Arezzo
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Il cardinal Renato Raffaele Martino lancia da carcere di Arezzo l'appello che tutta la popolazione detenuta aspettava.

L'appello dal carcere «Un gesto di clemenza»

Il cardinal Renato Raffaele Martino lancia da carcere di Arezzo l'appello che tutta la popolazione detenuta aspettava.

«Giovanni Paolo II nel Parlamento Italiano aveva chiesto un gesto di clemenza per i detenuti: la Chiesa e tutti gli operatori impegnati nelle carceri non hanno perduto la speranza». Il cardinal Renato Raffaele Martino lancia da carcere di Arezzo l'appello che tutta la popolazione detenuta aspettava. Non un'amnistia ma un passo concreto sì. «Ancora oggi preghiamo perché un atto di clemenza in qualsiasi forma i legislatori decideranno di farlo si possa attuare in questo Paese». Di fronte ha un nutrito gruppo di detenuti, che fanno fatica a frenare l'applauso durante la diretta radiofonica di RadioTre Rai. E l'applauso esplode quando il regista segnala la pausa e mette un disco. Al fianco del cardinale c'è il direttore di RadioTre Sergio Valzania: una tavolata, nella chiesa del carcere, sotto la vetrata che raffigura la Basilica di San Pietro. A tavola anche il vicedirettore nazionale della Caritas don Giancarlo Perego, il Vescovo di Arezzo monsignor Gualtiero Bassetti, il Presidente di Rondine Cittadella della Pace Franco Vaccari. «I diritti umani di tanti detenuti - afferma il Cardinale Martino dopo aver rimarcato le condizioni terribili nelle quali molti versano in tutto il mondo - sono calpestati e abusati, mentre la pena dovrebbe essere solo quella della privazione della libertà. E questo deve finire. Deve essere preso in considerazione non solo dai legislatori ma anche da tutta la società».
Società che stavolta ha fatto un'eccezione: la diretta radiofonica da un carcere è rarissima. I gesti dei registi scandiscono gli attacchi e le pause. Finché non arriva il momento dei detenuti. Andrea lamenta la lontananza da casa, un'altra aggravante della pena, specie per chi non ha grandi mezzi. Alessandro con saggezza pesca perfino un lato positivo: la rete di solidarietà che comunque dentro un carcere si crea. «Anche se ho molti dubbi che possa proseguire fuori». Massimiliano, con accento romano, chiede un aiuto per il reinserimento. «So che lo Stato per ciascuno di noi paga circa 300 euro al giorno: perché una parte della cifra non destinarla a quando usciremo?». Lamenta il taglio ai benefici per la semilibertà. Ma oggi un pizzico di semilibertà la respirano. «Quando una persona finisce in carcere - spiega il Cardinale - la società tira un sospiro di sollievo e dice: "Giustizia è fatta". Poi si disinteressa di cosa avvenga dietro le sbarre. E questo non deve accadere».
Proprio sul rapporto fra la detenzione e la società torna don Giancarlo Perego. «Non dobbiamo parlare di carcerati - spiega il vicedirettore della Caritas - ma di popolazione detenuta nei carceri: le persone non vanno schiacciate al luogo. Attualmente i detenuti sono 60mila, il doppio rispetto a 10 anni fa. Quando usciranno si ritroveranno in gran parte senza dimora, casa e lavoro. Quindi il grande nodo è quello del reinserimento».
Altrettanto forte il messaggio lanciato dal direttore del «San Benedetto» di Arezzo. «Dietro le sbarre - afferma Paolo Basco - sappiamo di avere a che fare con la sensibilità delle persone. Per questo cerchiamo sempre di evitare di aggravare la pena principale anche semplicemente chiudendo le porte delle celle senza sbatterle». Il direttore annuncia un programma all'avanguardia. «Se gli enti locali ci verranno incontro, vorremmo aprire una sorta di centro di accoglienza per ospitare i parenti che vengono a trovare i detenuti e agevolare economicamente le famiglie. In fondo la linea da seguire è quella di rafforzare una sorta di umanesino penitenziario».

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