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Calcio sociale: prima il Padre Nostro, poi il fischio d'inizio

All'inizio le due squadre si riuniscono in cerchio e recitano il Padre Nostro. Poi i giocatori si dispongono in campo e comincia la partita di uno sport davvero speciale: il calcio sociale. E proprio all'oratorio del Giglio di Montevarchi - ogni mercoledì dalle 19 alle 21 - viene dedicata una serata a questa disciplina sportiva, nata 6 anni fa in un quartiere di Roma e da qualche tempo presente anche in Valdarno

Percorsi: Diocesi di Fiesole

DI LINDA LOSI
All'inizio le due squadre si riuniscono in cerchio e recitano il Padre Nostro. Poi i giocatori si dispongono in campo e comincia la partita di uno sport davvero speciale: il calcio sociale. E proprio all'oratorio del Giglio di Montevarchi - ogni mercoledì dalle 19 alle 21 - viene dedicata una serata a questa disciplina sportiva, nata 6 anni fa in un quartiere di Roma e da qualche tempo presente anche in Valdarno. Qui - nell'ambito di un progetto realizzato dall'assessorato allo sport del Comune di Montevarchi - l'associazione «Zorba onlus» da un anno si impegna per fare conoscere questa attività. Il punto di partenza rimane sempre lo sport più praticato a tutti i livelli - il calcio - ma con alcune particolarità rispetto alla formula tradizionale. «Rimane in sostanza il gioco del pallone - precisa Maurizio Fabbri, coordinatore insieme a Mirio Butti e Claudio Donati di questa esperienza a Montevarchi - però con l'aggiunta di alcune regole significative, destinate a combattere la cattiveria e gli interessi che spesso lo accompagnano. Lo scopo è quello di promuovere e far riscoprire i valori dell'amicizia, dell'accoglienza e il rispetto della diversità».
Il regolamento prevede che la frequenza sia aperta al maggior numero di persone possibile, di ogni età e condizione: «Si può giocare dai 10 ai 90 anni, uomini e donne, anche in presenza di disabilità o varie forme di disagio sociale - spiega Fabbri -. Di solito ci sono 8 membri per squadra ma noi, per ragioni di spazio, si gioca a 5. Abbiamo iniziato lo scorso anno con 15 partecipanti e adesso siamo in 40, tra cui alcune donne, ragazzi stranieri e disabili. Si sono formate 5 squadre e ogni mercoledì facciamo due partite a rotazione: la squadra che è di riposo prepara la cena per tutti».
La formazione dei team viene sorteggiata all'inizio di ogni torneo, sulla base dell'abilità tecnica di ogni iscritto (valutata attraverso l'attribuzione di un coefficiente che rimane anonimo) e in modo da creare gruppi omogenei. Le regole del gioco sono finalizzate a valorizzare le capacità dei partecipanti e hanno un forte significato educativo, facendo appello al senso di responsabilità di ciascuno.«Un aspetto particolare è che non esiste la figura dell'arbitro - continua Fabbri - e ogni giocatore deve riconoscere da sé il fallo commesso. Se questo non accade il capitano della sua squadra interviene e gli indica la scorrettezza. Le decisioni vengono prese di comune intesa tra i due capitani in campo. In caso di disaccordo la partita è sospesa».
Si tratta, nel complesso, di un insieme di disposizioni destinate a fare sentire tutti partecipi e attivi, a prescindere dai livelli tecnici individuali: «Ad esempio - prosegue - è previsto che nessuno stia fisso in panchina e i componenti di ogni squadra devono ruotare ogni cinque minuti. Inoltre, il rigore viene battuto da chi ha il coefficiente di bravura più basso. E ancora: ogni giocatore non può fare più di tre gol a partita. Questo perché chi ha un coefficiente alto rischierebbe di monopolizzare il gioco. Così è costretto a passare la palla, offrendo anche ai compagni la possibilità di segnare».
Non individualismo, quindi, ma spirito di gruppo come valore alla base del calcio sociale. Uno sport in cui le capacità personali devono essere messe a servizio degli altri: «Noi lavoriamo affinché la squadra rimanga unita e compatta - precisa Fabbri -, dove ognuno si impegna per il gruppo e non solo per sé e la propria soddisfazione personale. Questo è quello che facciamo nella nostra realtà (che ha da poco festeggiato un anno di attività con un torneo organizzato a Montevarchi con le squadre di Roma e Napoli), ed è un principio valido in tutti i settori della vita, non solo nel calcio».
Amicizia, spirito di collaborazione e non di competizione: questi gli elementi che caratterizzano il clima degli incontri del calcio sociale, dentro e fuori il campo da gioco. «Quello che si vuole fare è costruire in ogni squadra un'amicizia, creare una famiglia in cui non c'è nessuno che si sente ultimo o superiore agli altri. Questo, naturalmente, richiede impegno e responsabilità da parte di tutti». La preparazione della cena il mercoledì sera, dopo le partite, è stata l'ultima novità introdotta per andare in questa direzione, considerata come un'ulteriore occasione di condivisione e di crescita.
E proprio la condivisione è prevista come una delle regole fondamentali della disciplina: «Prima di ogni partita i giocatori fanno sempre un cerchio a centro campo e recitano una preghiera tutti insieme - conclude Fabbri -. Al termine dell'incontro si fa nuovamente il cerchio dandoci la mano. Se c'è stato qualche problema se ne discute, si ride, si scherza e ci si prende anche in giro. Poi alle 21 c'è la cena tutti insieme. Tutto secondo un sano spirito di amicizia».

Calcio sociale: prima il Padre Nostro, poi il fischio d'inizio
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