Don Lorenzo Milani
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Ogl n. 2-2003

Parti uguali tra diseguali

Ermanno Gorrieri parla di cose che sa bene e che insegna (poco ascoltato) da una vita. Il testo è prima di tutto una miniera di dati, dei quali forniamo una sintesi.
Povertà relativa: quella convenzionalmente stabilita tra gli studiosi, correlata alle condizioni medie di vita del paese, tracciando la cosiddetta linea di povertà. In base ai bilanci (dati Banca d'Italia) o ai consumi (dati ISTAT) è ritenuto povero il soggetto le cui entrate - o le cui spese - siano di entità inferiori alla metà di quelle del soggetto “medio”. Nel 2000 tale linea - i dati dell'epoca sono logicamente in lire - era di £ 1.569.000 mensili per la famiglia di due persone (attraverso scale di equivalenza ponderata, la linea di povertà viene adattata al numero dei componenti).

Ermanno Gorrieri parla di cose che sa bene e che insegna (poco ascoltato) da una vita. Il testo è prima di tutto una miniera di dati, dei quali forniamo una sintesi.
Povertà relativa: quella convenzionalmente stabilita tra gli studiosi, correlata alle condizioni medie di vita del paese, tracciando la cosiddetta linea di povertà. In base ai bilanci (dati Banca d'Italia) o ai consumi (dati ISTAT) è ritenuto povero il soggetto le cui entrate - o le cui spese - siano di entità inferiori alla metà di quelle del soggetto “medio”. Nel 2000 tale linea - i dati dell'epoca sono logicamente in lire - era di £ 1.569.000 mensili per la famiglia di due persone (attraverso scale di equivalenza ponderata, la linea di povertà viene adattata al numero dei componenti).

Povertà assoluta: in base al costo convenuto di un “paniere base” di beni e servizi, nel 2000 (sempre per la famiglia di due persone) la soglia di povertà estrema era di £ 1.055.000.

Sui dati del 2000, in Italia ci sono 12,3% di famiglie povere, che su base individuale significano il 13,9% di persone povere. La distribuzione per aree geografiche evidenzia il 25,5% di poveri nel Mezzogiorno; al Centro/Nord i poveri sono il 7,3%.

La povertà è un fenomeno trasversale, tocca persone di tutte la categorie professionali e le situazioni sociali; è abbastanza alta l'incidenza della povertà tra gli anziani (le coppie con capofamiglia anziano sono povere nel 18,5 % dei casi), ma più ancora trai minori (le famiglie più povere sono le coppie con 3 o più figli minori: 26%). Preoccupa il fatto che la povertà dei minori sia in aumento.

Le famiglie “a rischio di povertà” (appena al di sopra della linea) sono l'8,3%: per loro un episodio traumatico (p. es.: perdita del lavoro, malattia grave…) sarebbe immediata fonte di crisi. Sommando poveri e quasi-poveri si arriva al 20,6%, oltre 1/5 della popolazione.

La povertà è un problema di distribuzione di risorse, di accesso ai beni e opportunità che influiscono sulla qualità della vita: istruzione; occupazione e qualità del lavoro; reddito e patrimonio; accesso ai servizi sociali; abitazione; contesti ambientali, educativi e relazionali… Basti pensare come il livello di istruzione sia determinante per lo status sociale delle persone, la conoscenza dei propri diritti, ecc.

A proposito del reddito, è eloquente un raffronto: il 10% di famiglie italiane col reddito più alto gode del 26,6% del reddito totale , all'altro estremo c'è un 10% a cui va il 2,1%.

L'analisi condotta sugli indicatori economici delle povertà va peraltro accompagnata a quella socioculturale, che ha prodotto un ampio vocabolario: emarginazione, devianza, disagio, esclusione sociale, deprivazione, impoverimento ecc. Non a caso è stato coniato il termine persone e/o famiglie multiproblematiche.

