Referendum legge 40
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Dal n. 18 dell'8 maggio 2005

I precedenti: quando era Pannella a suggerire l'astensione

DI ENNIO CICALI
Basta che non partecipi il 20-22 per cento di quegli elettori che solitamente si recano a votare per invalidare un referendum per mancanza di quorum. È la «regola del 20 per cento» teorizzata dal prof. Augusto Barbera, costituzionalista. L'invalidazione per mancanza di quorum ha lo stesso effetto di una vittoria del No.

Una teoria confermata da una lunga serie di risultati referendari: dal 1997 a oggi si sono celebrati 17 referendum tutti annullati per mancanza di quorum. Stessa sorte era toccata nel giugno 1990 ad altre tre consultazioni.
Pioniere dell'astensionismo è nel 1974 un gruppo di cattolici in occasione del referendum sul divorzio. Nel 1985, Marco Pannella la suggerisce a Bettino Craxi per neutralizzare il voto sulla scala mobile: il leader del Psi preferisce battersi per il No, spuntandola.

Nel 1985 sorge un problema nuovo: l'esercizio di voto nel referendum deve considerarsi un «dovere civico», come lo definisce l'articolo 48 della Costituzione? Sembra di no. Questo è almeno l'orientamento prevalente dei costituzionalisti: nei referendum il voto non andrebbe considerato un «dovere». Infatti, è la spiegazione, perché mai una consultazione chiesta di 500 mila elettori, per quanto legittima, dovrebbe obbligare l'intero corpo elettorale a recarsi alle urne? Una questione tuttora aperta.
I referendum del 1987 propongono un tema di scottante attualità – la responsabilità civile del giudice – a fianco di altri, altrettanto importanti come la localizzazione delle centrali nucleari. Si raggiunge il quorum, non si ha notizia di inviti all'astensionismo.

La forte propaganda astensionista di cacciatori e agricoltori concorre al fallimento dei referendum su caccia e pesticidi del 3 giugno 1990.

La strategia dell'astensionismo non funziona nel 1991, in occasione del referendum sulla preferenza unica. Meglio andare al mare, è l'invito di Bettino Craxi. Non è raccolto dai cittadini: vota il 62,4 degli aventi diritto con il 95,6 di Si.

Il ricorso ai referendum si fa massiccio; il 18 aprile 1993 si vota per nove quesiti. Il quorum è largamente superato: alle urne va oltre il 75% degli aventi diritto.

L'11 giugno 1995 si vota per 12 referendum. Gran parte del dibattito ruota attorno ai quesiti che riguardano il futuro della televisione: dalla privatizzazione della Rai alla raccolta pubblicitaria, dalle interruzioni pubblicitarie di film e opere, alla possibilità di un privato di avere più concessioni televisive nazionali. Altri due quesiti riguardano il commercio. Personaggi televisivi e commercianti sono uniti nell'invitare gli elettori ad astenersi. Invito non raccolto dagli elettori.
Nel 1997 la svolta: si vota per sette quesiti, nessuno raggiunge il quorum.

Il 7 ottobre 2001 si svolge il referendum per la riforma federalista della Costituzione. L'affluenza alle urne è soltanto del 34%, ma, trattandosi di una riforma costituzionale per la convalida non è richiesta la maggioranza degli aventi diritto al voto.

Il 15 e 16 giugno 2003 si svolge il referendum sull'art. 18. L'Ulivo si divide: Ds e Margherita sono favorevoli all'astensione; Mastella è per il No; il «correntone» Ds, i Verdi, i Comunisti Italiani e Rifondazione sono favorevoli al Si. Un secondo quesito riguarda la servitù di elettrodotto. Vota solo il 25,7% degli aventi diritto.

I precedenti: quando era Pannella a suggerire l'astensione
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