Giorgio La Pira
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Dal n. 12 del 23 marzo 2003

Caro Giorgio... Caro Amintore...

La lettura del prezioso epistolario «Caro Giorgio... Caro Amintore...» rende evidente – anche a chi non ebbe dimestichezza di vita o di studi con gli estensori – che Giorgio La Pira ed Amintore Fanfani arrivarono all'impegno politico per coerenza con la fede che, in grazia copiosa, ebbero da Dio.
DI ETTORE BERNABEI

Caro Giorgio... Caro Amintore...

di Ettore Bernabei
La lettura del prezioso epistolario Caro Giorgio... Caro Amintore... rende evidente – anche a chi non ebbe dimestichezza di vita o di studi con gli estensori – che Giorgio La Pira ed Amintore Fanfani arrivarono all'impegno politico per coerenza con la fede che, in grazia copiosa, ebbero da Dio.

Gli archivi della Fondazione La Pira, a partire dal 1952, hanno amorevolmente conservato una preziosa corrispondenza tra La Pira e Fanfani che durò fino al 1977. Da essa risulta che in ogni frangente della vita pratica e in qualunque congiuntura politica, sociale o economica la bussola che guidava il loro cammino era quella della Fede e dell'accettazione convinta della Croce. Su questi due punti non ci fu mai alcun divario tra le posizioni dei due amici; anche se diversi erano i temperamenti del «profeta» La Pira e dell'«organizzatore» Fanfani.

In casa Fanfani, La Pira era come uno di famiglia. Arrivava da Firenze o da qualche altra parte del mondo anche senza avvertire, magari all'ora di colazione o di cena e si metteva a tavola come uno di casa. Tutti lo chiamavano «Professore». Solo Amintore Fanfani lo chiamava Giorgio.

Erano due anime che vivevano costantemente alla presenza di Dio: La Pira lo faceva con la gioia solare di un uomo della Magna Grecia e Fanfani con la severità equitativa di un etrusco. Tra i due non c'erano mai formalismi di cortesia, ma una costante schiettezza nel rivelarsi a vicenda il proprio sentire.

Come è naturale tra le persone di intelligenza superiore, La Pira aveva la consapevolezza della sua superiorità dottrinale e ascetica nei confronti dell'amico Fanfani, al quale riconosceva una leadership politica e operativa. Anche da questo carteggio risulta che: La Pira si riservava la ricerca e l'indicazione delle «rotte» strategiche che si potevano «leggere» nei misteriosi piani della Provvidenza divina; Fanfani accettava gli indirizzi ispirati dell'amico, non tralasciando mai di rilevarne eventuali deviazioni da una rigorosa linea di giustizia equitativa, o deficienze di umana prudenza.

Correndo il rischio – insito in tutti i raffronti culturali – di qualche imprecisione si potrebbe dire che La Pira fu per Fanfani quello che Gamaliele fu per Paolo di Tarso; e Fanfani fu per La Pira il buon samaritano. Non c'è dubbio che Fanfani senza gli incitamenti, le rivelazioni profetiche, il conforto non soltanto umano ma d'ispirazione divina, ricevuti da La Pira, non avrebbe raggiunto i livelli di incisività politica che raggiunse in Italia e nel mondo. Fanfani, seguendo quegli input, riuscì a fare del suo governo, dal 1960 al 1963, il più significativo modello di reggimento cristianamente ispirato sino ad oggi realizzato. Nell'esercizio della mediazione in-ternazionale – alla presidenza dell'Onu e al ministero degli Esteri italiano – riuscì a costruire ponti di pace, impensabili in quelle epoche di guerra più o meno fredda. Ecco perché è importante la pubblicazione di questo carteggio che può costituire, per tutti gli ignari ed in particolare per i cattolici – oggi così distratti e assopiti – un apporto determinante alla stesura di un «manuale dei doveri» di ogni cristiano che senta l'urgenza di impegnarsi nella vita pubblica per aiutare i suoi simili e preservare il patrimonio della Fede nel terzo millennio.

