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Mons. Paolo Giulietti racconta i suoi primi due mesi a Lucca

Con la festa di San Paolino, il 12 luglio scorso, sono due mesi esatti che mons. Paolo Giulietti ha fatto il suo ingresso (12 maggio) in diocesi. Lo abbiamo incontrato per ascoltare le sue impressioni su queste prime settimane come Pastore della Chiesa di Lucca e per avere qualche indicazione sul prossimo anno pastorale.

Mons. Paolo Giulietti, Arcivescovo di Lucca

Vescovo Paolo, aveva annunciato che in estate avrebbe viaggiato in diocesi, per conoscerla, un po’ come in una luna di miele… Dopo due mesi sente di essere ancora in luna di miele con la sua Sposa, la Chiesa di Lucca? Girerà davvero per le comunità? Magari anche a sorpresa?
«Intanto, in questi primi due mesi ho completato il giro di tutte le Zone Pastorali, contattando oltre duemila laici e i nostri sacerdoti e diaconi. Sono stato in qualche comunità, invitato, quindi ho cominciato a mettere in atto questo proposito. Certamente la diocesi è tale e tanta che non basterà questa estate per girarla tutta, però con il mese di luglio è chiuso il calendario degli impegni e comincerò anche a fare cose un po’ più turistiche, come andare sulla Pania, sono stato già a S. Pellegrino in Alpe, all’Argegna… Però posso dire che in questi primi due mesi il rapporto con la diocesi è molto cresciuto e ne sono contento, e una luna di miele, diciamo, dovrebbe produrre questi effetti».

Ha citato gli incontri nelle Zone, che non sono stati i soli. Ha già avuto giornate davvero intense, non certo, mi permetta, da placida luna di miele... Ecco una cosa che ha colpito le persone è che lei con tutti, sia negli incontri personali che comunitari, ha preso un sacco di appunti. Per prima cosa, ci tolga una curiosità, quanti quaderni ha usato?
«Finora ho finito il quaderno numero uno e sono a un terzo del quaderno numero due. Mediamente ogni anno impiego circa quattro quaderni. Ho iniziato a prendere appunti così da quando sono stato nominato vicario generale a Perugia».

E poi... i suoi appunti, in particolare quelli presi agli incontri comunitari, che fine faranno?
«Ne farò una lettera che sarà un "verbalone". Cioè non sarà una lettera pastorale che contiene indirizzi e indicazioni, questa la farò, ma ora mi pare prematuro. Voglio fare un verbale per dire quali cose sono venute fuori da questi nostri incontri, quali cose ci suggeriscono, per continuare a pensarci insieme. Al Consiglio Pastorale Diocesano ho già parlato di quattro aree tematiche che sono venute fuori: la prima è lo "stato della riforma della diocesi", la seconda tematica riguarda la "corresponsabilità laicale", la terza tematica riguarda i "giovani", la quarta tematica riguarda la "formazione". Insomma desidero restituire alla diocesi con un verbalone questi 16 incontri che ho fatto nelle Zone Pastorali».

Proprio a questi incontri, negli interventi delle persone, in particolare quelli spontanei, nello stile e negli argomenti che cosa ha accolto più positivamente e che cosa invece l’ha un po’ sdubbiata?
«Da un lato, posso dire che si respira un clima positivo, con la voglia di fare, sperimentare, rinnovare sulla scorta del lavoro fatto dal vescovo Italo. Si capisce che c’è una riforma da vivere, un rinnovamento da accogliere, e ci sono molte persone che questa cosa la percepiscono come importante e necessaria. E questo è il lato positivo, dove ci sono aspettative di un’azione che aiuti a tradurre in pratica quelle intuizioni che sono state scritte nei documenti del passato. Dall’altra parte, c’è in alcuni un po’ di scoraggiamento. Perché intanto ogni riforma nella Chiesa è lenta, ma soprattutto perché viaggia un po’ a macchia di leopardo. Si avverte che non c’è una volontà unanime concorde e coesa nel portarla avanti, e questa cosa scoraggia un pochino sia nelle file laicali che nelle file dei preti. Perché i laici vedono che non tutto il presbiterio è compatto su questo percorso e perché i preti vedono delle resistenze, soprattutto da parte delle piccole comunità e di alcuni settori del laicato, ad accogliere alcuni settori del rinnovamento. C’è quindi un attrito che questo percorso vive e che indubbiamente, in qualche caso, viene fuori come scoraggiamento, come guardare al passato, a percepire difficoltà insormontabili... Ma mi pare ci possa stare l’uno e l’altro atteggiamento, insomma, è comprensibile».

