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Firenze, sollecitazione del card. Betori alle parrocchie: pronti ad aiutare chi è in difficolta per gli aumenti

«Sollecito a porre un’attenzione particolare alle conseguenze che la guerra, e la pandemia non ancora sconfitta, potranno avere, e anzi già hanno, sulle aziende, nel mondo del lavoro, delle famiglie». È la raccomandazione del cardinale Giuseppe Betori nel suo intervento stamani all’assemblea diocesana del clero, alla Certosa del Galluzzo

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«L’aumento dei costi dell’energia e del gas - ha sottolineato l'arcivescovo di Firenze - come abbiamo avuto modo di verificare anche nelle nostre parrocchie, rischiano di far chiudere numerose aziende pure nella nostra diocesi, mettendo ancor più in difficoltà chi ha problemi ad arrivare a fine mese, a pagare gli affitti. Dobbiamo guardare con attenzione nelle nostre parrocchie a quanti dovessero trovarsi in queste difficoltà e sollecitare, per quanto nelle nostre competenze, soluzioni che aiutino chi davvero ha bisogno».
Segnali dall’arme sulla situazione economica stanno già arrivando: «La Caritas e le altre realtà ecclesiali o parrocchie che gestiscono le nostre mense, da tempo ci segnalano l’aumento delle richieste e non solo di cittadini stranieri. Richieste che rischiano di crescere nei prossimi mesi e alle quali non sempre sarà facile dare risposte positive. Ma nessuno dovrà trovare chiuse le nostre porte e i nostri cuori».
Nella sua relazione, l’arcivescovo ha proposto alcune riflessioni sul contesto sociale in cui la Chiesa fiorentina si trova a svolgere la sua missione. Un contesto ancora segnato dalla pandemia, «con mutamenti continui del virus che ne ostacolano lo sradicamento, ma anche con effetti letali di minore impatto, anche grazie all’efficacia delle azioni di contrasto, in cui si combinano l’effetto dei vaccini e quello delle limitazioni sociali che pur ci hanno fortemente pesato, in prospettiva sociale, economica e psicologica, ma anche di vita religiosa, nei mesi passati». Per Betori «occorre mantenere sempre alta la guardia contro la pandemia che colpisce in vari modi le persone e disgrega la vita sociale, e occorre farlo continuando a collaborare con le indicazioni che le autorità sanitarie ci propongono, mantenendo quindi anche un’attenta vigilanza nelle modalità di incontro di cui pur abbiamo bisogno per salvaguardare la dimensione comunitaria della nostra vita ecclesiale». L’invito quindi è a seguire direttive e consigli sia a livello di normative civili che di disposizioni Cei, stando attenti a non considerare la pandemia una realtà del passato ma un’avversità con cui fare ancora i conti.
A proposito della guerra mossa dalla Russia contro l’Ucraina, il cardinale Betori ha sottlineato come il conflitto «abbia sconvolto gli equilibri mondiali, rendendo ancor più evidente l’esistenza di quella terza guerra mondiale a pezzi, a cui ci richiama spesso Papa Francesco, inserendosi in un contesto di numerosi focolai bellici che insanguinano il mondo e denunciano come lo scontro delle potenze a vocazione egemonica abbia cambiato confini e connotati, ma continui a dare al mondo il volto di un instabile equilibrio del terrore». L’arcivescovo ha quindi richiamato le parole dell’articolo 11 della Costituzione italiana e gli interventi di papa Francesco che in diverse occasioni ha condannato tutte le guerre, definendo questa in particolare «moralmente ingiusta, inaccettabile, barbara, insensata, ripugnante e sacrilega». «Noi sappiamo - ha aggiunto Betori - che solo il dialogo può riportare la pace, ma esso ha bisogno di cuori riconciliati e la guarigione del cuore è opera di Dio, che va invocata con la preghiera. È quanto possiamo e dobbiamo fare, ed è quanto faremo su indicazione del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa nell’adorazione eucaristica il prossimo 14 settembre». A questo proposito, è già stato inviato a tutte le parrocchie il sussidio per la preghiera preparato dall’ufficio liturgico della Cei.
Il prevalere della cultura della guerra, ha proseguito la sua riflessione il cardinale Betori, «può ben essere considerato frutto di una crisi dell’umano che ha radici profonde e che riveste forme sempre nuove, che toccano non solo i grandi scenari mondiali e dei rapporti tra i popoli, ma anche la quotidianità della vita personale e sociale. È con questi cambiamenti culturali – il cambiamento d’epoca di cui parla spesso il Papa – che ci troviamo a misurarci, in maniera esplicita e più spesso nascosta, nella nostra pastorale».
Tra i molti fenomeni che ci interrogano, l’arcivescovo ne ha segnalati alcuni «che in questi ultimi tempi hanno trovato rilevanza nell’ambito delle arti, antenna sempre sensibile di quanto si muove nel profondo»: il riferimento in particolare alla biennale d’arte e alla mostra del cinema di Venezia, insieme ad altre notizie provenienti dal mondo dell’arte. Eventi dai quali, ha affermato, «emerge la centralità che stanno assumendo concetti come la fluidità dell’identità e la smaterializzazione della realtà. La ricchezza della persona viene sempre più cercata nella sua capacità di continuamente ridefinirsi nel suo rapporto con il corpo. E la materia non diventa più il luogo della manifestazione dello spirito, lasciando il posto a un’esistenza digitale che si moltiplica indefinitivamente. Ma il digitale è anche il luogo in cui ci si connette in forme sempre più stabili fino a confondere il proprio sé con una identità massificata, in cui si esiste solo se si è accettati».
Questa quindi la conclusione dell’arcivescovo: «Sta nascendo una nuova cultura e il Vangelo non può rimanere muto di fronte alle istanze come pure ai pericoli, che essa introduce. Sapendo che non ci è possibile rinunciare a un pensiero ispirato dalla fede che ha prodotto concetti basilari come quello di persona, di relazioni umane, di responsabilità verso gli altri e verso il creato, di bene comune. E potremmo continuare. Come non perdere tutto questo senza però chiuderci al dialogo con il mondo che cambia? È la grande sfida posta oggi all’evangelizzazione».

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