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Da questa città riceviamo ogni giorno molti beni ...

«Noi clarisse, che viviamo la città dietro le grate della clausura»

«Da questa città riceviamo ogni giorno molti beni, carissime figlie: sarebbe grande empietà non portarle soccorso, come possiamo, ora che è il momento opportuno. Andate dal Signore nostro e domandategli con tutto il cuore la liberazione della città». Sono parole di Chiara d'Assisi.

«Da questa città riceviamo ogni giorno molti beni, carissime figlie: sarebbe grande empietà non portarle soccorso, come possiamo, ora che è il momento opportuno. Andate dal Signore nostro e domandategli con tutto il cuore la liberazione della città». Sono le parole di Chiara d'Assisi che l'autore della sua biografia ufficiale riferisce rivolte dalla santa alle sue sorelle, mentre le truppe di Vitale d'Aversa assediavano Assisi.
Vi si colgono i sentimenti profondi che abitavano il cuore di Chiara nel rapporto con la sua città. La scelta sua e delle sorelle di uscire dalle mura di Assisi - rifiutando in questo modo di essere parte del sistema sociale ed economico del Comune, evidentemente non evangelico - non comportava l'estraniarsi dalle vicende dei concittadini: significava piuttosto la proposta di un diverso modo di impostare le relazioni sociali, la struttura stessa del vivere civico. San Damiano era situato fuori della cerchia delle mura, ma prossimo ad essa. Non inglobato, ma non isolato. Nelle parole con le quali Chiara esorta le sorelle a fare di tutto per soccorrere gli abitanti di Assisi si sente il suo e loro intenso, appassionato coinvolgimento nella storia della città, in cui la riconoscenza e la responsabilità gli uni per la vita degli altri trovano nella preghiera la sintesi specifica e appropriata secondo la forma di vita delle Sorelle Povere.
Questo episodio della vita delle prime damianite resta emblematico della spiritualità che le animava e che si è trasmessa alle sorelle che si sono succedute attraverso i secoli. Fino a noi oggi. Le nostre comunità sono collocate in maniera significativa all'interno delle città, a Cortona come a Sansepolcro dove si trovano i due monasteri di Sorelle Povere di Santa Chiara nella nostra diocesi. La nostra casa è inserita nella trama delle altre case. Non è un corpo avulso dal contesto della vita quotidiana. Non «c'è» come intruso, ma come cellula viva e vivente.
La comunità clariana, con la sua giornata cadenzata dalla preghiera comunitaria, con i suoi ritmi di lavoro e condivisione fraterna, con lo stile evangelico dei rapporti che costituisce il suo terreno di crescita, sta nella città quale memoria permanente della fedeltà di Dio all'uomo, del suo essere per sempre il Dio-con-noi. Abitiamo talvolta, come a Cortona, edifici secolari, le cui alte mura sembrano incoraggiare più l'immagine delle «sepolte vive» che quella della vita che si effonde. In realtà, i muri sono la possibilità di finestre e porte aperte, dove la vita entra ed esce, si comunica in uno scambio essenziale per tutti. Il monastero resta il segno dello spazio del ritiro, del dedicarsi prioritariamente alla lode e all'intercessione, dell'approfondirsi dei sentimenti, dell'inverarsi del rapporto con se stessi, con gli altri, con il Signore.
La storia della città, le storie delle singole persone, tutte vengono accolte dalle sorelle e custodite nell'amicizia e nella preghiera, nella certezza, autenticata dall'ascolto della Parola di Dio, che sono parte della grande storia della salvezza. La sfida quotidiana di tessere rapporti evangelici all'interno della fraternità contemplativa diviene lo spazio dell'incontro e del dialogo con coloro che bussano alla porta del monastero; il confronto che ne scaturisce ha la stessa portata «socio-politica» dell'esortazione di Chiara alle sorelle, che cambiò la storia della città. La porta della chiesa, aperta per la condivisione della preghiera, dischiude il significato essenziale della vita civica stessa: costruire insieme quella comunità dei figli dell'unico Padre, che attorno all'unica mensa si riconoscono fratelli e sorelle.
Le sorelle clarisse di Cortona

«Noi clarisse, che viviamo la città dietro le grate della clausura»
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