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Ciulla canta la pandemia con parole dei suoi allievi

«Sto lavorando a dei brani, scritti negli ultimi anni, che mi rappresentano molto». Esordisce così l’ex componente dei Violacida, Antonio Ciulla, in arte semplicemente Ciulla, cantautore lucchese che vive a Calambrone, trent’anni compiuti da pochi giorni e una carriera appena intrapresa, parallelamente a quella musicale, come docente di italiano e storia.

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Ciulla canta la pandemia con parole dei suoi allievi

È uscito «Gli anni più belli», nato da una singolare collaborazione tra te e la IIC del Liceo delle Scienze Umane di Follonica.

Ce ne vuoi parlare?
«Stavo tenendo un laboratorio di videomaking. Alla prima lezione ho chiesto ai ragazzi come stavano vivendo la scuola in quest’era di pandemia e ho trovato una situazione estremamente disagiata, una classe di persone altamente frustrate. Molti avevano crisi quotidiane di pianto, di rabbia, avevano perso interesse per qualsiasi cosa. Oltre a un calo di rendimento di tutti. Ho fatto fare loro un “flusso di coscienza”, una tecnica che uso anche io per sfogarmi. Li ho fatto scrivere su un foglio ciò che pensavano della loro vita durante il Covid, poi ho registrato le loro parole, in seguito ho creato un tema musicale per la base. »

Lo scorso anno hai lanciato una call sui social, in cui hai chiesto ad amici e fan di inviarti messaggi vocali con ricordi significativi della loro vita. Poi li hai messi in musica e ne è nato un album. Che esperienza è stata? È più difficile per un artista trovare l’ispirazione partendo dalle vite degli altri piuttosto che dalla propria?
«È stato pesante perché ho musicato venti tracce in una settimana ma davvero un’esperienza bellissima, ho messo alla prova la mia capacità creativa. Però non riesco a scrivere di altri, tutti i miei pezzi parlano di cose vissute e di sentimenti che provo».

Hai condiviso il palco con i Canova, Giorgio Poi, Fulminacci, Galeffi e Postino. Con quale artista sogni di collaborare in futuro?
«Con chiunque sia in grado di darmi delle emozioni. Soprattutto con artisti diversi da me. Magari con un rapper».

Hai fatto parte dei Violacida, band molto amata a Lucca. Perché hai preferito la carriera da solista?
«La band di solito la si crea da adolescenti, anche per paura di esprimersi fino in fondo. È una sorta di scudo. I Violacida sono stati un’esperienza incredibile della mia vita, bella e brutta allo stesso tempo. Eravamo un gruppo pazzesco e anche a livello umano eravamo veramente legatissimi ma era fin troppo totalizzante e le scelte della mia vita erano guidate dalla band. Ad esempio ho scelto di non andare a studiare fuori sede per non lasciare loro. Proprio come in una relazione con una ragazza: dai tutto per lei e poi finisce. Ogni volta che scrivevo un pezzo dovevo farlo ascoltare agli altri e mi sentivo un po’ censurato. Avevo voglia di libertà, desiderio di metterci la faccia e poi eravamo tutti un po’ stanchi ormai».

A che progetti stai lavorando attualmente?
«Sto realizzando il mio terzo disco da solista e mi sto occupando totalmente dell’arrangiamento. Lo sento un disco artisticamente maturo».

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