Arezzo
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«I piedi di ogni uomo sono uguali e hanno la stessa dignità». «Cristo non è venuto per giudicare ma per donare il suo amore all'umanità».

Il Vescovo abbraccia gli apostoli dietro le sbarre

Sono ragazzi, padri di famiglia, uomini di mezza età con una condanna da scontare e un futuro da costruire

Fra le mura del carcere di Arezzo gli apostoli hanno la testa rasata, la barba incolta, le basette allungate e le clip all'orecchio. Sono ragazzi, padri di famiglia, uomini di mezza età con una condanna da scontare e un futuro da costruire. Apostoli dietro le sbarre. Apostoli del Giovedì Santo del Vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, monsignor Gualtiero Bassetti, a cui bagna e bacia i piedi sotto il sole che alle quattro del pomeriggio entra nel cortile dell'aria.
«Ecco il mio cenacolo, ecco la mia cattedrale», dice il Vescovo guardando le inferriate, la torretta di guardia e il muro che si impenna verso il cielo. L'altare è un tavolo della mensa sistemato al centro della piazzola. I chierichetti sono quattro detenuti con il camice bianco e la corona del rosario al collo. Di fronte a loro più di cento compagni di cella che diventano i protagonisti di una toccante lavanda dei piedi che monsignor Bassetti compie alla vigilia della Pasqua e che viene accompagnata dalla celebrazione della S.Messa.
«I piedi di ogni uomo sono uguali e hanno la stessa dignità», afferma il Vescovo durante l'omelia. Una frase a cui monsignor Bassetti si affida per abbracciare anche i detenuti di fede musulmana che partecipano al rito. E qualcuno si commuove quando il Vescovo spiega che «Cristo non è venuto per giudicare ma per donare il suo amore all'umanità».
Si prega in silenzio nel cortile sorvegliato dalla polizia penitenziaria. Si prega per «la gioia nel mondo», sussurra un detenuto quando monsignor Bassetti li invita a pronunciare intenzioni spontanee. Si prega per il piccolo Tommaso assassinato a Parma, mormorano due ragazzi condannati dai tribunali mentre vengono ricordati i defunti.
«Nel vostro silenzio - afferma il direttore dell'istituto, Paolo Basco, nel saluto che rivolge ai detenuti - sento il bisogno di essere riconosciuti come persone. E la Pasqua ci fa credere ancora una volta che anche il carcere può essere un luogo in cui la speranza può tornare a germogliare».
Come nel cenacolo, anche nel cortile della casa mandamentale di Arezzo i discepoli sono dodici. Tutti italiani. «Il Vescovo si mette in ginocchio davanti a voi con umiltà - spiega monsignor Bassetti - Ed è uno dei gesti più grandi per ribadire che la vita di un Pastore è al servizio dei fratelli». Nel piazzale che si apre intorno alle celle non ci sono soltanto i detenuti. Più di cento ospiti hanno varcato la porta della casa mandamentale: sono i volontari che fanno servizio nella struttura e i fedeli delle parrocchie che collaborano con l'istituto.
Quando arriva il momento del «Padre nostro», le mani si uniscono. «E' bellissima la famiglia dei detenuti», dice il cappellano del carcere, don Dino Liberatori. E' lui che ha preparato la celebrazione soprattutto con le confessioni di chi vive dietro le sbarre. E quando sale accanto all'altare per il saluto finale, è come se regalasse un grande abbraccio ai suoi compagni di viaggio: «Ogni volta che si entra qui, si ha più fiducia nell'essere umano. E viene da domandarsi: dove sono davvero i cattivi?». Lo sa bene il Vescovo. «Il mio cuore resta in mezzo a voi - dice monsignor Bassetti ai detenuti - In mezzo a voi che siete i miei amici». E mentre il Vescovo esce dal cortile stringendo decine di mani viene intonato il canto che scandisce la vita dentro le celle: «O Signore, come vorrei che ci fosse un posto per me».
di Giacomo Gambassi

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