Giorgio La Pira
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Dal n. 39 del 3 novembre 2002

Quando La Pira in Cina scovò una chiesa cattolica

Siamo alla vigilia del 5 novembre 2002, venticinquesimo anniversario della morte del «professore», il «sindaco santo», e alla Fondazione, che ha sede a Firenze in via La Pira, dietro al Convento di San Marco, si lavora per mettere a punto i momenti celebrativi e la pubblicazione con lettere inedite che sarà distribuita nella circostanza.
Mario Primicerio, di La Pira è stato anche successore in Palazzo Vecchio, ma soprattutto è stato suo collaboratore sin dagli anni giovanili. Il caso ha infatti voluto che nel 1965 accompagnasse l'allora sindaco di Firenze in uno dei viaggi più significativi compiuti da La Pira in quegli anni, quello in Vietnam.
DI ANDREA FAGIOLI

Quando La Pira in Cina scovò una chiesa cattolica

di Andrea Fagioli
Era la scrivania di don Ajmo Petracchi quella intorno alla quale ci sediamo con il presidente della «Fondazione Giorgio La Pira», Mario Primicerio.

Ci tiene, Primicerio, a sottolineare il gesto compiuto dai parenti dell'ex vicario generale della diocesi di Firenze che hanno voluto donare alla Fondazione, oltre alla scrivania, la poltrona, un ritratto di Paolo VI e altri oggetti appartenuti al loro congiunto. Un valore tutto simbolico, affettivo, ma che il presidente e gli altri componenti della Fondazione hanno gradito in modo particolare tanto da porre poltrona e scrivania nella saletta d'ingresso.

Siamo alla vigilia del 5 novembre 2002, venticinquesimo anniversario della morte del «professore», il «sindaco santo», e alla Fondazione, che ha sede a Firenze in via La Pira, dietro al Convento di San Marco, si lavora per mettere a punto i momenti celebrativi e la pubblicazione con lettere inedite che sarà distribuita nella circostanza.
Mario Primicerio, di La Pira è stato anche successore in Palazzo Vecchio, ma soprattutto è stato suo collaboratore sin dagli anni giovanili. Il caso ha infatti voluto che nel 1965 accompagnasse l'allora sindaco di Firenze in uno dei viaggi più significativi compiuti da La Pira in quegli anni, quello in Vietnam.

Primicerio, perché toccò proprio a lei, che allora era poco più che un ragazzo, accompagnare La Pira ad Hanoi da Ho Chi Minh?

«Eravamo nell'autunno del 1965. C'erano state da poco le elezioni amministrative a Firenze con un nuovo successo personale di La Pira ed una buona affermazione dei suoi sostenitori all'interno della lista democristiana. Erano in corso le trattative per la formazione della nuova giunta nelle quali erano direttamente impegnati i più stretti collaboratori del Professore. Per questa ragione, quando giunse l'invito da Hanoi, fu deciso che fossi io ad accompagnare La Pira in questo viaggio certamente non facile anche dal punto di vista organizzativo. Si doveva passare dalla Cina popolare, che allora non era riconosciuta da nessun Paese occidentale ad eccezione della Francia. Dopo una lunga sosta in Polonia e poi a Mosca, si arrivò a Pechino all'inizio di novembre. La situazione in Cina era in una fase delicata, che sarebbe di lì a poco sfociata nella Rivoluzione culturale. Eppure, si riuscì a scovare, non senza fatica, una chiesa cattolica e un sacerdote con il quale La Pira cercò di stabilire un qualche dialogo parlando in latino. Poi, il trasferimento da Pechino ad Hanoi avvenne su un piccolo bimotore e durò un giorno intero».

Una volta ad Hanoi, cosa successe?

«Fin dal primo incontro con il comitato d'accoglienza, La Pira fu molto chiaro ed esplicito: “In primo luogo – disse – domani è la festa della Cattedra di San Pietro e quindi la visita inizierà con la Messa nella chiesa cattedrale. In secondo luogo, lo scopo della mia venuta è quello di parlare con il presidente Ho Chi Minh e con il primo ministro Pham Van Dong del futuro di questo Paese”. Così la mattina dopo e tutte le mattine successive una macchina ufficiale venne a prenderci per portarci alla cattedrale».

