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Antifascista, collaborò alla stesura della Costituzione

Don Giuseppe Dossetti, il Concilio e la scelta dei poveri

Cento anni fa, esattamente il 13 febbraio 1913, nasceva a Genova Giuseppe Dossetti, una delle grandi figure del cattolicesimo italiano. Costituente con Lazzati e La Pira, lascia poi la politica per diventare prete e parteciperà al Concilio come segretario del collegio dei moderatori, anche se per poco tempo.

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Giuseppe Dossetti

«La sorpresa del giorno è stata la conoscenza di Padre Dossetti, il teologo dei quattro moderatori. Simpatia reciproca a prima vista. Abbiamo concordato modalità pratiche di portare nel cuore degli  schemi del Concilio la nostra preoccupazione per la povertà. (È una figura francescana, malgrado sia un prete diocesano)». A scrivere queste righe su don Giuseppe Dossetti, nelle sue lettere dal Concilio, è il vescovo brasiliano dom Helder Camara, una delle più grandi figure della Chiesa del novecento. Sono righe scritte nell’ottobre del 1963: Giuseppe Dossetti, al tempo 50 anni, ha già alle spalle una storia che affascina e incuriosisce, e gode soprattutto di un’autorità che in pochi non riconoscono.

Nasce il 13 febbraio 1913 a Genova, si trasferisce poi a Cavriago, nella provincia reggiana. È qui che cresce alla scuola della semplicità e dell’attenzione agli ultimi. Per Dossetti, debitore del pensiero di Tommaso, Rosmini e Maritain, l’impegno politico e sociale si interseca con una fede forte nel Vangelo radicato, incarnato nella storia.

Partecipa durante il regime fascista a riunioni clandestine a casa del professor Padovani dove assieme ad altri (Vanni Rovighi, Fanfani, Lazzati, Amorth) teorizza l’avvento di uno stato nuovo, che non sia la semplice restaurazione di quello pre fascista. Durante la guerra partecipa (senza impugnare armi) alla resistenza. È nel dopoguerra che inizia il suo impegno politico. Eletto alla Camera dei Deputati collabora alla stesura di quella che possiamo considerare con un po’ di orgoglio una delle più belle, se non la più bella Costituzione del mondo. In un clima di forte contrapposizione promuove (a stretto contatto con Lazzati, La Pira e Fanfani, che con lui formano il gruppo dei cosiddetti «professorini») un dialogo serio e profondo con i suoi avversari politici, contribuendo fortemente a dare alla nostra carta Costituzionale quello spessore morale che in tempi di crisi ne fa punto di riferimento per ogni cittadino amante di una buona e salda democrazia.

Lasciata la politica, diventa prete, ordinato dall’arcivescovo di Bologna, il cardinale Giacomo Lercaro. Sente un’esigenza forte di rinnovamento, sia sociale che ecclesiale. La sua esperienza parlamentare è quella poi che fa di Dossetti uno degli uomini più ascoltati in Concilio per ciò che riguarda procedure e regolamenti. Quando Paolo VI istituisce il collegio dei moderatori con l’incarico di gestire l’Assemblea conciliare, Dossetti ne diventa segretario. Carica che lascia dopo poco, come annota Yves Congar nel suo diario: «un allontanamento dovuto all’influenza di mons. Felici» (segretario generale del Concilio).

Gli echi delle tensioni che caratterizzavano i dibattiti nel periodo del Concilio arrivano fino ai nostri giorni. Il cardinal Re, giusto il mese scorso, in una lettera pubblica al cardinal Biffi dichiara di condividere «pienamente le riserve e quanto riguarda il breve periodo in cui don Dossetti (per iniziativa del cardinal Lercaro) fu segretario dei quattro Moderatori del Concilio, usurpando la competenza che il Regolamento attribuiva a monsignor Pericle Felici, Segretario generale del Concilio». Parole forti per questo centenario.