E dell’incontro con le Aggregazioni Laicali, cosa ci può dire?
«Ho trovato una presenza ricca delle realtà associative diocesane. Sono molte di segno diverso, da quelle culturali a quelle apostoliche... Direi che a Lucca non manca niente da un punto di vista della quantità di aggregazioni presenti, c’è che in molti casi sono un po’ dei bonsai, piccole pianticelle di persone sinceramente impegnate e di buona volontà che però, nel cammino ecclesiale, hanno un peso molto, molto ridotto. A parte alcune eccezioni, forse lo scoutismo, che è su livelli normali per una diocesi di queste proporzioni, tutte le altre associazioni mi sembrano molto sottodimensionate. Poi mi hanno spiegato che c’è anche una storia che ha portato a questo, però di fatto rispetto a quella che è la mia esperienza passata trovo la gran parte delle realtà abbastanza sottodimensionate».

In base a tutto questo, che anno pastorale sarà il prossimo?
«Sarà un anno di riflessione, di preparazione per alcune scelte che poi andranno messe a regime. Mi riferisco alle attività degli uffici, mi riferisco alla necessità di definire in maniera univoca e stabile l’assetto del territorio. Ma anche alla nomina degli organismi di partecipazione diocesana, penso al Consiglio Pastorale... Tutti quegli organismi che sono stati prorogati fino al 20 settembre 2020; non è che il 21 settembre qualcuno si alza la mattina e li nomina, ci sarà un processo in questo anno dove individuremo criteri e modalità per rinnovarli, in maniera più operativa da questo settembre in poi».

All’incontro con gli uffici di Curia ha detto che la cultura della delega deve morire, che gli uffici devono intraprendere una strada che li porti ad essere più legati alle comunità e ai territori… La realtà, se ne sarà accorto, è che ci sono uffici più strutturati e forti e altri meno...
«Macchine da guerra e biciclette…»

Ecco, mi verrebbe da dire che va ripensato uno stile, ma vanno rimodulate anche le forze in campo, no?
«Naturalmente non tutti gli uffici funzionano in maniera omogenea, questo è chiaro, ma è anche normale rispetto ad alcune dinamiche. Perché chi può contare su cospicui fondi propri come la Caritas è chiaro che ha un’altra marcia rispetto a chi si deve dividere piccole somme. Però è anche vero che ci sono settori strategici che vanno sviluppati, vanno investite risorse anche lì. Intanto, penso che gli Uffici devono collaborare tra di loro, ormai non si può ragionare per settori, ma bisogna ragionare sulla base delle persone, delle comunità, dei territori. Ci vuole uno stile molto più integrato di lavoro, già c’è, ma va sviluppato ulteriormente. Dall’altra parte, tutti gli uffici e in particolare quelli più strutturati devono riconsegnare le deleghe alle comunità, devono sforzarsi di svolgere non solo un lavoro in proprio, ma un lavoro che coinvolga tutti i soggetti ecclesiali che appartengono a quel settore e soprattutto alle comunità ecclesiali di base. Ad esempio, la Caritas non è che può gestire le attività di carità in proprio, deve coinvolgere le comunità, deve fare un lavoro di coordinamento con tutto il mondo della carità, che comprende anche Misericordie, Case di riposo per religiosi… tutto un mondo di carità che non è afferente alla gestione Caritas, però deve essere in qualche modo ricondotto ad una visione unitaria. Il compito degli uffici è anche questo, nel grande e nel piccolo. Poi un’altra cosa è questo discorso del federalismo: cioè bisogna immaginare una struttura di uffici che realmente abbiano un pied-à-terre operativo in tutti i territori, perché altrimenti si rischia che la pastorale della diocesi sia una pastorale lucchese, quando invece c’è un numero importante di persone sulla marina e un territorio significativo anche in montagna. Su questo, anche gli uffici più grandi, devono fare un cammino».

