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«Studio ad Amsterdam, sogno di poter lavorare nel sud Europa»

«Ho fatto il classico a Lucca, poi sono andato a studiare filosofia a Londra al King’s College, il triennio. Dopo, per un paio di anni ho lavorato, viaggiato. Ora sto studiando programmazione ad Amsterdam». Si racconta così Turlough Stelfox, venticinquenne lucchese originario della Cappella. 

Turlough Stelfox

Che cosa ti ha spinto ad andare all’estero?
«I miei genitori sono irlandesi, mi hanno sempre spinto a guardare più opzioni possibili anche all’estero. Dopo un viaggio a Londra pensai che mi sarebbe piaciuto studiare in un posto così diverso dalla nostra Lucca. Ebbi l’opportunità di andare in un'università prestigiosa a livello mondiale soprattutto per la filosofia». 

Che lavoro vorresti fare?
«Dopo la laurea in filosofia non sapevo cosa fare: sapevo che non volevo continuare quello a livello accademico. Allora mi misi a viaggiare. Ho visitato il Sud America e ho viaggiato per nove mesi: ho imparato lo spagnolo, ho conosciuto posti, persone e anche modi di vivere diversi. Quando sono tornato ho trovato lavoro a Lisbona e ho cominciato a rendermi conto che per fare le cose che volevo fare – continuare a viaggiare e a lavorare dove mi pare, a modo mio – la cosa più adatta era lavorare nel settore dell’informatica. Un amico mi comunicò l’esistenza di nuove scuole di informatica gratuite che forniscono una qualifica analoga a un triennio o a una magistrale, però senza professori, con questo modello hippie di imparare le cose: quando ci sono i progetti ti dicono “scopri e parlatevi e ce la farete”».

Come ti trovi all’estero?
«C’è estero ed estero: ci sono dei posti dove sono contento di esserci andato per scoprire com’è vivere in una città del nord, stile Londra e Amsterdam, però non è la vita che fa per me perché è freddo, hanno una mentalità distante e da un punto di vista estetico sono posti meno belli da vedere a lungo andare. Invece, l’estero tipo Portogallo, il Sud America, l’ho trovato molto di casa, è stato piacevole. Penso che quando una persona cerca l’estero, a volte cerca per avere l’opposto di quello che ha lasciato a casa e a volte cerca un’altra casa temporanea come punto di partenza». 

Pensi mai a tornare a vivere in Italia?
«Attualmente sto cercando di lavorare per ritornare al sud, al Mediterraneo. Per me se è Spagna, Portogallo, Italia, Grecia, mi va bene tutto. Il calore delle persone, delle lingue, il modo di vivere il cibo, la giornata e il clima: sono quello che ricerco. Poi non escludo Lucca e l’Italia». 

Ti sarebbe possibile lavorare a Lucca?
«Con l’avvento dello smart working, soprattutto dopo la pandemia e col fatto che l’economia si sposta molto di più in servizi di informatica, quindi in imprese decentralizzate, penso che sarebbe possibile per un posto come la Toscana, come Lucca, attrarre giovani start-up che vengano a fare servizi di informatica e creino quella sorta di clima che porta persone dall’estero. La Toscana è un brand che funziona e non vedo perché non dovrebbe funzionare a livello lavorativo, se la Regione o la Provincia decidessero di stimolare l’aprire start-up in Italia. Comunque penso che ora no, nel senso che non è possibile trovare la mole di lavoro, in un posto come Lucca, che puoi trovare in una grande capitale del nord».

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