Referendum legge 40
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Dal n. 22 del 5 giugno 2005

La bianca non fa astensione

di Carlo Casini
Chi il 12 giugno si reca nei seggi a votare sceglie di abrogare la legge 40 sulla Procreazione medicalmente assistita. Qualunque cosa scriva o non scriva sulla scheda, sceglie di tornare al Far West procreatico. Anche se lascia bianca la scheda, anche se l'annulla. Anche se vota «no».
È indispensabile che tutti lo sappiano affinché il principio democratico sia rispettato. Anche i giornali schierati per il «sì» dovrebbero far conoscere questa evidenza se volessero rispettare veramente la volontà popolare.

Altrimenti l'abrogazione della legge potrebbe essere determinata da un inganno o, almeno, da una insufficiente conoscenza. Si assiste, invece, al paradosso che chi vuol far vincere il «sì» propaganda il «no» per dividere il fronte avversario e talora chi è un fermo difensore del diritto alla vita dichiara che voterà «no» per dimostrare la sua adesione ai principi della legge che il suo stesso voto contribuirà a travolgere!

Occorre, dunque, uscire dagli equivoci.

La gente deve sapere che non vi sono tre alternative («sì», «no», astensione) ma soltanto due (mantenere o abrogare la legge) e che il modo di manifestare la propria volontà di non cancellare la legge è uno solo: scegliere di non votare.

Vediamo perché.

Un comitato costituito da tutte le associazioni, da tutti i movimenti cattolici, da numerosi parlamentari del centro-destra e del centro-sinistra, da alcuni «laici», da non pochi scienziati (Comitato «Scienza e Vita») propone la scelta del «non voto». È evidente che una grande quantità di cittadini seguirà questo invito. La conseguenza matematicamente certa è che il «no» non potrà vincere.

Infatti è stata scelta un'altra strada per salvare la legge. Perciò chi va a votare è utile solo a chi vuole eliminare la legge: il suo «no», infatti, va ad aumentare il numero di votanti e può contribuire a far raggiungere quel 50% degli elettori che è la necessaria condizione perché il referendum abbia effetto. Insomma: chi vota «no» è come se votasse «sì». È bene saperlo.

È comprensibile che alcuni non ritengano giusta la strategia del «non voto». Essi hanno espresso la loro opinione nel momento in cui i difensori della legge discutevano sulla linea da adottare. Ma ora che la strategia è stata autorevolmente definita, anche chi avrebbe preferito manifestare il proprio parere con un bel «no», dovrebbe dichiarare pubblicamente la sua «decisione di non voto».

L'obiettivo comune di salvare la legge è molto più importante del metodo per conseguirlo.

La «partecipazione» è un valore, ma più importante è quello della vita. Se fosse indetto un referendum per cancellare un trattato di pace e fosse evidente che votare «no» contribuisce al ritorno delle stragi sui campi di battaglia mentre non votare lascia la speranza di mantenere la pace, come dovrebbe comportarsi chi vuole veramente la pace?
Del resto la «decisione del non voto» nella vicenda referendaria attuale non è affatto un rifiuto di partecipazione. Anzi esprime una più intensa partecipazione al sistema democratico. Il popolo esercita la sua sovranità delegando il potere legislativo ai suoi rappresentanti.

Eccezionalmente il popolo può promuovere una sorta di giudizio di appello contro una legge approvata dai Parlamentari. Può ritenere, cioè, che la materia regolata da una legge già promulgata meriti un riesame, sia pure grossolano perché esprimibile solo con un «sì» o con un «no» senza distinzioni o sfumature. Perciò la prima questione da risolvere è quella di sapere se il popolo vuole effettivamente il riesame. Per questo la Costituzione (art. 75) stabilisce che i referendum non hanno effetto se non partecipa al voto almeno il 50% degli elettori. Se non viene raggiunto questo «quorum» è evidente che la maggioranza degli elettori ritiene che il referendum non doveva essere promosso. Questa interpretazione è confermata dalla legge 157 del 3/6/99 sul finanziamento dei partiti. Il rimborso delle spese elettorali è la prova che lo Stato riconosce come socialmente utile il ricorso alle elezioni. Il rimborso è attribuito anche ai promotori del referendum (1000 lire per ogni firma raccolta), ma solo se viene raggiunto il quorum. Se esso non viene raggiunto, vuol dire che il popolo non voleva il referendum e che dunque non è socialmente utile in quel determinato caso, il ricorso allo strumento referendario.

In definitiva sul popolo sovrano grava un duplice dovere di partecipazione democratica. In primo luogo deve decidere se il referendum andava o no promosso, se cioè è o no opportuno sottoporre a riesame la materia in questione. Questa scelta è fatta recandosi o non recandosi a votare. Se la scelta del «non voto» è vittoriosa è evidente che essa implica anche il mantenimento della legge di cui si vorrebbe l'abrogazione. È corretto, dunque, sostenere che il «non voto» manifesta una duplice volontà popolare: il rifiuto del riesame e il «no» alla abrogazione. Nella campagna referendaria in corso nessuno può dunque tacciare i difensori della legge di tradire un dovere di partecipazione. Essi partecipano più intensamente alla decisione popolare perché non ascoltano supinamente le pretese di revisione legislativa e dichiarano con il loro comportamento non solo di voler mantenere la legge, ma anche di considerare inadeguato il referendum.

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