel 1949.Quando nel 1951 si reca a Washington (è la seconda volta; la prima era stata alla vigilia del piano Marshall e dello sbarco dei comunisti dal governo), è accolto con tutti gli onori: ben diverso era il clima rispetto a quando s'era dovuto presentare davanti agli alleati in nome dell'Italia vinta per accettare il duro trattato di pace.

L'economia italiana intanto, grazie agli aiuti americani e alla strettissima collaborazione di De Gasperi con Einaudi, conosce i suoi anni migliori. Il periodo dal 1950 al 1953 è quello in cui prende il via il famoso «miracolo». Ma il 1953 è anche l'anno della cosiddetta «legge truffa», che avrebbe dovuto garantire il 75 per cento dei seggi al partito o all'unione di partiti che fossero riusciti a conseguire la maggioranza assoluta dei voti alle elezioni. La Dc non ci riesce per un soffio, ma conserva un'ampia maggioranza. Eppure De Gasperi è bocciato quando si ripresenta per l'ottava volta in parlamento come presidente del Consiglio. Nella Dc cominciano a delinearsi le correnti, e per il grande statista trentino, al quale rimangono ormai solo pochi mesi da vivere, è cominciato a 72 anni anche il declino politico. Forse la morte quasi improvvisa, a Sella di Valsugana, il 19 agosto 1954, gli impedisce di patire nuove delusioni e nuove amarezze.

Cinquant'anni dopo cosa resta di De Gasperi

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