Negli anni che vanno dal 1952 al 1954 La Pira, sindaco, affrontò con piglio leonino l'offensiva della destra economica – democristiana e laica – che a Firenze cercò di fare terra bruciata, licenziando, con pretesti vari, il 25 della forza lavoro cittadina e sfrattando migliaia di famiglie. Lo scopo delle destre era quello di impedire a La Pira di dimostrare in pratica la possibilità di un superamento del liberismo, dando case ai senzatetto e lavoro ai disoccupati. Le sinistre stavano sornionamente a guardare, aspettando il fallimento dell'esperimento lapiriano a palazzo Vecchio. La Pira chiese ed ottenne l'aiuto del ministro degli Interni e del governo non con argomenti di opportunità politica ed economica, ma di testimonianza cristiana, richiamando tutti al dovere di difendere i più deboli. Il 27 novembre 1953 scriveva: «Io sono per grazia di Dio un testimone del Vangelo. “Mi sarete testimoni”, la mia vocazione, la sola è qui!... Mi possono arrestare: ma non tradirò mai i poveri, gli indifesi, gli oppressi: non aggiungerò al disprezzo con cui sono trattati dai potenti, l'oblio e il disinteresse dei cristiani». Andò a trovare gli operai nella fabbrica della Pignone occupata e, affinché sentissero tangibilmente la solidarietà della Chiesa, fece autorizzare dal vescovo un sacerdote a celebrare la messa domenicale nel cortile dello stabilimento. Fanfani per aiutare fattivamente l'amico doveva barcamenarsi nelle spirali di un governo di destra, presieduto dall'on. Pella; ma riuscì, ciò malgrado, a smorzare la tracotanza del padronato, togliendo il passaporto a Marinotti, azionista di riferimento della Pignone e inducendo Enrico Mattei, presidente dell'Eni, a rilevare la fabbrica fiorentina. Rispondendo alle lettere di La Pira, alla fine del novembre 1953, gli ricordava una serie di doveri propri del sindaco e concludeva: «Ti sono particolarmente grato di aver concluso con il ricordo del “Magnificat”. Io ho sostenuto che esso è il vero canto della democrazia: disperse i superbi ed esaltò gli umili».
L'attività politica di Fanfani e di La Pira fu sempre coerente con quel versetto del «Magnificat». Proprio per questa loro coerenza furono criticati e aggrediti politicamente, e doverono subire durissimi contraccolpi. Ma non cambiarono mai idee né comportamenti.

Dal 1954 al 1959 Fanfani fu segretario della Dc e si impegnò in una difficile e complessa azione di rinnovamento del partito, che si andava adagiando nel clericomoderatismo. La Pira cercava di confortare l'amico a superare tante resistenze e di indirizzarlo tra tante difficoltà e insidie. Il 28 febbraio 1955 gli scriveva: «II pane e quindi il lavoro è sacro; la casa è sacra; non si tocca impunemente nè l'uno nè l'altra. Questo non è marxismo è Vangelo. Quando gli italiani poveri saranno persuasi di essere finalmente difesi in questi due punti, la libertà sarà per sempre assicurata al nostro paese e la vita della chiesa rifiorirà nelle anime, nelle case, nelle città, nelle campagne e in tutto il paese».

Nei due anni che precedono le elezioni politiche del 1958 Giorgio La Pira cercò di ispirare Fanfani – impegnato nella difficile opera di riorganizzare la DC per farne uno strumento efficiente di politica riformatrice – ad affrontare alla radice il nodo della adesione al comunismo di larga parte della popolazione lavoratrice e lo fa con queste parole (17 luglio 1956): «Fondamentale è creare l'attrazione delle classi umili verso di noi. Come? Risolvendo i loro problemi di ogni giorno! Lavoro, casa, assistenza, cultura e su tutto la volta della grazia, della preghiera, della Chiesa». «Il problema politico e storico (che investe anche la Chiesa) è il problema del pilotaggio della speranza». In queste parole c'è la sintesi del pensiero escatologico e politico di La Pira, che Fanfani cercò con ogni mezzo di attuare, indirizzando le speranze della gente verso gli obiettivi di una società più giusta e più a misura d'uomo. I due pur avendo metodologie vocazionali diverse perseguivano lo stesso cammino: arrivare alla Città di Dio attraverso il miglioramento della città dell'uomo.

La Pira scrive a Fanfani il 7 aprile 1958: «La mia vocazione mi è apparsa sempre più chiara: vocazione apostolica avente come sua caratteristica la finalità di pace fra le nazioni... La prima cosa da fare è congregare le forze della fede: riunire attorno ad un asse qualificato tutti i popoli credenti in Dio (musulmani, Israele, India)».

Quando nel 1959 Fanfani lasciò l'incarico di segretario politico della Dc e di presidente del Consiglio, l'amico La Pira gli fu vicino – come sempre. Da lì ad un anno, Fanfani fu chiamato da tutta la Dc e da buona parte della opposizione a presiedere il governo «delle convergenze parallele».

La Pira supportò e patrocinò con tutte le sue forze quella esperienza di governo di Fanfani cercando fin dal suo inizio di dilatarla a una missione di pacificazione universale.
Negli ultimi quindici anni della sua vita terrena La Pira, nel carteggio con Fanfani e con le altre personalità della terra, non si discostò più dal tema della pace; riaffermando, nella sua tenace prospettazione profetica di una pacifica convivenza dei popoli, non soltanto l'inderogabile dovere di eliminare la guerra più o meno fredda, ma soprattutto la via più sicura per il superamento – già scontato – del comunismo e per la libertà della Chiesa. Questi due obiettivi erano all'auspicio di grandi incontri tra le tre religioni monoteiste: cristianesimo, ebraismo, islamismo. Fonti costanti di ispirazione: le rivelazioni della Madonna a Lourdes e a Fatima. Punto di riferimento geografico e politico l'Italia (per la sua posizione al centro del Mediterraneo) e personale con Fanfani (per il ruolo di «nauta» assegnatogli da Giovanni XXIII). È significativo che l'ultimo brevissimo scritto di questo carteggio di Fanfani a La Pira, del 18 aprile 1977, si imperni su queste parole «La pace... tuo insegnamento e tua opera».

