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Carcere: il cardinale Ernest Simoni in visita ai detenuti di Solliccianino

Sotto il regime comunista, in Albania, il cardinale Ernest Simoni ha trascorso 28 anni di prigionia e lavori forzati: venerdì scorso il ritorno dietro le sbarre, in visita ai detenuti della Casa circondariale a custodia attenuata «Mario Gozzini», per portare parole di conforto e di speranza. Tra i presenti anche alcuni musulmani, rimasti colpiti dalla sua storia.

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Carcere: il cardinale Ernest Simoni in visita ai detenuti di Solliccianino

Il cardinal Ernest Simoni, ha varcato l’austero cancello che divide la libertà dalla detenzione. Nel volto silenzioso del prelato albanese, che entrava negli ambienti di detenzione con le grate della Casa circondariale a custodia attenuata «Mario Gozzini» (nota come «Solliccianino»), si leggeva commozione, mentre era accolto ed accompagnato dai rappresentanti della Direzione dell’Istituto di Pena e dal personale della Polizia Penitenziaria. Sicuramente, avrà ripensato alle «sue» grate della tremenda prigionia di quasi 28 anni in Albania sotto la dittatura di Enver Hoxha.
Ernest Simoni, rivestito da porpora cardinalizia, ha fatto il suo ingresso nell’auditorium, ove lo attendevano i detenuti, che ammiravano con stupore e commozione il sacerdote con l’incedere sicuro e la sua berretta cardinalizia. Dopo il saluto del cappellano, il domenicano del convento di Santa Maria Novella, padre Davide Colella, e la calorosa accoglienza dei volontari, i quali settimanalmente incontrano i detenuti ed animano la Messa del sabato pomeriggio, il prelato ha preso la parola. Egli, consapevole del fatto che agli ospiti era già stata anticipata la sua storia prigionia, ha raccontato ai «colleghi carcerati» gli anni d’ingiusta prigione subita nella sua innocenza - non aveva commesso alcun reato - perché «ritenuto colpevole di essere un prete, un ardente sacerdote, un araldo della Fede, un trascinatore di folle che si avvicinavano a Gesù Cristo», dai comunisti albanesi.
Rispondendo alle numerose domande, in più di un’occasione Simoni ha invitato i presenti a pregare senza interruzione e ad applicare le sofferenze della detenzione per la maggior Gloria di Dio e la salvezza delle anime. Il cardinale, com’è scritto nel libro che racconta la sua biografia, ha descritto gli anni di carcere e le strutture penitenziarie, assai più tremende di quelle di un Paese civile. Infatti, oltre a sopportare le angherie dei quotidiani lavori forzati, era costretto a dormire in lugubri capannoni, tremendamente freddi d’inverno e roventi durante l’estate. Il giaciglio in cui era costretto a riposare ogni sera erano tavole con paglia su cui i detenuti stavano ammassati insieme. Agli ospiti della Casa circondariale, che volevano sapere se avesse avuto paura quando veniva minacciato di morte dai suoi aguzzini, ha risposto che «con il sorriso sulle labbra, diceva loro di provare grande gioia di poter dare la propria vita per il proprio Maestro, per Gesù». Ma ha anche aggiunto che, sin dal primo istante di prigionia, ha perdonato non riuscendo a provare rancore per i suoi persecutori, grazie ad un’ininterrotta preghiera ed essendo sostenuto nel tremendo calvario dalla Luce del vangelo.
Alla testimonianza erano presenti anche detenuti di religione musulmana, rimasti colpiti dal rapporto amichevole vissuto in carcere dal cardinale con i prigionieri musulmani, e dall’amicizia di una signora, moglie di un noto professore musulmano di Tirana, la quale, in modo nascosto, gli procurava acini di uva, da che, spremuti da lui stesso, sarebbero diventati il Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo nella celebrazione eucaristica. Le Messe che egli celebrava erano in un certo senso frutto dell’ecumenismo che vigeva in quella prigionia, ove «la complicità dei detenuti» era importante perché nell’Albania atea si veniva condannati a dieci anni di lavori solo per un segno di croce.
Ancora oggi, in Albania il cardinal Simoni è amato da cattolici e musulmani per la sua esemplarità. Il porporato albanese, nel congedarsi, ha donato alla biblioteca dell’Istituto alcune copie narranti la sua storia ed ha regalato a ciascun ospite una sua immaginetta (molti ne hanno richiesta più di una per inviarle alle proprie famiglie ed informarli dell’inaspettato incontro).
La visita è terminata con la celebrazione eucaristica nel pomeriggio del giorno seguente, presieduta da lui stesso ed a cui ha preso parte padre Colella. Sentito questo momento liturgico per la preghiera resa ai detenuti saliti al cielo nell’espiazione delle loro condanne. Soddisfazione per questa visita è stata palesata dalla Direttrice dell’Istituto di Pena, Antonella Tuoni. La Segreteria dell’Arcivescovo Giuseppe Betori, che aiuta e sostiene il porporato albanese nel suo apostolato, è stata lieta di accogliere l’invito (fra i numerosi impegni anche a livello internazionale) ed offrire la sua disponibilità nel realizzare questo incontro.

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