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Una domenica allo stadio senza paura

Una domenica allo stadio. Non sarà il «Meazza» di Milano, ma anche fra gli spalti del «Buitoni» di Sansepolcro il calcio riesce ancora ad avere il suo fascino. Certo l'eco della tragedia di Catania si fa sentire anche in serie D. Via del «Campo sportivo» chiusa e poliziotti e carabinieri a vigilare fuori e dentro l'impianto. L'avversario è il Viareggio, una squadra dal passato illustre che combatte per tornare in C. Il Sansepolcro invece dopo tanti anni al vertice e le grandi aspettativi della vigilia, con mister Schenardi ex di serie A a guidare la squadra, quest'anno si ritrova impantanato nelle sabbie mobili della zona retrocessione. La gradinata coperta è piena, alla faccia degli stadi vuoti dei campionati maggiori. Un minuto di silenzio riporta tutti alla dura realtà di un calcio che sta vivendo una stagione che definire drammatica è poco. Prima lo scandalo di «calciopoli», adesso la violenza incontrollata. Il minuto di silenzio termina; l'applauso scrosciante rompe il silenzio, ma il senso di smarrimento di chi ama veramente questo sport rimane. La partita sta per cominciare e forse sarebbe stato meglio che non fosse iniziata mai, almeno per un po'. Non è questione di tornelli o di stewart, è questione di testa e per cambiarla ci vuole tempo. Lo striscione dei tifosi ospiti recita «Tifiamo per chi firma», riferendosi agli ultras costretti a non poter seguire la propria squadra allo stadio per ottemperare all'obbligo di firma, come se chi si è reso protagonista di atti violenti in nome di una fede sportiva non meritasse di essere punito, come se chi lancia una pietra contro un poliziotto avesse il diritto nel farlo. L'amaro in bocca questa volta non svanisce, ed è un sapore che parte da lontano, passa per Catania, per l'immagine dei morti schiacciati all'Haysel. Il vento spira sul Buitoni, il sapore dell'erba sale fino agli spalti: è un sapore buono, puro, come la gioia del gol del Sansepolcro, di Cannavaro che alza la coppa del mondo a Berlino, oggi come ieri, per gli adulti e i bambini.
Lorenzo Canali

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