Per Gorrieri la strategia è chiara: “un sistema che voglia esser democratico in tutti i significati della parola, non può restare indifferente di fronte al crescente fenomeno delle disuguaglianze eccessive e ingiuste” (pag. 41). Alle persone bisogna offrire pari opportunità di partenza (p. es. in materia di istruzione e di occupazione) perché si promuovano da sé; ma una società “ispirata a principi di equità” persegue “un obiettivo più ambizioso: quello di garantire a tutti i cittadini non tanto il minimo vitale, quanto piuttosto un traguardo, costituito da una soglia di benessere, inteso come fruizione di una quota adeguata dei beni che concorrono a formare la qualità della vita” (pagg. 46-47). Gorrieri ritiene che “quel traguardo possa essere raggiunto dalle famiglie che dispongono di un reddito pari al 75% del reddito medio” (pag. 48); per la già citata famiglia di due componenti, usando gli stessi parametri che fissano la linea di povertà relativa a £. 1.569.000, la soglia minimale di benessere è indicata in £. 2.552.000.
Coerentemente con questa prospettiva, viene sottoposto a riesame il concetto di assistenza, termine che appare stigmatizzante nei confronti dei poveri; alla luce della Legge quadro 328/2000, è valutato positivamente il passaggio concettuale e pratico alla “realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”, volti a fornire una soglia minimale di benessere a tutti. Altro concetto-chiave è quello di “redistribuzione, riferito a tutte le risorse che determinano la qualità della vita. Ridistribuire significa togliere qualcosa ad alcuni per dare di più ad altri” (pag. 49).

Il testo è decisamente critico verso “il mito dell'universalismo senza selettività”: un sistema di protezione sociale esteso a tutti è improponibile perché presuppone un altissimo tasso di imposizione fiscale; “un servizio pubblico universalistico, che non tenga conto delle differenze fra gli utenti, pone solo teoricamente in condizione di parità coloro che ne beneficiano. All'uguaglianza formale non corrisponde sempre l'uguaglianza sostanziale” (pag. 63). La distribuzione a pioggia di sgravi fiscali e trasferimenti di reddito perpetua le disuguaglianze; è la tesi portante del libro, mutuata da don Milani: “nulla è più ingiusto che far le parti uguali fra disuguali”. Infatti, in situazioni di restrizione di bilancio, l'universalismo non selettivo determina la riduzione dell'offerta pubblica di servizi e prestazioni, col risultato di mantenere o accrescere le disuguaglianze.
La scelta dell'universalismo selettivo era stata una delle linee-guida della “Commissione Onofri” (al tempo del governo Prodi) che proponeva di “ridefinire e uniformare i criteri di misura e accertamento dei mezzi a cui è subordinata l'erogazione delle prestazioni di sicurezza sociale e più in generale dei servizi pubblici” (pag. 75). Lo strumento di attuazione veniva individuato nell'ISE (indicatore di situazione economica) o “riccometro”, il cui sviluppo e utilizzo Gorrieri giudica né coerente né incisivo.

Due sono le misure redistributive più significative individuate in questi ultimi anni: l'assegno al nucleo familiare con tre o più figli minori (AF3) e il reddito minimo di inserimento (RMI), entrambi di limitata consistenza ed estensione: dell'AF3 beneficiano in totale meno di 250 mila nuclei familiari, per una spesa complessiva erogata nel 2000 di 538 miliardi; il RMI è stato sperimentato per due anni su un limitato numero di Comuni: 39 nel 2000, con l'aggiunta di altri 267 nel 2001. La proposta prevedeva (ormai si può parlare al passato) il ruolo attivo dei Comuni nel predisporre programmi personalizzati per il superamento dell'emarginazione e lo sviluppo di capacità e autonomia dei soggetti; veniva capovolta l'idea del sussidio di mantenimento, assumendo invece l'obiettivo dell'uscita dalla povertà; tra i primi esiti verificati, significativi incrementi delle responsabilità genitoriali e dell'inserimento scolastico. Le politiche sociali dell'attuale Governo, accantonata l'ipotesi di uno sviluppo del RMI, ripropongono la vecchia idea del sussidio minimo.

