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Noi sacerdoti, chiamati a imitare il curato d'Ars.

Ventiquattro dei nostri sacerdoti della diocesi, guidati dall'arcivescovo Riccardo Fontana, si sono recati in pellegrinaggio ad Ars per onorare e supplicare il Santo Curato, indicato da papa Benedetto XVI come modello per tutti i sacerdoti del mondo in questo Anno Sacerdotale che si è appena concluso. Purtroppo per ovvi motivi io non sono andato fisicamente, ma so che i miei confratelli con l'arcivescovo non mi hanno dimenticato. Li ringrazio di cuore.
Oh il Santo Curato d'Ars! Anche se sarebbe temerario imitarlo nelle sue austerità penitenziali, nella sua ordinaria vita di buon pastore, è auspicabile che sia seguito da ogni presbitero. Altrimenti il Papa non ce lo avrebbe proposto come modello, come del resto fece anche il mio parroco nel lontano 4 aprile 1948 nel giorno della mia Messa novella a Castelluccio, regalandomi la «Vita del Santo Curato» con questa dedica: «A te, sacerdote novello, il tuo esemplare». Santa Teresa d'Avila preferiva il sacerdote santo e dotto come direttore spirituale. E lo ebbe in San Giovanni della Croce. Il Papa, teologo insigne, ha voluto come modello per tutti noi sacerdoti un umile prete di campagna, che con la santità della sua vita ha testimoniato e testimonia ancora l'amore a Cristo e alla Sua Chiesa.
Ecco come Giovanni Maria Vianney (Curato d'Ars) ci viene presentato dal drammaturgo francese Henri Chéon, immaginando la sua vita come una festa d'altri tempi. «C'era una volta in Francia, nella provincia di Lione, un piccolo contadino cristiano che, fin dalla più tenera età, amava la solitudine e il buon Dio. E poiché quei signori di Parigi che avevano fatto la Rivoluzione impedivano alla gente di pregare, il bambino e i suoi genitori andavano ad ascoltare Messa in fondo ad un granaio. I preti allora si nascondevano e, quando li si prendeva, si tagliava loro la testa! Fu forse proprio grazie a loro che quel piccolo contadino, Jean Marie Vianney, sognava di diventar prete. Ma se sapeva pregare, mancava però d'istruzione. Guardava le pecore e lavorava i campi. Entrò troppo tardi in Seminario e in tutti gli esami. Ma le vocazioni allora erano rare e alla fine lo presero comunque. Fu nominato Curato d'Ars e ci restò fino alla morte. L'ultimo curato di Francia nell'ultimo villaggio di Francia. Lo fu così completamente che l'ultimo villaggio di Francia ebbe il primo curato di Francia, e la Francia tutta intera si mise in viaggio per andare a vedere. Ora, egli convertiva tutti quelli che arrivavano fino a lui e, se non fosse morto, avrebbe convertito tutta la Francia. Guariva le anime e i corpi. Leggeva nei cuori come in un libro. E la Santa Vergine lo visitava e il demonio gli faceva dispetti, ma non riusciva ad impedirgli di essere un santo uomo».
Voglio concludere questo scritto, con l'augurio fatto dall'arcivescovo ai sacerdoti della Valdichiana a conclusione di un nostro ritiro mensile. Cioè, che alla fine dell'Anno Sacerdotale tra il clero aretino, cortonese, biturgense, non uno ma più d'uno sia individuato dalla nostra gente come somigliante al Santo Curato d'Ars. Del resto se la santità è vocazione comune per ogni battezzato, può essere più facilmente attuata da un presbitero, straordinariamente impegnato nell'ordinario esercizio del suo ministero.
don Duilio Sgrevi

Noi sacerdoti, chiamati a imitare il curato d'Ars.
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