Livorno
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Nessun territorio è immune alla mafia

Combattere la mafia è un problema di tutto il Paese: abbiamo parlato con un’aderente dell’associazione Libera di Livorno

Nessun territorio è immune alla mafia

Nel bene o nel male, è “cosa nostra”, l’abbiamo esportata noi nel mondo, ed è per questo, che oltre a sole, pizza, spaghetti e arte siamo conosciuti all’estero: la mafia. Nonostante tutto, però, non vogliamo ammettere che è un problema del Paese, ma solo di una sua parte. Così la mafia ha potuto espandersi e infiltrarsi anche dove meno ci si aspettava. L’associazione Libera, fondata da don Luigi Ciotti nel 1995, ha come obiettivo proprio questo: formare le coscienze, renderle consapevoli che le mafie non sono una cosa esclusiva del Sud, ma di tutto il territorio italiano.
Abbiamo chiesto a Carlotta, una delle rappresentanti di Libera a Livorno, di raccontarci dell’esperienza dell’associazione nella nostra città.

Carlotta, come e quando nasce Libera a Livorno?
«Nasce nel 2002, poi nel 2003 venne inaugurata ufficialmente da don Ciotti. La nostra sede attualmente è presso il CEIS, in via Lampredi. Siamo circa una trentina di aderenti, ma intorno a noi ruotano tante persone, dagli studenti delle scuole, alle altre associazioni che collaborano con Libera, come ad esempio l’Agesci, da cui anche io provengo. Referente provinciale del coordinamento Libera Livorno è Dania Bruno».

Quali sono le vostre attività principali?
«Facciamo diversi progetti con le scuole, dalle elementari alle superiori. Poi organizziamo incontri con testimoni davvero importanti, come quello con Nando Dalla Chiesa, attuale presidente onorario dell’associazione e che è venuto a parlare nella nostra città all’ITI il 5 marzo scorso. Inoltre partecipiamo ai campi lavoro, esperienze davvero indimenticabili, come quello di Maiano di Sessa Aurunca (provincia di Caserta), in cui si alternano momenti di lavoro nei campi il mattino, nelle terre confiscate alle mafie, a momenti di formazione alla legalità nel pomeriggio, con testimoni che hanno vissuto la questione mafiosa sulla propria pelle. Ai campi partecipano persone di varie età, si parte dai ragazzi di 17 anni, ai più adulti. Qualcuno che aderisce alla nostra associazione spesso per motivi di studio ci lascia, però continua a coltivare lo spirito di Libera, dove si trasferisce.

In che rapporti siete con la città di Livorno e la realtà ecclesiale labronica?
«Dal punto di vista istituzionale cittadino diciamo che c’è un sostegno morale, però ancora il problema mafia non è avvertito nella nostra città, il nostro lavoro è visto come positivo, ma ad esempio, alla giornata della memoria dell’anno scorso, il 21 marzo, in cui sono state ricordate tutte le vittime della mafia, a livello comunale non ha partecipato nessuno, mentre c’è stata una forte adesione di alcune scuole elementari. A livello ecclesiale, occorre dire che quando viene don Ciotti la risposta è davvero ampia, ma non solo di fedeli, anche di persone che non appartengono alla Chiesa».

Con le altre realtà toscane di Libera siete in contatto? E con quella nazionale?
«Abbiamo davvero un buon rapporto con le altre realtà della nostra regione, ma anche con quello nazionale. D’altronde, uno dei principi di Libera è quello di considerare tutte le realtà sullo stesso piano e cercare di far uscire il problema mafia dal Sud e renderne partecipe l’intero Paese. Inoltre, adesso esiste anche Libera Flare, ovvero l’associazione a livello internazionale che cerca di sensibilizzare le nazioni con il problema mafioso (russo, italiano, albanese, ecc…)».

Carlotta, che cosa ti ha spinto a diventare un’aderente di Libera?
«Come ho già detto, la mia formazione è Agesci, quindi sono stata educata da sempre a rispetto e coscienza della legge. La conosco, la rispetto, ma se non va bene, cerco di cambiarla. Per me è stato importante conoscere don Ciotti nel momento in cui ho lasciato gli scout, è stato un passaggio fondamentale per la mia vita, in cui la mente si è aperta, ho moltiplicato e messo in pratica le conoscenze scout. A volte le associazioni rischiano di chiudersi in se stesse, Libera mi ha aiutato a uscire dal “mio orticello”. Con questa esperienza, ho conosciuto tantissime persone e paesi dell’Italia che prima ignoravo, come S. Piero Vernotico (provincia di Brindisi), paese in cui la mafia era padrona, poi grazie all’azione congiunta di Questura e Libera, è stato liberato. Di solito quando arriviamo in questi paesi con le nostre magliette targate Libera, all’inizio riscontriamo paura e diffidenza, poi invece, ci accolgono con grande festa, specie i giovani. Di solito chi si avvicina a noi è incuriosito, e tutti successivamente rimangono attratti».

Nella nostra realtà livornese possiamo stare tranquilli, o ci sono presenze mafiose anche qui?
«Nessun territorio è immune alla mafia. La mafia sa dove e come colpire. È intelligente. La coscienza della città, se è sana, impedisce a questo fenomeno di radicarsi. Per quanto riguarda la realtà specifica di Livorno, bisognerebbe domandare al procuratore, troppo azzardato dare un giudizio senza una sentenza giuridica. Probabilmente la mafia è arrivata anche qui in altre forme, come il riciclo di capitali, approfittando delle tante attività in crisi. Anche in Versilia ci sono voci sempre più insistenti di presenze mafiose. In ogni caso, dove c’è corruzione ed evasione, la mafia cresce».

Come si combatte la mafia?
«Con educazione e responsabilità, coscienza e conoscenza delle leggi. A volte occorre avere il coraggio di opporsi, di cambiare alcune leggi. Il fenomeno mafioso è una “cosa nostra”, ma nonostante tutto non lo conosciamo bene, lo consideriamo piuttosto un fenomeno folcloristico di una parte del Paese»

Cosa ti senti di aggiungere a questa intervista?
«Quando è venuto Nando Dalla Chiesa, ha voluto insistere su un concetto fondamentale: "La forza della mafia, è fuori dalla mafia", ed è proprio vero! Una società sana fa in modo che questo fenomeno non si radichi, quando diciamo, “non è un nostro problema”, facciamo il gioco della mafia. E ne è un esempio lo spostamento mafioso verso il Nord».

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