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Misure alternative: una soluzione non solo al sovraffollamento delle carceri

Un incremento delle misure alternative potrebbe aiutare a risolvere molti problemi legati all’aumentare della popolazione detenuta, ma anche alla rieducazione.

Percorsi: Carceri

Il problema del sovraffollamento delle carceri torna continuamente sulle prime pagine dei giornali: Marco Pannella è dovuto ricorrere - per l’ennesima volta - allo sciopero della fame e della sete per  portare l’attenzione sulle condizioni disumane in cui versano i detenuti negli istituti di pena italiani, situazione contraria ad ogni principio umano e cristiano. Secondo la nostra Costituzione "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (art. 27)". Ma le problematiche sono molto profonde e complesse, e una delle soluzioni sarebbe l’applicazione, in misura maggiore, delle cosiddette "misure alternative", cioè di progetti atti al recupero o al reintegro nella società civile di coloro che hanno a carico una condanna penale.
Per fare un punto sulla situazione delle carceri abbiamo intervistato Salvatore Nasca, responsabile dell’Ufficio Esecuzioni Penali Esterne (UEPE) presso il Tribunale livornese.

«Proprio con i problemi attuali delle carceri - spiega Nasca - sarebbe opportuno pensare ad un rafforzamento delle politiche di recupero e di reinserimento. A questo proposito, non scorderò mai le parole di Giovanni Paolo II nel giorno della visita ufficiale in Parlamento: egli non propose, come molti politici continuano a sostenere strumentalmente, l’amnistia ma, anzi, sottolineò "l’inutilità di provvedimenti di clemenza che "lasciano le cose come stanno" e sollecitò le istituzioni a predisporre "percorsi di recupero improntati alla responsabilità". Proprio su questo principio la legge ha da anni previsto l’istituzione dell’UEPE, il cui compito è quello di organizzare e seguire le diverse persone sottoposte a varie tipologie di misure alternative sul nostro territorio, per il loro reintegro all’interno della società civile. I detenuti possono essere ammessi al programma sia inoltrando richiesta dal carcere sia successivamente alla condanna e prima di essere arrestati: la maggior parte di coloro che sono in misura alternativa, e che pertanto hanno rapporti solo con l’Ufficio Esecuzione Penale Esterna, "non passa" dal carcere».
Secondo quanto previsto dall’attuale ordinamento giuridico, più di duecento persone sono attualmente affidate in prova presso i servizi sociali, inviate a svolgere lavori di pubblica utilità oppure poste agli arresti domiciliari o in libertà vigilata, tutte seguite da Nasca e dai suoi collaboratori. 
Per le persone già detenute esistono invece due tipi di misure alternative indicate e seguite dall’UEPE, di comune accordo con le singole organizzazioni penitenziarie di appartenenza: sono la "semilibertà" ed il "lavoro all’esterno". I soggetti che rientrano in questi programmi, per buona parte della giornata, sono impegnati fuori dal carcere per lavorare o per altri servizi e rientrano giornalmente nell’istituto carcerario.

«In realtà - continua Nasca - seguiamo anche gli altri detenuti, o meglio collaboriamo con il carcere per le attività di osservazione e trattamento interno, per la preparazione delle misure alternative, per le indagini che ci chiede la magistratura, e per molti altri casi. Sotto questo punto di vista la situazione che si delinea all’interno delle carceri livornesi è ben monitorata: attualmente abbiamo 89 lavoratori esterni e 12 in semi-libertà, la maggior parte provenienti dal carcere di Porto Azzurro, in cui il sovraffollamento ha raggiunto livelli incredibili, dovendo ospitare anche una certa parte dei detenuti delle Sughere, i cui reparti sono in ristrutturazione».
Anche per gli Uffici Esecuzione Penale Esterna uno dei problemi principali è oggi la mancanza di risorse. «I nostri sono ormai "uffici ad esaurimento", nel senso che da anni molti operatori sono andati e stanno andando in pensione senza che siano previste assunzioni o sostituzioni, e così già oggi alcuni uffici toscani hanno un numero sempre più limitato di unità. È chiaro, perciò, che qualsiasi protocollo, qualsiasi convenzione, possa risultare difficilmente concretizzabile con una tale carenza di risorse».

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