Referendum legge 40
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Dal n. 26 del 3 luglio 2005 (ed. Siena-Colle Val d'Elsa-Montalcino)

Bellieni: ha vinto l'infinitamente piccolo

«Voglio stringerle la mano: sono la mamma di una bambina Down e lei stasera mi ha fatto sentire meno sola». A quella madre il neonatologo Carlo Valerio Bellieni ha risposto: «È lei e madri come lei che fate sentire meno solo me». È infatti un chiodo fisso del medico senese ritenere che chi studia le percezioni dei bimbi non ancora nati debba ad ogni costo «andare avanti ad approfondire ogni ipotesi di cura, a qualsiasi stadio della vita, ogni tentativo utile a rivitalizzare esserini di pochi etti o che, una volta venuti al mondo, saranno portatori di una malattia o di un handicap». Bellieni oltre alla normale attività all'Unità di terapia intensiva neonatale del Policlinico universitario «S. Maria alle Scotte» di Siena, in questi cinque mesi si è anche improvvisato conferenziere per la causa del non voto davanti a platee molto affollate ma molto meno preparate rispetto a quelle degli scienziati a cui di solito si rivolge.

Dottor Bellieni, il risultato di questo referendum può essere interpretato come un segno forte di sostegno al lavoro di tipo «umanistico» che medici come lei svolgono da anni nei reparti di neonatalogia con bambini che pesano solo pochi etti?

«Credo di sì. Chi fa ricerca finisce per sentirsi isolato se il clima culturale è di indifferenza. Chi ha seguito da vicino i temi del referendum ha potuto capire che è l'“infinitamente piccolo” la nuova scommessa. Sappiamo che solo trattando il bambino prenatale come un “paziente” a tutti gli effetti si aprono vie terapeutiche impensate. Dagli Stati Uniti mi hanno chiesto di mettere a disposizione gli studi sulle risposte del feto agli stimoli acustici. La mia ipotesi – peraltro verificata – è che il feto risponda come un bambino già nato. Mi hanno anche chiesto un capitolo per l'enciclopedia mondiale del dolore sulla sofferenza di feto e neonato. Significa che questi temi rappresentano la prossima sfida a livello mondiale, e che l'Italia è all'avanguardia».

Secondo lei dietro un astensionismo di questa ampiezza quale tipo di messaggio culturale è lecito leggere?

«Gli italiani disertando le urne hanno detto: “Non abbiamo paura”, ma anche: “Siamo meno infantili di quanto crediate”. Hanno capito durante questa lunga campagna referendaria un dato importante: si può curare senza sopprimere. Si può guardare al disabile senza fobie verso la diversità, un atteggiamento che invece caratterizza il fronte del relativismo distruttivo».

Si può dire che tra la gente oggi sia più profonda la percezione della tutela e del valore della vita rispetto a quanto poteva apparire ascoltando gli slogan del fronte referendario?

«Ho girato molte città e ho incontrato un mondo di gente interessata a quello che veniva detto e desiderosa di impegnarsi: da chi ha rischiato la faccia nei dibattiti pubblici, al piccolo gesto dei due fidanzati che, sapendomi senza auto, si sono offerti di accompagnarmi da Pisa ad Arezzo. Non hanno nemmeno voluto essere ringraziati perché sapevano che lì mi attendeva altra gente».

Nei suoi incontri di questi mesi che tipo di attenzione ha riscontrato tra le persone alle quali ha parlato?

«Un livello impensato. Ogni volta mi dicevo: “Chi l'avrebbe mai detto solo cinque anni fa!”. Ma quello che più mi ha colpito è il timore di esprimersi di alcuni. Come la collega ginecologa “insospettabile” che una notte, durante l'assistenza al parto, mi ha preso in disparte: “Ho saputo che ti impegni contro la fecondazione selvaggia” e ancor più piano: “Bravo...”. O coloro che spiegavano a me quanto erano saggi a “restarne fuori”. Ma trovare sale stracolme di gente è stata una meraviglia. Come mi ha stupito l'incontro con un ecologista come il professor Enzo Tiezzi o con il presidente dei neonatologi, professor Rondini, che si sono resi disponibili a non nascondere i loro dubbi sull'uso selvaggio di queste tecniche».

Gli italiani sembrano aver chiarito in modo inequivocabile che l'embrione è «qualcuno» e non «qualcosa»: che messaggio arriva al mondo scientifico di cui lei fa parte?

«Che noi medici non siamo solo “fornitori di un servizio”. Il medico non è l'impiegato della salute, ma ha a che fare con un livello di sviluppo umano profondo. Non si può più dire “è solo il mio lavoro” se si tratta di interrompere una gravidanza, di eliminare un embrione, o – come si vorrebbe un domani – di eseguire un'eutanasia».

Scientificamente a nessuna futura mamma si può assicurare che suo figlio nascerà sano. Ma che tutela va garantita ai nascituri? E cosa si fa per alleviare il «dolore innocente»?

«Va insegnato ai medici che prima della nascita il feto-embrione è soggetto da tutelare e, se necessario, curare senza prendere scorciatoie. Una gravidanza si interrompe volontariamente, generalmente per paura, non per scelta: è un ricatto della solitudine, cui la società non può rispondere solo fornendo strumenti asettici. Ma va anche insegnato alle mamme quello che tanta cattiva cultura ha seppellito: vale a dire che prima della nascita il figlio (embrione o feto che sia) per lei è già una compagnia, che le vuole bene senza bisogno di sapere se è bella, buona, ricca. È forse l'unico momento nella vita di molte donne in cui vengono amate senza riserve. Nel nostro reparto incoraggiamo questo dialogo, e non potete sapere quanto stress viene eliminato in questo modo dalla gravidanza, ridotta oggi a “stato stressante”».

Il feto sente, ricorda, sogna, prova dolore e piacere: come è cambiata oggi la gravidanza con l'aumento delle ansie e delle aspettative di mettere al mondo un figlio perfetto?

«Il cambiamento si vede nell'automatismo con cui la madre si sottopone a quello che viene richiesto dalla routine: la diagnosi prenatale è una buona cosa, ma l'amniocentesi è una scelta, non un obbligo. Oltretutto l'ansia da figlio perfetto genera un'idea di “prodotto” che a poco a poco va a soppiantare l'idea di figlio. E questo si ripercuote sulle età successive: il figlio sarà accettabile se risponderà a desideri e programmi dei genitori: bravo a scuola, bello, sportivo».

Nell'affrontare il dolore i prematuri che lei cura hanno bisogno di una «presenza che li aiuti», come sostiene nel suo libro L'alba dell'Io: cosa intende dire?

«C'è chi sostiene che il feto e il neonato non provino dolore, solo perché non possono esprimerlo a parole. Oggi però sappiamo quali farmaci somministrare al feto in caso si debbano eseguire in utero interventi chirurgici per non farlo soffrire. Allo stesso modo non è più il tempo per la comunità scientifica di selezionare il disabile per eliminarlo, ma è sempre più il tempo di curare qualunque livello della vita umana. Credo che sia questa la grande scommessa della medicina».

Bellieni: ha vinto l'infinitamente piccolo
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