Gli strumenti persistenti e anzi rafforzati con cui lo stato può svolgere una funzione redistributiva sono e restano quelli di tipo fiscale; ai fini dell'equa distribuzione di risorse, Gorrieri li ritiene inefficaci per questi motivi:

•l'unica imposta di tipo progressivo (ancorché molto attenuato) è l'IRPEF, il cui gettito fornisce poco più di un terzo delle entrate; gli altri tributi sono proporzionali o addirittura regressivi;

•le deduzioni dal reddito e le detrazioni d'imposta agevolano indistintamente le diverse fasce di reddito, quando non riguardano spese poco diffuse trai percettori di bassi redditi;

•quando le imposte da pagare sono inferiori agli sgravi cui si ha diritto, si verifica il fenomeno dell'incapienza; le stime degli studiosi danno 4.700.000 contribuenti esclusi dai vari benefici per questo motivo, con 7.500 miliardi di vecchie lire di detrazioni non godute da parte dei contribuenti più poveri.

Le tesi e le proposte di Gorrieri si discostano assai da quelle andate affermandosi. Il punto di discrimine sta nella selettività, avendo gli ultimi governi fatto la scelta (caldeggiata dal Forum delle associazioni familiari di matrice cattolica) di non differenziare in base al reddito gli interventi in favore della famiglia e quindi di ridistribuire attraverso le agevolazioni fiscali anziché i trasferimenti. È il caso dell'aumento delle detrazioni d'imposta per i figli a carico, ispirate al criterio dell'universalismo puro, che apporta “entrate irrilevanti nei bilanci delle famiglie abbienti e, viceversa, un sussidio inadeguato per alleviare il costo di un figlio per le famiglie con redditi bassi e medio-bassi” (pag. 155). A causa dell'incapienza, non ne beneficia chi ha più bisogno. Analoghi ragionamenti valgono per la riduzione dell'imposta sulle successioni e donazioni, nonché per le deduzioni sulla cosiddetta “prima casa”, generalizzate fino a includere le ville di lusso; la somma dei due provvedimenti, nel 2001, ha determinato un minor prelievo fiscale di 2.800 miliardi a favore dei contribuenti più ricchi.

In tempi di restrizioni del bilancio dello Stato, l'attenzione ai diritti della famiglia - il Papa in Parlamento ha invitato a rendere “socialmente ed economicamente meno onerose la generazione e l'educazione dei figli” - può ignorare il criterio dell'universalismo selettivo? In base all'obiettivo di creare maggiore equità, Gorrieri muove due critiche: la prima ai cattolici per aver “investito il loro impegno nel generoso esercizio della solidarietà più che nella lotta politica per la giustizia sociale”; alle sinistre per aver finito, salvo alcune componenti massimaliste, col “cancellare la parola uguaglianza dal proprio vocabolario” (pag. 10). Pensieri da prendere sul serio, associandoli alla domanda che da alcuni anni va ponendo Mons. Giovanni Nervo: il consenso democratico rischia di rafforzare le disuguaglianze?

Sta di fatto che le diverse forze politiche cercano consensi soprattutto promettendo più tutela ai già tutelati, maggiori garanzie ai già garantiti. Siamo in presenza di una deriva culturale che rende molti credenti e praticanti (anche in qualità di elettori e/o eletti) assai sensibili a proposte che massimizzano l'interesse individuale e minimizzano la dimensione sociale del benessere; le scelte fiscali hanno ripercussioni in materia di scelte pubbliche per la salute, la sicurezza sociale, l'istruzione ecc. Sono evidenti a tutti le ricadute sugli interventi di Regioni ed Enti Locali in materia di politiche sociali.

IL LIBRO
Ermanno Gorrieri
Parti uguali fra disuguali. Povertà, disuguaglianza e politiche redistributive nell'Italia di oggi
Editrice il Mulino
pp. 165 Euro 9,50.

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