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Dal n. 45 del 17 dicembre 2006 (ed. Firenze)

Convivenze, lettera aperta al ministro Rosy Bindi

In questi giorni si parla molto del riconoscimento dei diritti delle coppie che convivono; ma dal dibattito sono assenti le ragioni che definiscono i valori e l'identità della famiglia fondata sul matrimonio. Parte da queste riflessioni la lettera aperta che don Giovanni Momigli, come parroco di San Donnino, ha inviato nei giorni scorsi al Ministro della Famiglia Rosy Bindi. Ecco il testo integrale.

In questi giorni si parla molto del riconoscimento dei diritti delle coppie che convivono; ma dal dibattito sono assenti le ragioni che definiscono i valori e l'identità della famiglia fondata sul matrimonio. Parte da queste riflessioni la lettera aperta che don Giovanni Momigli, come parroco di San Donnino, ha inviato nei giorni scorsi al Ministro della Famiglia Rosy Bindi. Ecco il testo integrale

Rosy Bindi
Ministro Politiche per la Famiglia
il dibattito in merito al riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto, con le sue varie articolazioni e sfumature anche sostanziali, mi sembra sia fortemente condizionato dall'assenza dal dibattito pubblico, e non solo da esso, delle ragioni capaci di definire i valori e l'identità della famiglia fondata sul matrimonio.

Quando si parla del matrimonio e della famiglia fondata sul matrimonio, normalmente se ne parla per metterne in luce gli aspetti problematici. Mettere in luce la peculiarità dell'unione matrimoniale, non deve certamente significare non vedere le varie problematiche che toccano il nucleo centrale delle relazioni umane, a partire da quelle familiari, oppure misconoscere le difficoltà che ciascuno sperimenta nel cammino del proprio rapporto di coppia e all'interno della propria famiglia, soprattutto quando si è giunti al matrimonio con una non sufficiente consapevolezza di ciò che esso sia e comporti o quando si vive il rapporto più come vincolo che come positiva modalità esistenziale.

Così, il mettere in luce gli argomenti a sostegno del riconoscimento dei diritti delle convivenze di fatto [formula che mi pare più idonea di quella di coppie di fatto, perché non entra nel merito dei motivi del convivere], a sua volta, non può né deve significare oscurare i punti di forza del matrimonio fra una donna e un uomo. Anzi, proprio il riconoscimento dei diritti delle persone che scelgono la convivenza suggerisce la necessità di metterli in luce con maggiore chiarezza.

Dobbiamo certamente interrogarsi con serietà sui motivi profondi che, nella società contemporanea, sono all'origine della crisi del matrimonio e dei matrimoni. Come appare necessario rendersi conto che, per molti degli argomenti portati e per i toni usati, il dibattito sulle nuove forme di convivenza e sulle risposte che una società è chiamata a dare alle esigenze individuali e sociali che queste pongono, di fatto contribuisce a sterilizzare il valore e il ruolo del matrimonio stesso, rendendo pure più difficile la ricerca di risposte serie e condivise.

Per questo, ritengo sia indispensabile porsi con serenità e serietà alcune domande laiche che esigono risposte laiche, ossia né confessionali né ideologiche. Al di là dei continui richiami al dettato costituzionale (che da soli dimostrano la pochezza delle argomentazioni), c'è davvero la convinzione diffusa sulla positività per le persone e della valenza strategica per la società stessa del rapporto di coppia basato sul matrimonio fra un uomo e una donna? Quali motivazioni la nostra cultura, e la politica, porta, di fatto, a favore del matrimonio?

E' necessario che la politica e la cultura aiutino la famiglia a riscoprire ed esprimere le sue potenzialità di amore, di relazione e di educazione ed il suo essere la prima e basilare “formazione sociale” (cf. Costituzione Repubblica Italiana, art. 2). Così come debbono aiutare a far riscoprire anche la dimensione pubblica del matrimonio e della famiglia e il loro ruolo peculiare e strategico nella costruzione di una rinnovata vita sociale.

Mi permetto, quindi, di insistere: oggi, sul piano sociale e civile, cosa può condurre una coppia a scegliere di unirsi in matrimonio, anziché scegliere la convivenza? Si ritiene che, per la famiglia e per la società, esista, e quale, un valore aggiunto dell'unione basata sul matrimonio? Sono convinto che se la società nelle sue varie componenti saprà porsi in modo diverso dall'attuale nei confronti del matrimonio, facendo emergere con forza le motivazioni positive a suo favore, anche le problematiche poste dalle nuove forme di convivenza potranno essere affrontate con la necessaria serenità e concretezza, nel rispetto dei diritti delle persone e della società nel suo complesso.

Nel dibattito che si sta svolgendo, e non solo in merito alle convivenze di fatto, tutto sembra sempre riconducibile a due soli poli, separati ed opposti: quella che si pensa essere la verità delle cose (del matrimonio, della vita…); quello che si pensa essere il vero atteggiamento di rispetto e di amore per la persona (riconoscerne i diritti sempre e comunque..). Continuando su questa strada non penso si affrontino i problemi con la dovuta saggezza che, a mio avviso, esige una ragionevole, anche se difficile, coniugazione fra verità e amore, fra oggettività e soggettività, tra diritti individuali e relazione responsabile, tra privato e pubblico, tra pluralità e unità.
Egregio Signor Ministro, ciò che mi ha spinto a scrivere a lei, in quanto Ministro per le Politiche per la Famiglia che in più occasioni ha dichiarato di vedere nella famiglia un
soggetto protagonista, non è primariamente lo stringersi del dibattito in corso in merito alle convivenze di fatto, bensì la mancanza nel dibattito pubblico delle ragioni sostanziali del matrimonio fra un donna e un uomo.

La fede e le molteplici relazioni con coppie e famiglie che coltivo in quanto parroco, ispirano certamente il mio sentire e il mio pensiero. Ma le riflessioni e le argomentazioni espresse non si muovono sul piano della fede, ma su quello laico della ragionamento. Un ragionamento che si può anche non condividere, ma che non può essere ideologicamente eluso ritenendolo clericale per il semplice fatto che è un prete a esprimerlo.
don Giovanni Momigli
parroco di San Donnino - Firenze

Convivenze, lettera aperta al ministro Rosy Bindi
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