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Venerdì 7 luglio a Lucca, don Severino Dianich su "Prospettive di riforma nella Chiesa"

Venerdì 7 luglio alle 21.15 nella chiesa di San Michele in Foro di Lucca il teologo don Severino Dianich, della diocesi di Pisa, terrà un incontro su «Prospettive di riforma della Chiesa». L’incontro è organizzato dalla Parrocchia del centro storico e dal Movimento ecclesiale di impegno culturale (Meic) di Lucca in concomitanza con la celebrazione della festa di san Paolino, che evoca le prime tappe dell’evangelizzazione del nostro popolo.

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Venerdì 7 luglio a Lucca, don Severino Dianich su "Prospettive di riforma nella Chiesa"

Sappiamo che il tema della riforma è al centro della riflessione di papa Francesco, che ci invita a ritrovare le radici più autentiche del nostro essere cristiani, al di là di tante incrostazioni, ed anche a ripensare a modelli organizzativi e culturali e formule pastorali che hanno svolto una loro funzione nel passato ma che non necessariamente possono essere riproposti allo stesso oggi, in un contesto culturale profondamente mutato.

Il cristiano non può dire «Si è sempre fatto così»: un’espressione diffusa nel mondo cattolico lucchese più tradizionalista, ma non rispondente alla realtà storica. In realtà tante cose sono cambiate nei duemila anni di cammino storico della Chiesa: formule catechetiche, testi liturgici, versioni bibliche, scelte pastorali, modi di incarnare il Vangelo nella società, modelli di rapporto tra la Chiesa e la vita politica.

Occorre quindi rileggere ciò che disse papa Giovanni nel discorso di apertura (Gaudet mater Ecclesia, 11 ottobre 1962) del Concilio Vaticano II, che è stato una nuova Pentecoste, alludendo alla tradizione della Chiesa: «noi non dobbiamo soltanto custodire questo prezioso tesoro, come se ci preoccupassimo della sola antichità, ma, alacri, senza timore, dobbiamo continuare nell’opera che la nostra epoca esige, proseguendo il cammino che la Chiesa ha percorso per quasi venti secoli... occorre che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione».
Quindi la Chiesa non intende certo cambiare il nucleo del messaggio cristiano, il «deposito della fede»; ma desidera ridirlo con un linguaggio comprensibile per l’uomo del nostro tempo.

Questa esigenza è tanto più forte a cinquecento anni dall’avvio della Riforma protestante di Lutero: si tratta di riscoprire, in una prospettiva non più di contrapposizione manichea ma di dialogo fecondo, quei valori che i fratelli separati hanno saputo custodire, mentre magari noi li abbiamo trascurati per lungo tempo, come l’ascolto della parola di Dio mediante la lettura personale e comunitaria della Bibbia, ed il sacerdozio comune di tutti i battezzati. Se ripercorriamo il cammino plurisecolare della Chiesa possiamo vedere che sin dal Medioevo all’interno della Chiesa cattolica tanti credenti hanno auspicato una sua riforma «in capite et in membris», al vertice e nelle membra, ossia dalla gerarchia sino ai laici. Una riforma intesa anzitutto come riforma interiore, come adeguamento continuo, e mai definitivo, all’immagine divina che è in noi ed al modello di Cristo, e come riscoperta della freschezza originaria del Vangelo; poi anche come conversione continua delle strutture per renderle sempre più trasparenti. Prima dell’affissione delle tesi di Lutero tanti cattolici hanno chiesto una riforma della  Chiesa, ma spesso non sono stati ascoltati. Nell’Ottocento il beato Rosmini denunciò le «cinque piaghe della Chiesa», tra cui collocava la separazione tra clero e laicato.

Una separazione che il Concilio Vaticano II ha superato a livello teologico, in nome di una complementarietà feconda; ma che non siamo ancora riusciti ad attuare pienamente. Rileggendo ultimamente il libro sinodale della Chiesa di Lucca, redatto al termine del sinodo diocesano del 1996-1998, mi sono chiesto: «Quante belle riflessioni! Come mai non siamo riusciti a tradurle nella vita concreta delle nostre comunità?».
Perciò è utile riparlare di sinodalità, di valorizzazione del diaconato, di riscoperta dei carismi dei laici e delle donne, di ministerialità diffusa nel popolo di Dio.

Su questi temi (che il Meic, il movimento di cui faccio parte, approfondirà durante la prossima Settimana teologica di Camaldoli) vi invitiamo ad ascoltare don Severino Dianich, che, come docente di Ecclesiologia, ha già dato contributi importanti alla riflessione teologica e pastorale della Chiesa.
A chi volesse approfondire suggerisco la lettura dei suoi libri più recenti: La Chiesa cattolica verso la sua riforma, Brescia, Queriniana, 2014; e Diritto e teologia. Ecclesiologia e canonistica per una riforma della Chiesa, Bologna, EDB, 2015.  Ma segnalo anche  Giuseppe Ruggieri, Chiesa sinodale, Bari, Laterza, 2017; ed il volume curato da Serena Noceti,   Diacone. Quale ministero per quale Chiesa?, Brescia, Queriniana, 2017.

Raffaele Savigni
docente di Storia Medievale all’Università di Bologna

Venerdì 7 luglio a Lucca, don Severino Dianich su "Prospettive di riforma nella Chiesa"
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