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Storie che dicono: è possibile mettere al centro la persona, non il denaro

L’imprenditore che si indebita per i dipendenti durante il lockdown; il disoccupato che è stato aiutato dalla parrocchia e l’altro che si chiede: "chi pensa ai nostri problemi?".

Storie che dicono: è possibile mettere al centro la persona, non il denaro

Pierluigi, piccolo imprenditore agricolo del nostro territorio ci dice che la situazione della pandemia ha devastato e depauperato la sua ricchezza tanto da metterlo di fronte alla coscienza o di tenersi un gruzzoletto di riserva per lui e la sua famiglia o condividerlo con i dipendenti. Ogni giorno che passava nel lockdwon diventava difficile non ascoltare il grido di disperazione dei suoi dipendenti. Una mattina Mauro, dipendente di Pierluigi, sfida le leggi della chiusura totale e si presenta a Casa del suo datore di lavoro con le lacrime agli occhi. Perluigi si ricorda bene quella scena che ha colpito in maniera indelebile il suo cuore. Mauro chiedeva una mano perché non aveva più niente da mettere sulla tavola di casa. Quella richiesta disperata ha ricordato a Pieluigi la parola del Signore in cui la carità è la somma legge di vita, di speranza e di fratellanza e da quel giorno ha cominciato regolarmente a riprendere i pagamenti degli stipendi arrivando all’indebitamento. Con le lacrime di gioia negli occhi Pierluigi ci dice: «Sì, sono più povero, ma ho assaporato la ricchezza di Dio nei rapporti nuovi istituiti con i miei collaboratori».
Nel mondo ci sono circa 202 milioni di persone scartate: questi sono i disoccupati stimati, giovani scartati perché ancora inesperti e non adeguatamente produttivi e meno giovani, a loro volta meno produttivi e poco flessibili. Neppure per chi ha lavoro, però, la situazione è rosea: lo spettro dell’essere scartato è sempre all’orizzonte tanto che per tante persone il lavoro diventa un «tipo di schiavitù, in cui è la persona che serve il lavoro, mentre deve essere il lavoro ad offrire un servizio alle persone perché abbiano dignità».

Qui sentiamo Riccardo lavoratore precario. La pandemia ha devastato ancora di più la sua vita di lavoratore precario avendo perso il lavoro perché aveva un contratto a termine. Il giorno della sua definitiva uscita dal lavoro gli sembrava di morire, perché le scadenze mensili rimanevano intatte e con la moglie dovevano far fronte alla vita di una famiglia di 4 persone. Ha scoperto la parrocchia in questo drammatico frangente poiché i volontari della parrocchia avvertiti da alcuni vicini di casa di Mauro hanno cominciato ad andare da lui e capire la situazione portando solidarietà materiale, vicinanza di amicizia e sostegno. Ora anche lui dona alcune ore della sua settimana alla mensa dei poveri come gesto di solidarietà e come contagio virale di carità. I due bimbi di Mauro stanno riprendendosi anche da una forte depressione poiché la situazione della famiglia li ha caricati interiormente di un peso insostenibile. Mauro ci ricorda anche chi non ce l’ha fatta. Ricorda con gli occhi lucidi il suo amico Michele, lavoratore del settore cinema-teatro, che ha preferito togliersi la vita. Ma Papa Francesco indica una soluzione nel creare una «impostazione diversa, basata sulla giustizia e sulla solidarietà…se ciascuno farà la propria parte, se tutti metteranno sempre al centro la persona umana con la sua dignità e non il denaro».

Rispetto a questa strada di speranza raccogliamo la domanda di Marco, giovane e lui dice cronico disoccupato: «Perché il Mondo della politica sa solo fare castelli di chiacchere e non pensare concretamente a nostri problemi? Quando fare un progetto industriale decennale, di crescita, di sviluppo serio?» e poi mi chiede: «Voi della chiesa non ci abbandonate e non lasciate solo quell’uomo vestito di bianco che risiede a Roma e che lotta per noi».

Toccare la vita della gente significa ascoltare le ferite dell’umanità ed è forse questo il Vangelo del Dio vivente che un cronista deve registrare nella cronaca del mondo.

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