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Da Yale al Cern: «Vorrei essere prof in Italia ma...»

«Mi trovo a Ginevra al Cern, perché da luglio con il gruppo di Yale, dove lavoro, ci siamo spostati e staremo qua per circa un anno. Lavoriamo su due esperimenti: uno è qui al Cern, si chiama Atlas».

Giani Pezzullo

Lo scienziato Giani Pezzullo è un fisico ricercatore lucchese di 33 anni che ha fatto tanta strada dopo la laurea in Fisica delle interazioni fondamentali delle particelle all’Università di Pisa, presso l’Infn. Prima la summer school al Fermi Lab di Chicago (Illinois, USA) tramite UniPi, poi il dottorato a Pisa portando avanti la collaborazione con gli States. Infine, la collaborazione decisiva col Fermi National Laboratory e con la professoressa Sarah Demers, attuale capo del dottor Pezzullo presso Yale University. Poi il post-dottorato, nella più ambita università della Ivy League e il viaggio all’El Dorado di ogni fisico: il Cern. 

In che cosa consiste Atlas?
«È uno degli esperimenti al Large Hadron Collider, Lhc, famoso alle cronache per aver scoperto il bosone di Higgs. Creiamo protoni, li facciamo scontrare con altri protoni: cerchiamo processi rari».

Come è andato il tuo «passaggio di stato» da New Haven, nel Connecticut, dove c’è Yale, al Cern?
«Dal punto di vista lavorativo è molto eccitante essere nello stesso laboratorio dove c’è l’esperimento che gira, che prende dati. Qui la comunità è molto grande. È bello dopo questa ombra del periodo Covid avere la possibilità di interagire con molti collaboratori. Però ci sono molte cose che mi mancano di New Haven: una città con un campus bellissimo». 

Quando hai iniziato l’università avresti mai pensato di arrivare a Yale e al Cern?
«Ero molto affascinato, quando ho iniziato fisica al primo anno, dai grandi fondatori della moderna fisica delle particelle – Enrico Fermi che aveva studiato a Pisa ed era stato molto tempo all’università di Chicago. No, non mi ci sarei mai visto ad andare fuori dall’Italia a fare esperienza scientifica. La summer school mi ha aperto gli orizzonti». 

Pensi mai a tornare in Italia?
«Mi sto applicando per una posizione da professore sia in Italia che in America. Penso che per fare ricerca nella fisica delle particelle in Italia, l’Infn sia un istituto bellissimo: dovrebbe avere più fondi per poter fare più progetti. Secondo me le università italiane sono messe molto male. Mi piacerebbe dare un contributo a cambiare la mentalità dei dipartimenti». 

Qual è la differenza?
«Le università in Italia sono “esamifici”, in cui viene paventata una equità nel trattamento di tutti gli studenti, che però è la base di una disuguaglianza. Con il mentoring che ho visto a Yale, e anche in altre università americane, si cerca di capire come sviluppare una persona. Questa cosa manca tanto in Italia: basterebbe stabilire un legame più umano con gli studenti e non lasciare che la selezione naturale porti avanti i più forti». 

Di recente Rosalia Selvaggi, rappresentante delle studentesse e degli studenti dell’Università di Siena, ha parlato all’inaugurazione dell’anno accademico, davanti a Mattarella, riferendosi agli atenei come «palestre di sfruttamento», affermando che «si parla del nostro futuro sempre senza di noi».
«Sì, è vero. Anche il sistema di reclutamento: sembra che il dipartimento che ti fa il colloquio, ti faccia un piacere a intervistarti. C’è questo baroneggiato per cui assumono sempre i “loro”. Ho visto pochi esempi virtuosi».

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