E sul piano politico?

«Ci furono una serie di incontri a vari livelli che avevano chiaramente lo scopo di preparare l'incontro conclusivo, che avvenne nella residenza di Ho Chi Minh e durò oltre due ore, senza interpreti, visto che La Pira parlava e capiva assai bene il francese».

Cosa si dissero La Pira e Ho Chi Minh?

«Fu un colloquio non convenzionale. Ad un certo punto, tra l'altro, Ho Chi Minh disse a La Pira: “Supponiamo che lei sia il presidente Ho Chi Minh. Che cosa farebbe?”. La Pira, seppure colto di sorpresa, non si scompose: “Farei proprio quello che oggi lei ha fatto con me: inviterei il presidente Johnson a bere insieme una tazza di the”. Via via il discorso si sviluppò su temi sempre più concreti fino a giungere al nodo fondamentale, cioè le condizioni alle quali si poteva dar vita ad un negoziato. Da una parte e dall'altra veniva riconosciuto che il punto di partenza erano gli accordi di Ginevra del 1954. Quindi sembrava ovvio che da una parte e dall'altra si ricercasse una soluzione diplomatica. Di fatto, invece, proseguivano gli scontri. Il punto era se aprire il negoziato senza condizioni, come chiedevano gli Stati Uniti, o se invece doveva essere preceduto dal ritiro delle truppe americane, come chiedevano i vietnamiti. L'intuizione di La Pira fu quella di dire che in queste condizioni c'è bisogno di qualcuno che stabilisca un ponte, il più informale possibile, e che accerti qual è la realtà dei fatti. La parola d'ordine era di far accettare la trattativa ai vietnamiti con gli americani ancora sul loro territorio»

La Pira ci riuscì.

«Ci volle tempo, ma alla fine fu chiaro che era l'unica via possibile e che comunque la notizia che arrivava da Hanoi doveva rimanere riservata. Uno dei motivi per cui La Pira fu accettato da Ho Chi Min come mediatore fu l'amicizia che il Professore aveva con Fanfani, che in quel momento era presidente dell'assemblea delle Nazioni Unite, quindi un organo non esecutivo, ma rappresentativo. Infatti, appena tornati in Italia con questa importante notizia, io fui mandato due giorni dopo a New York da Fanfani a riferire verbalmente l'ipotesi. Naturalmente i vietnamiti, pur accettando di trattare nonostante gli americani ancora sul loro territorio, chiesero che venissero cessati i bombardamenti. La risposta nel dicembre 1965 fu invece un'intensificazione dei bombardamenti stessi. Evidentemente, c'era ancora chi tra gli americani pensava che il conflitto potesse essere vinto. Infatti, questa possibilità di arrivare ad un tavolo della trattativa fu sabotata con un episodio ancora avvolto nel mistero: la notizia venne fatta trapelare e pubblicare da un giornale di St. Louis dopo di che, per forza di cose, arrivò la smentita da parte di Hanoi e il canale s'interruppe. Ci vollero poi altri dieci anni per arrivare al tavolo del negoziato esattamente alle stesse condizioni che La Pira aveva strappato ad Ho Chi Min e che io ero andato a portare a Fanfani. Chi volle mostrare i muscoli pretendendo di risolvere tutto con la forza si è preso una responsabilità enorme. Quei dieci anni, oltre ai tanti morti, hanno fatto un danno politico di cui si pagano ancora le conseguenze».

Ci sono affinità tra quella «voglia di mostrare i muscoli» e quella attuale?

«Mi sembra ci sia la stessa pericolosa superficialità. Già nel caso del Vietnam non funzionò e quella fu l'ultima guerra territoriale, cioè legata alla conquista di un territorio. La guerra non può risarcire un diritto violato e ne abbiamo prova provata nel caso della Terra Santa. I civili israeliani non sono mai stati così insicuri come oggi dopo due anni di politica che cerca di assicurare la sicurezza con la forza. Gli israeliani sono stati più sicuri quando Rabin, che pure era un militare, ebbe il coraggio di capire che la sicurezza non si ottiene con la forza, ma solo con il negoziato».

Gli attentati di New York, Bali, Mosca.... Che succede al mondo?