Veniamo invece al suo clero, quello che c’è e quello che verrà. Partiamo da quello che c’è. Ci sono delle priorità che le stanno a cuore?
«Una cosa che mi sta a cuore è che il clero si pensi come presbiterio unitario. Quindi già dall’anno prossimo faremo più incontri insieme. Tra tutti i preti e il vescovo. Perché non esiste che il presbiterio non si incontri mai. E anche per quanto riguarda i gruppi zonali credo che bisogna concentrarli, quindi, non pensarsi più in nove gruppetti che una volta al mese... ma appunto scommettere sulla struttura federale, perché si facciano pochi incontri con più persone e con la presenza strutturale del vescovo. Questo mi pare che sia il minimo della pena per poter parlare a un presbiterio. Altrimenti c’è sacramentalmente, ma non c’è percettibilmente e operativamente. Poi, senso di corresponsabilità di tutti verso il progetto che ha la diocesi. Questo rinnovamento delle comunità non può darsi senza la collaborazione fattiva di preti e diaconi. Cioè non è un discorso del vescovo, ma un vescovo col suo presbiterio che porta la Chiesa in una certa direzione rispetto alla quale tutti vanno invitati a remare nella stessa parte. Con stile di franchezza e condivisione ma anche di compattezza».

Necessaria quindi una formazione permanente del clero?
«Sì, ma bisogna riaprire una ministerialità. Il clero deve capire di essere chiamato a suscitare ministeri e corresponsabilità. Intanto bisogna riaprire il cammino diaconale, che è stato sospeso da anni, va sicuramente riaperto, perché nella chiesa di oggi i diaconi sono essenziali. Ma anche tutta la ministerialità laicale va supportata. Il clero deve capire che non può più fare da solo, ha bisogno di una ministerialità laicale strutturale e di questa ministerialità si deve fare promotore, custode, formatore, accompagnatore. C’è un lavoro per dotarsi e gestire una rete di collaboratori che è la caratteristica ormai imprescindibile di uno che voglia essere parroco. Dobbiamo aiutarci, perché questo comporta una complessità maggiore nel fare il prete, perché non è più il "tu fai le cose da te" ma "tu devi coordinare una squadra", a volte anche numerosa di persone, con tutti i problemi formativi, relazionali, gestionali… Non si può pensare un parroco che non sa gestire una squadra importante dando visione, formazione, un accompagnamento».

E sul clero del futuro, che cosa ci può dire?
«L’orientamento dei vescovi della Toscana è quello di avere due seminari. Uno a Firenze e uno a Pisa, cui facciano riferimento gruppi di diverse diocesi. Ci stiamo orientando in questo senso. Adesso c’è l’inaugurazione di un progetto educativo per il Seminario di Pisa, su cui stanno lavorando i vescovi di questa regione, quindi col prossimo anno 2020-21 partirà un Seminario interdiocesano a Pisa. Mentre lo studio teologico si sposterà già quest’anno a Pisa da Camaiore. Ci sarà un polo formativo nuovo, in cui, accanto a quello che fa da sempre parte del percorso dei seminaristi, si aggiungeranno azioni formative in grado di preparare preti per la Chiesa del futuro».

Nella gestione della diocesi, si avvarrà di un Consiglio Episcopale?
«Alcuni organismi fanno parte della struttura della diocesi. Se ci sono vicari episcopali c’è un Consiglio episcopale. Lo stesso vale anche per altre strutture come il Collegio dei Consultori etc... Ecco, nella misura in cui ci sono queste strutture, me ne avvarrò, magari c’è da vedere quali competenze andranno a essere coperte in ogni singolo organismo».

Mons. Paolo Giulietti racconta i suoi primi due mesi a Lucca e lancia prospettive per il futuro
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