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Garfagnana: la micro-storia, il giurista e la nuova ricerca

«Non è romanticismo, non è nostalgia di momenti che non sono più, ma è consapevolezza di quello che eravamo, per poi progettare con maggiore lucidità ciò che vogliamo essere in futuro». Ecco lo spirito della iniziativa che il giurista sanitario Manuele Bellonzi.

Il paese di Vibbiana a San Romano in Garfagnana

Ha 53 anni e ha messo in atto, assieme agli «Amici della Fortezza delle Verrucole» una ricerca sulla toponomastica del territorio attorno a Vibbiana e San Romano in Garfagnana.
Come nasce questa passione?
«È genetica: la mia famiglia materna e paterna proviene dalla Garfagnana. Sono sempre stato interessato a ricostruire la micro-storia del territorio. Sono interessato a collettivizzare le ricerche con gli abitanti del territorio».
Quando è iniziato questo interesse?
Da bambino. Ho avuto la fortuna di avere in casa, di mia nonna, tutta una serie di contratti della famiglia che risalivano al 1700, al 1800. Già cominciavo a cercare di capire a che cosa facessero riferimento. Non erano documenti della grande storia, ma riguardavano la storia della mia famiglia e anche del suo territorio».
Ci spiega in breve cosa state studiando ora?
«Nei contratti pre-Catasto se si doveva identificare un semplice terreno, un bosco, e non si avevano gli estremi catastali, lo si faceva con la denominazione: anche solo per intendersi fra abitanti di uno stesso territorio. Era tutta una necessità di organizzazione anche sociale, economica e produttiva. Questa toponomastica si ritrova in alcuni atti stipulati nei secoli, ma la maggior parte è tramandata oralmente. Se si perde quest’ultima generazione di persone che ancora ha memoria di questa identificazione, si perde una quantità di dati che non si recupererebbero più. Quando i nostri anziani non ci saranno più, con loro se ne andrà via una eredità immateriale che credevamo un disgrazia perdere».
Quando avete iniziato il progetto?
«Circa un mese fa, con un po’ di complicazioni, ma i mezzi tecnologici ci aiutano, perché non ci potevamo vedere. Abbiamo subito creato un gruppo Whatsapp e ci siamo confrontati per capire se aveva un senso, se poteva interessare agli anziani e alla comunità. Mi ha meravigliato che sia diventata una sorta di sfida a chi si ricorda di più».
Come vi siete organizzati?
«Questo progetto è condiviso con il paese, con la comunità. Ci sono giovani che hanno veicolato le interviste agli anziani che stanno collaborando alacremente».
Qualche esempio?
«Uno dei primi toponimi è la Buca della Carbonaia; ce ne sono alcuni legati alla produzione della calce».
Cosa ci può dire un toponimo?
«Ci racconta la vita di tutti i giorni che probabilmente era continuata per secoli».
Qual è l’obiettivo generale?
«Conservare qualcosa che stiamo drammaticamente perdendo».

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