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«Cogliere opportunità all’estero alla fine non sradica da casa»

Per Natale si rivedranno. Dopo Aldo e Federico è Giuseppe Dotto a raccontare la sua esperienza. Sono tre fratelli che vivono e lavorano fuori dall’Italia

Fratelli Dotto

Tre sono i continenti in cui vivono, tre i fusi orari che rispettano e tre i diversi percorsi di vita che costruiscono. Tre, insomma, è proprio il loro numero. Aldo, Giuseppe e Federico Dotto sono i protagonisti di una particolarissima esperienza che ha come comune denominatore l’essere «Lucchesi nel Mondo». A fine ottobre queste pagine hanno raccontato la storia di Aldo, pianista di 33 anni e general manager di una scuola di musica ad Abu Dhabi, mentre a novembre Federico, 24 anni, da Miami ci ha portati nel suo lavoro con la finanza americana. Per Natale è Giuseppe, il secondo dei tre fratelli Dotto, a regalarci la sua esperienza personale e familiare. Architetto di 28 anni, vive ad Amsterdam dove lavora in uno studio di architettura. Si è trasferito in Olanda due anni e mezzo fa per una proposta di lavoro in uno studio molto affermato. Prima ancora, ha conseguito una doppia laurea fra l’Università di Ferrara ed il Brasile. 

«In Olanda mi trovo bene, la sento il mio posto per lavorare» ma poi spiega «ancora fatico a sentirla casa, sono sempre un pochino nostalgico». 

Rivedrai i tuoi fratelli a Natale?
«Finalmente sì. È la cosa più bella di questo Natale: ritrovarci tutti quanti a casa. Di solito riusciamo a vederci nelle festività e questo diventa proprio il nostro modo di festeggiare: automaticamente noi festeggiamo incontrandoci. Sembra strano ma è proprio il nostro modo». 

Come sarà?
«Passerà molto più veloce di quanto non vorrei. Ci rivediamo dopo tanto non dietro degli schermi, magari dal vivo scopro qualcosa sui miei fratelli che non so». 

Percorsi diversi ma in comune l’estero. Pensi che l’avere un fratello in un altro paese vi abbia aiutati nella scelta di partire?
«Sicuramente. Tutti quando devono iniziare un nuovo capitolo giustamente sono un po’ spaventati. Noi anche se fossimo spaventati potremmo parlare con un fratello e tutto si ridimensionerebbe. Il primo a partire sono stato io, all’inizio è stato molto difficile farci forza, sentirsi era più complesso rispetto ad ora. Una volta fatto il primo passo ci siamo fatti forza a vicenda, non per spingerci ad andare fuori ma per ridimensionare le paure. Ora sappiamo che cogliere nuove opportunità all’estero comunque non sradica da casa». 

C’è qualcosa che vi unisce a distanza?
«Ce ne sono tante, mi piace dire quella che unisce tutti i fratelli, cioè la spontaneità con la quale parliamo. Tutto questo spazio fra noi è diventato normalità e ci rimane la familiarità. I nostri orologi sono settati su tre fusi orari diversi per sapere quando chiamarci senza svegliare nessuno». 

Nei vostri paesi ci sono cose che riuscite ad affrontare meglio confrontandovi e condividendo esperienze che vivete?
«La lingua è un perfetto esempio. Io e Aldo viviamo in paesi in cui la lingua parlata non è quella che utilizziamo a lavoro. Spesso ne parliamo per vedere come arabi ed olandesi si relazionano con chi deve parlare inglese. Viene fuori che sono due culture diverse ma riusciamo ad aiutarci. Ad esempio riesco ad essere attento in alcune situazioni perché lui mi ha spiegato che nel suo Paese c’è un certo comportamento verso gli stranieri. Ci sono tanti altri esempi: l’alloggio, i rapporti con i proprietari di casa sono tutte condizioni che cambiano in ogni paese. Effettivamente questo è un ottimo spunto per studiare diverse culture». 

Data questa esperienza, come vedi il mondo?
«Vivendo così ti rendi conto di quanto sia soggettiva la propria idea di mondo. Io lo vedo molto vicino, cioè come uno spazio non troppo grande, vicino a tutte le realtà che vuoi, purché tu voglia raggiungerle».

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