La Pira e Fanfani erano due uomini di fede in Dio, creatore e regolatore dell'Universo; esercitavano la politica così come un sacerdote celebra una liturgia e come un monaco compie la sua ascesi di preghiera. Per questo fondamentale motivo, ognuno dei due – pur essendo profondamente laico e distinto dalla gerarchia ecclesiastica – influenzò misteriosamente l'azione della Chiesa e dei papi.
Per la Pira e Fanfani, due uomini di testimonianza teologale, prestati alla politica vale ancora oggi il verso manzoniano: «Bella e benefica Fede ai trionfi avvezza».

Una Rai d'altri tempi
In nota al saggio di Ettore Bernabei (di cui pubblichiamo ampi stralci), che apre insieme ad altri il volume «Caro Giorgio... Caro Amintore...», è riportata la lettera che Fanfani, allora presidente del Consiglio, inviò nel gennaio 1961 al neoletto direttore generale della Rai, Bernabei: «...Approvando la Sua designazione non ho fatto che seguire la mia convinzione, maturata in una ormai lunga osservazione delle Sue qualità e del Suo lavoro. Ora Le auguro di ricordare ogni giorno quale alta cattedra Ella dirige e quanto numerosi e vari siano gli spiriti che da essa attendono informazioni vere, orientamenti costruttivi, svaghi sereni, per divenire uomini e cittadini migliori. Questo ricordo quotidiano La renda solerte ed attento, con zelo scrupoloso ed intelligenza aperta. Io ho assolto il mio dovere di assicurare alla Rai Tv un direttore probo e capace. Assolva ora Ella il Suo di dimostrare che il Governo ha ben servito l'interesse pubblico».
A confronto con le recenti vicende del Cda e del livello raggiunto dai programmi, si tratta davvero di altri tempi e di altra Rai.

Il dramma dei licenziamenti alla Pignone

Il carteggio La Pira-Fanfani («Caro Giorgio... Caro Amintore...», Edizioni Polistampa, pp.345 + cd-rom, euro 18,00) contiene 99 delle 854 lettere conservate presso l'archivio della Fondazione La Pira e il cui inventario completo è allegato al volume in forma elettronica. Le 99 lettere, quasi tutte inedite, sono pubblicate a cura di Sara Selmi e Sebastiano Nerozzi e introdotte da saggi e testimonianze di Ettore Bernabei, Giulio Conticelli, Tommaso Fanfani, Francesco Paolo Fulci, Gianni Giovannoni, Piero Roggi e Raffaello Torricelli.

Il carteggio, come spiega Mario Primicerio, presidente della Fondazione La Pira, «rappresenta un vero spaccato della storia politica italiana, offre riflessioni di grande spessore sulle vicende della Chiesa e rappresenta una testimonianza di intenso valore culturale e spirituale».
Amintore Fanfani (1908-1999) e Giorgio La Pira (1904-1977) sono senza dubbio tra le figure più rappresentative della vita politica italiana della seconda metà del XX secolo. Per quanto assai diversi per tipo di impegno, per temperamento, per percorso culturale, sono sempre stati uniti da un rapporto di grande amicizia, basata su profonde radici spirituali.

Nelle loro lettere sono però presenti anche fatti politici di grande rilievo, sia internazionali che locali, come ad esempio la difficile vicenda della Pignone all'inizio degli anni Cinquanta e a cui è dedicato uno dei saggi introduttivi del volume, quello a firma di Piero Roggi.
Era tanto il desiderio di salvare il lavoro degli operai della Pignone, assieme a quello dei lavoratori della Galileo, che La Pira arrivò a sollecitare il ministero della Difesa perché venisse effettuato un ordinativo di torpedini (bombe di profondità allora fabbricate nelle officine Pignone) per sostenere la produzione e l'occupazione.
«Carissimo Amintore – scrive La Pira il 19 febbraio 1953 –, ... c'è una questione seria: i licenziamenti alla Pignone (300) e, ora, alla Galileo (pare 800).... la situazione, a Firenze, diventa non facile e può diventare, per me, insostenibile: avevo lavorato con tanta pazienza per collocare 1000 disoccupati nei cantieri di lavoro, per dare l'impressione – almeno! – che si prendeva a cuore la situazione dei bisognosi di “pane”! Ed ecco, ora, il dono pasquale: più di 1000 licenziamenti di operai qualificati. Cosa devo fare? ... Tante dighe costruite con fatica ed ecco la “marea” che le abbatte d'improvviso... E il governo?... Insomma: cosa devo fare? Ecco la domanda che bisogna francamente porre a De Gasperi: bisogna intendersi con chiarezza sopra questi punti che toccano le esigenze inderogabili ed improrogabili della vita. Mi dispiace di darti questi altri pensieri: però non è male che ad un certo momento il Presidente del Consiglio si persuada – e con lui tutta la Dc – che questi problemi “umili” sono – davanti a Dio e agli uomini – problemi “massimi”: e la fiducia in questa tanto conclamata democrazia deve avere un solo fondamento: mostrare che è capace di rispondere alle domande più elementari degli uomini».

La Pira: Dio dentro la storia

Caro Giorgio... Caro Amintore...
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