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L'Arcivescovo Betori si presenta ai fiorentini

Dalla sua vocazione, nata tra i fanciulli di Azione Cattolica, al modo di interpretare il ruolo di vescovo; dalle prime impressioni sulla Chiesa fiorentina fino ai suoi «sentimenti» calcistici. La prima intervista al nuovo Pastore della Chiesa fiorentina

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L'Arcivescovo Betori si presenta ai fiorentini

di Riccardo Bigi
Dalla sua vocazione, nata tra i fanciulli di Azione Cattolica, al modo di interpretare il ruolo di vescovo; dalle sue prime impressioni sulla Chiesa fiorentina e sulla città, fino ai suoi «sentimenti» calcistici. Senza trascurare nulla, neppure un pensiero sul modo in cui la Chiesa deve affrontare le questioni sociali e politiche della vita cittadina.
L'Arcivescovo Giuseppe Betori si presenta ai fiorentini con una lunga intervista, realizzata insieme da Toscanaoggi e da Radio Toscana. Ne anticipiamo alcuni passaggi: il testo completo sarà pubblicato nel fascicolo speciale (32 pagine a colori) che i nostri lettori avranno in omaggio con il prossimo numero, e che domenica 26 ottobre sarà distribuito, in Duomo, a tutte le persone che parteciperanno alla Messa durante la quale il nuovo Vescovo si «insedierà» sulla cattedra di San Zanobi e di Sant'Antonino. Su Radio Toscana invece una sintesi dell'intervista si potrà ascoltare questo sabato, 18 ottobre, alle 11,30; alcuni passaggi saranno trasmessi anche durante la lunga diretta con cui la radio seguirà il giorno dell'ingresso di monsignor Betori a Firenze.
Un prete con molte esperienze
L'appuntamento è a Roma, nelle stanze della Cei. Ci sistemiamo in una saletta ma l'attesa è breve, l'Arcivescovo arriva con puntualità perfetta. Il tempo di tirare fuori registratori e block notes, e si comincia. Betori risponde volentieri a tutte le domande: negli occhi si legge la voglia di abbracciare la sua nuova Chiesa. E la radio e il settimanale, in fondo, sono un tramite per far arrivare intanto la sua voce. «Sono anzitutto un prete della Chiesa cattolica, che ha avuto la straordinaria avventura di vivere una molteplicità di esperienze». Si presenta così, con semplicità, monsignor Betori. La prima di queste esperienze che ci racconta è quella di fanciullo di Azione Cattolica: «un imprinting che ritengo fondamentale, anche perché lì è nata la mia vocazione al sacerdozio». Il suo «curriculum» ecclesiastico, poi, Betori lo suddivide in quattro aspetti. La formazione biblica (con gli studi in Sacra Scrittura), la prassi parrocchiale (15 anni in una piccola comunità di Foligno), il compito di educatore e insegnante (docente e preside allo Studio Teologico di Assisi, ma anche direttore dell'Istituto San Carlo, il più importante centro di pastorale giovanile della sua diocesi) e quello di «scrittore»: tra i suoi compiti alla Cei infatti c'è stato quello di seguire la redazione dei testi di catechesi.
Dei suoi 17 anni alla Conferenza Episcopale Italiana (prima come Direttore dell'Ufficio Catechistico, poi come sottosegretario, infine come Segretario Generale) Betori conserva molti ricordi: ha lavorato a tante iniziative, ha vissuto dall'interno tanti momenti forti della Chiesa italiana. Dal Convegno di Palermo, al quale ha lavorato a fianco del Cardinale Antonelli, a quello di Verona. Ma tra i «frutti» che ha collaborato a far sbocciare ce n'è uno che gli è particolarmente caro: «Non posso nascondere che l'avventura appena conclusa della nuova tradizione della Bibbia è quella che sento più mia». Un altro «fatto» di Chiesa cui il nuovo Vescovo di Firenze tiene molto è la «ricomposizione» delle tante anime del laicato cattolico che si è andata compiendo in questi anni.
 
Le impressioni sulla diocesi
E della Chiesa fiorentina, che idea si è fatto il nuovo Arcivescovo? Betori non vuole anticipare troppo, prima di tutto vuole parlare, incontrare i preti, i laici. «Abbiamo molte parole da dirci tra di noi, dovremo parlare, dialogare, confrontarci. Poi ci sarà una parola mia, in virtù di una responsabilità che mi è stata data e che non posso condividere con nessuno. Ma prima ancora delle nostre parole, dobbiamo metterci in ascolto della Parola di Dio che deve darci l'orizzonte entro cui camminare». Intanto però alcune prime impressioni sulla Chiesa fiorentina le ha raccolte: «Una realtà diocesana fortemente ricca dal punto di vista dell'esperienza caritativa e solidale». E poi il tessuto delle parrocchie, che ancora rappresenta una realtà radicata e significativa: «È vero che i sacerdoti diminuiscono di numero, invecchiano, però dobbiamo fare di tutto perché non si perda questa presenza popolare della Chiesa sul territorio». Infine, la vocazione culturale di una Chiesa come quella fiorentina: «una vocazione che sta nel suo Dna, dal medioevo fino alle esperienze significative del Novecento».
La voce della chiesa
Dalla Chiesa alla città e al territorio: la «chiacchierata» con il nuovo vescovo spazia anche sui temi della vita locale, sui quali la Chiesa non deve mancare di far sentire la propria voce. Con una precisazione: «Bisogna distinguere la voce della Chiesa dalla voce dei cattolici». La Chiesa, spiega Betori, «non può assumere ruoli che non le sono propri ma ha una funzione di stimolo verso ogni realtà umana. Nulla di ciò che è umano le è alieno, e anzi tutto l'umano può e deve essere illuminato dal Vangelo. Quindi ci sarà una parola della Chiesa sulla realtà cittadina ogni volta che si presenterà un problema, da questo punto di vista non penso che dobbiamo fare passi indietro, tutt'altro». Poi, afferma il Vescovo, c'è l'impegno dei cattolici: «ciascuno con la propria autonomia, in coerenza con il Vangelo ma anche con la propria responsabilità di fronte alle scelte politiche e sociali che occorrerà di volta in volta fare».
Dall'Alluvione al calcio
L'ultima questione è più frivola: a Firenze sono giunte voci allarmate sui suoi «sentimenti» calcistici che sarebbero in «bianco e nero», non proprio in sintonia con quelli dei fiorentini… Betori sorride, la sua risposta è pronta e senza tentennamenti: «Mi sembra che il mio immedesimarsi con la città di Firenze chieda anche qualche sacrificio. E siccome in questo caso non significa sacrificare la fede, ma sacrificare quello che lei giustamente ha definito un sentimento, lo si sacrifica volentieri. Nessuno è perfetto, neanche l'arcivescovo di Firenze che può avere dietro di se qualche macchia, nel suo passato: ad esempio l'attenzione a una certa squadra calcistica. Attenzione che ovviamente è già stata abbandonata. E visto che la Fiorentina ha giocatori e allenatori che hanno militato nella squadra che lei ricordava, credo possa avere un tifoso in più che è stato, nel passato, tifoso di quella squadra». 

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