L’impegno di Dossetti in Concilio non è comunque soltanto l’impegno di un tecnico esperto in dinamiche assembleari: si interessa all’elaborazione della Costituzione sulla Chiesa Lumen Gentium, e al Decreto sull’ufficio pastorale dei Vescovi Christus Dominus. Partecipa alcune volte al gruppo delle povertà promosso da padre Gauthier; è l’unico italiano a prendervi parte, come Chenu annota nel suo diario. È da questo gruppo che secondo alcuni, nascerà poi l’esperienza della conferenza episcopale di Medellìn che insieme a quella di Puebla darà avvio ad una stagione di azione ecclesiale per la liberazione dei popoli latino americani da dittature e miseria.

È Dossetti poi che influenza in gran parte (o addirittura secondo alcuni è sua la stessa stesura) il celebre discorso sulle povertà del card. Lercaro del 7 dicembre 1962 secondo il quale «Il tema centrale del Concilio dovrebbe essere la chiesa dei poveri». Il sogno di Dossetti è quindi quello di una Chiesa per i poveri, per i piccoli e per gli ultimi, che con loro diventa a sua volta povera piccola ed ultima.

Dopo un periodo di attuazione post conciliare inizia per don Giuseppe un periodo di ritiro e nascondimento. Certo non di indifferenza alla storia. Durante il suo ritiro in Palestina, di fronte al massacro di civili nei campi profughi di Sabra e Chatila nel 1982, non può non gridare la sua indignazione per un crimine tanto orribile: «Ho scelto di vivere gli ultimi anni della mia vita in questa terra perché è la terra della rivelazione di Dio e della incarnazione del Figlio di Dio, Gesù. In nome del Dio unico ed in nome di Gesù e del suo Vangelo debbo dire che tutto in me si ribella al massacro di Beirut e dichiara con forza: “Non è lecito, in assoluto e per nessun motivo”».

La realtà interroga ancora la sua preghiera e la sua meditazione negli ultimi anni di vita. Esce dal silenzio del monastero negli anni novanta per partecipare a numerose conferenze in difesa della Costituzione e della democrazia, a suo avviso minacciate dalla discesa in campo di un populismo che di lì a poco avrebbe addormentato le coscienze civili degli italiani. In «Sentinella quanto resta della notte?» scritto in ricordo dell’amico Giuseppe Lazzati, eleva forte un grido che sembra scritto proprio per l’oggi, al tempo inascoltato dai più. Evidenzia, riprendendo Lazzati, le cause della notte in cui versa la società italiana degli anni ’80 - ’90, «una porzione troppo scarsa di battezzati consapevoli del loro battesimo..., l’insufficienza delle comunità che dovrebbero formarli; lo sviamento e la perdita di senso dei cattolici impegnati in politica, l’immaturità dei rapporti laici-clero, il quale non tanto deve guidare dall’esterno il laicato, ma proporsi più decisamente il compito della formazione delle coscienze, non a una soggezione passiva o a una semplice religiosità, ma a un cristianesimo profondo e autentico e quindi ad un’altra eticità privata e pubblica».

Non basta secondo Dossetti la speranza di uscire dalla notte solo con rimedi politici, o peggio rinunciare a un giudizio severo nei confronti dell’attuale governo in cambio di un atteggiamento rispettoso verso la Chiesa o di una qualche concessione accattivante in questo o quel campo. Quali strade percorrere allora per uscire da questa «notte»? La via di un cristianesimo impegnato a scrutare la storia guardando continuamente l’ultratemporale, rivestito della corazza della fede e dell’amore, fortificato e rinnovato dallo Spirito.

Certo, di Dossetti è stato detto molto, soprattutto qualcuno l’ha definito un «perdente». È vero, ciò che denunciava (per alcuni sono profezie, per altri sproloqui) è stato inascoltato da chi al tempo teneva le redini della politica e della linea della chiesa italiana, e gli ultimi anni lo hanno visto relegato ad una posizione marginale e potremmo anche dire minoritaria. Non può essere di certo questa la sede di un bilancio, tuttavia queste due ricorrenze (centenario dalla nascita di Dossetti e cinquantesimo dall’inizio del Concilio) possono essere momenti di grazia per tracciare strade nuove dove l’interesse il dialogo la partecipazione e la passione tornino ad essere le caratteristiche principali del nostro essere Chiesa nel mondo e non del mondo.

Don Giuseppe Dossetti, il Concilio e la scelta dei poveri
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