«Non c'è più il pericolo nucleare di una volta, ma il mondo è diventato talmente complesso che la sua vulnerabilità è totale. L'equazione più forza, più tecnologia, più ricchezza, più potenza uguale più sicurezza, che in passato ha avuto una sua validità, oggi non è più possibile».

Ma chi è oggi in grado di dire il «fermi tutti» di La Pira?

«Non sono molto ottimista su come funziona l'organizzazione delle Nazioni Unite, ma in mancanza di meglio utilizziamo quello che abbiamo. Quello che più mi spaventa in questo momento è che la scelta militare, che potrebbe essere la tentazione attuale degli Stati Uniti nei confronti dell'Iraq, finirebbe per essere una scelta anti-Onu e in fondo anche anti-Europa. In un certo senso la reazione di due governi diversi come quello tedesco di centrosinistra e quello francese di centrodestra è una reazione forte di un'Europa che vede in qualche modo la minaccia di essere scardinata dalla Gran Bretagna e divisa tra i Paesi che hanno più bisogno del petrolio mediorientale per sostenere la propria crescita economica e quelli che invece non ne hanno bisogno perché riforniti da altri Paesi come la Nigeria, il Venezuala o il Texas. L'antiamericanismo è puerile, anche perché non si può dimenticare l'importanza che gli Stati Uniti hanno avuto nel mondo diventando una forza da cui non si può prescindere. Ma è una forza che deve essere impiegata con responsabilità. Bisogna capire che la difesa dei propri interessi non si ferma alle proprie frontiere. Oggi la costruzione della sicurezza dei tuoi cittadini è legata in parte alla tua potenza, alla tua ricchezza, ma in gran parte è legata a quanto sei capace di costruire la giustizia. Lo stesso terrorismo, che è la risposta del fanatismo disperato che non vede altre via d'uscita, si può combattere combattendo l'ingiustizia su cui si alimenta e cercando di costruire la speranza come antidoto alla voglia di ricorrere alla violenza».

L'inedito: lettera di La Pira al presidente Gronchi
Caro Gronchi, i «furbi» – materialisti, machiavellici, mediocri: strutturalmente atei! – non credono che Dio operi nella storia per realizzare il Suo disegno (...): non sanno che la storia sacra finalizza misteriosamente ma efficacemente la storia intera dei popoli e delle nazioni. Essi, perciò, non credono che esista una «geografia della grazia»: una «zona di attrazione» della grazia, operante sulla storia intiera. Ma questo intervento finalizzatore di Dio c'è; e c'è una strategia di Dio, una storia di Dio: di tutto ciò dovrebbero i politici – se meditassero a fondo la loro azione e se la preparassero con la preghiera e la fede – tenere fondamentale calcolo nella loro opera. Ebbene, quanto sta avvenendo in Italia, nel Mediterraneo e, di riflesso, nel mondo deve essere visto – per essere capito – in questa luce misteriosa del Signore.... Come si controbilancia lo spazio dell'ombra con quello della luce? Proprio così: radunando nello stesso «spazio fisico e spirituale» – per così dire – i popoli e le nazioni portatori dello stesso mistero religioso: popoli e nazioni cristiane; popoli e nazioni musulmane; popolo e nazione ebrea (...). Le tre civiltà a base monoteista (Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe!) e i popoli e le nazioni che da tale base emergono (differenziate sia pure, profondamente) alzano insieme la lampada della fede in Dio, come luce essenziale per l'intiera famiglia umana!... Ecco la funzione mediterranea; ecco l'autentica Europa; ecco lo spazio della luce destinata a fugare le tenebre che coprono lo spazio dell'ateismo e del materialismo. Un sogno? Una illusione? Una retorica? No: è la sola profonda effettiva finalità storica e politica del tempo nostro. La vocazione dell'Italia cristiana è qui! La visita di Nasser, quella del Re di Giordania (penso che venga), la problematica di Israele e così via; tutto questo movimento di popoli a Roma acquista senso e finalità in questo quadro. Il Signore ti aiuterà sempre nella «interpretaziobne» dei segni dei tempi e nella esplicitazione di questa vocazione «missionaria» (...) del nostro popolo cristiano e della nostra nazione cristiana. Grazie.
La Pira
A Giovanni Gronchi
Presidente della Repubblica
S. Pietro in Ant. (22/2/1958)

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