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Carabinieri accusati di stupro, l'ex prefetto Padoin: «Sdegno e rabbia»

Paolo Padoin, già Prefetto di Firenze e attualmente Presidente dell'Opera Medicea Laurenziana, commenta la vicenda dei due carabinieri accusati di stupro da due studentesse americane: «La vicenda suscita sdegno e rabbia, anche per il fango che il comportamento inqualificabile dei due militari rischia di rovesciare sull’Arma. Da uomo delle istituzioni che è stato vicino per 40 anni alle Forze dell’ordine, ammirandone ed apprezzandone la professionalità e la dedizione, mi associo alla condanna più dura di quanto già emerso da queste prime fasi dell’inchiesta, invocando la giusta ed esemplare punizione per i responsabili se i fatti verranno definitivamente accertati».

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Carabinieri accusati di stupro, l'ex prefetto Padoin: «Sdegno e rabbia»

di Paolo Padoin
Mi viene chiesto di commentare, a mente fredda, la denuncia gravissima di Firenze, la violenza sessuale che sarebbe stata subita da due studentesse americane: un atto ignobile che, se le accuse saranno verificate, sarebbe stato perpetrato non dal solito branco di balordi o individui marginali, ma, incredibilmente, da due carabinieri in divisa che si erano offerti di ricondurre a casa le ragazze, a quanto sembra in stato semiconfusionale perché sotto l’effetto di alcol e droga.
La vicenda suscita sdegno e rabbia, anche per il fango che il comportamento inqualificabile dei due militari rischia di rovesciare sull’Arma. Non ci vuole molta fantasia per prevedere che, nella malaugurata eventualità di crimini commessi da immigrati, come quelli di Rimini, l’Arma finisca per essere tirata in ballo ogni volta a conferma della teoria che potremmo definire «delle mele marce». Una sorta di paradigma negativo di cui la vignetta di Vauro pubblicata sabato scorso sulla prima pagina del Fatto quotidiano è un primo, imbarazzante esempio: sotto la scritta «Firenze. Stupro, indagati due carabinieri», un ragazzo africano ammonisce: «Questo non significa che tutti i carabinieri sono stupratori».
La posizione dell’Arma è stata chiara fin dall’inizio e non a caso il comandante generale Tullio Del Sette ha subito diramato una nota ufficiale che non lascia adito a dubbi: «Se fosse vero, cosa che auspichiamo tutti venga accertata quanto prima, si tratterebbe di un fatto di gravità inaudita che rende i protagonisti indegni dell’uniforme che indossano e che comporterà gravi conseguenze, anche immediate, sul piano disciplinare e della condizione di stato». Parole chiarissime, a difesa e tutela dei 100.000 carabinieri che fanno il loro dovere con sacrificio, talvolta anche a costo della vita,  per difendere la collettività e le istituzioni.
Prima ancora di conoscere i risultati degli esami del Dna, che dovrebbero dare una svolta decisiva all’indagine, uno dei due carabinieri indagati avrebbe confessato di aver avuto un rapporto consenziente. Il militare si è presentato spontaneamente in procura, accompagnato dal suo legale. «Nessuna violenza», avrebbe dichiarato al magistrato. Ma l’ammissione non attenua le responsabilità, anzi è già di per sé gravissima, testimoniando una violazione dei doveri di status. Un carabiniere deve conoscere la legge e le regole: deve sapere che la condizione di ebbrezza alcolica in cui si trovavano le ragazze annulla qualsiasi ipotetico consenso, e che in servizio non si va a caccia di squallide avventure erotiche. Chi indossa la divisa rappresenta lo Stato e ha il compito di occuparsi della sicurezza dei cittadini, di tutelare la loro incolumità: è ripugnante che, invece di sostenere e aiutare chi si trova in difficoltà, abusi di questa «minorata difesa».
La denuncia delle due ragazze statunitensi ha scatenato un caso internazionale, che una nota esplicita del Dipartimento di Stato americano rischia di trasformare in un incidente diplomatico. Tanto che il sindaco Nardella e la vicesindaca Giachi hanno subito incontrato il console americano a Firenze Benjamin Wohlauer, il quale ha apprezzato in particolare - ha riferito la vicesindaca -  «l’intenzione del Comune di Firenze di collaborare e vigilare sulla procedura giudiziaria, così come la costituzione di parte civile».
Nel frattempo l’Arma ha disposto «un provvedimento di sospensione precauzionale dall’impiego» per i due coinvolti. La giustizia ordinaria farà il suo corso, e lo farà anche quella militare, più severa in questi casi di quella ordinaria. Seguiranno poi i provvedimenti ulteriori dei vertici dell’Arma. Il ministro Pinotti ha già annunciato una punizione esemplare. Non potrà esserci alcuna indulgenza qualora venga accertato il rapporto sessuale, indipendentemente dall’aggravante della violenza.
Da prefetto, da uomo delle istituzioni che è stato vicino per 40 anni alle Forze dell’ordine, ammirandone ed apprezzandone la professionalità e la dedizione, mi associo alla condanna più dura di quanto già emerso da queste prime fasi dell’inchiesta, invocando la giusta ed esemplare punizione per i responsabili se i fatti verranno definitivamente accertati. Forse non sarà male riflettere sulla possibilità di potenziare la formazione sul versante etico e psicologico. Tutto questo, naturalmente, con l’auspicio che questa vicenda non faccia dimenticare gli oltre 200 anni di storia e di attività dell’Arma nei secoli fedele, di quei tanti militari che vediamo giornalmente difendere, anche nei borghi più sperduti del nostro Paese, la sicurezza di tutti noi e le istituzioni repubblicane.

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