Pisa
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I PRETI: DEDICATI COMPLETAMENTI AL POPOLO

L'omelia dell'arcivescovo Giovanni Paolo Benotto in occasione della Messa crismale del Giovedì santo

I PRETI: DEDICATI COMPLETAMENTI AL POPOLO

«Padre, che hai consacrato il tuo unico Figlio con l'unzione dello Spirito Santo e lo hai costituito Messia e Signore, concedi a noi, partecipi della sua consacrazione, di essere testimoni nel mondo della sua opera di salvezza»: così abbiamo pregato all'inizio di questa nostra celebrazione con le parole della Colletta. È proprio facendo riferimento a queste parole che desidero offrirvi la mia riflessione.
Stamani qui, nella Cattedrale, è presente e si manifesta nella sua pienezza la nostra Chiesa diocesana: l'arcivescovo, l'arcivescovo emerito, i presbiteri, i diaconi, i religiosi, le religiose e i fedeli laici di ogni età e condizione, tutti uniti e strettamente congiunti nel corpo di Cristo che è la Chiesa, grazie al battesimo che ci ha fatto «uno in Cristo»; ognuno con la sua vocazione e la propria specifica missione; ciascuno ricco di doni di natura e di grazia da mettere al servizio di tutti gli altri, per l'edificazione comune; tutti uniti nel vincolo della vera fede, animati dalla stessa carità e guidati dalla «grande speranza» della salvezza; tutti desiderosi di portare insieme la responsabilità dell'annuncio del Vangelo fino agli estremi confini della terra e contemporaneamente tutti fortemente radicati in mezzo alla nostra gente dove vive ed opera la nostra Chiesa pisana.
Tutti quanti siamo stati consacrati al servizio di Dio e della salvezza del mondo grazie ai Sacramenti del  Battesimo e della Confermazione; tutti abbiamo ricevuto il dono della Parola che salva e ne siamo responsabili per l'annuncio ai fratelli e alle sorelle del mondo intero, a partire dalle nostre famiglie, dagli ambienti di lavoro, di studio, del tempo libero; dagli spazi del vivere sociale, della politica e dell'economia; tutti, in rapporto alla consacrazione battesimale e crismale ricevute, abbiamo un compito e una responsabilità di testimonianza della carità che viene da Dio, nella Chiesa e nel mondo; ma proprio la celebrazione che stiamo vivendo ci chiede di soffermare il nostro sguardo di fede sulla consacrazione specifica che il Signore ha donato e continua a donare a coloro che Egli «sceglie tra i fratelli con affetto di predilezione, e mediante l'imposizione delle mani li fa partecipi del suo ministero di salvezza».
È dunque al mistero e al ministero del sacerdote che vogliamo guardare per ringraziare il Signore di questo dono e per cercare di comprenderne sempre meglio le intime ragioni, la bellezza e la grandezza, insieme alla debolezza e alla fragilità con cui spesso ci troviamo a trattare questo meraviglioso dono divino.
Come abbiamo pregato nella Colletta, tutto il grande dono del sacerdozio cristiano è racchiuso nella consacrazione di Cristo Signore da parte del Padre celeste. Preannunciato dal profeta Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura, ne abbiamo colto l'attualizzazione nel testo evangelico di Luca che è stato proclamato: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l'anno di grazia del Signore». «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Nato per opera dello Spirito Santo, Gesù riceve su di sé la manifestazione dello Spirito nel battesimo al Giordano; è lo Spirito che gli permette quella unione piena e indissolubile con il Padre per cui il Figlio incarnato è nel Padre e il Padre è in lui; così che le parole che egli dice, non le dice da se stesso, ma il Padre che rimane in lui compie le sue opere (cfr Gv 14,10). Culmine della rivelazione di questo rapporto misterioso e profondo tra Gesù e il Padre suo e paradigma del rapporto che c'è tra Gesù stesso e i discepoli - gli amici- che egli sceglie e invia nel mondo, si ha nella preghiera sacerdotale di Gesù alla quale noi presbiteri siamo chiamati a ritornare nella nostra meditazione orante in questi giorni pasquali. Gesù prega il Padre per i suoi discepoli; prega perché il Padre li custodisca dal Maligno e li consacri «in verità», nella Sua parola di verità, che è Gesù stesso: «Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità»(Gv 17,18-19).
Nel vangelo di Giovanni Gesù si qualifica come «colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo»(10,36). Il Padre ha consacrato il Figlio e lo ha mandato nel mondo; il Figlio consacra se stesso e chiede che a partire dalla sua consacrazione, i discepoli siano consacrati nella verità. Ma che cosa significa consacrare? «Consacrato», cioè «Santo», nel senso pieno della concezione biblica, è solo Dio stesso. Santificare, consacrare, significa trasferire una persona o una cosa nella proprietà di Dio; in particolare si indica la sua destinazione al culto sia per quanto riguarda il sacrificio, sia per quanto riguarda l'esercizio del sacerdozio, cioè la destinazione di un uomo a Dio e al culto divino. Se da una parte consacrare significa dunque «segregare dal resto» perché ciò che viene consacrato non sia più a disposizione dell'uomo, ma appartenga esclusivamente a Dio, questa segregazione però, nello stesso tempo, è anche per il mondo, per gli uomini che in qualche modo rappresenta e per i quali è offerto. Il per Dio e per gli uomini non sono in opposizione tra loro, perché segregazione e missione sono tra loro strettamente connesse e intimamente collegate.
Nelle parole di Gesù riportateci da Luca e Giovanni, consacrazione e missione sono strettamente connesse l'una all'altra: Gesù appartiene totalmente a Dio e proprio per questo è totalmente a disposizione di tutti; Gesù si consacra, cioè dona se stesso con il sacrificio della sua vita, «per la vita del mondo» (Gv 6,51).  Scrive Benedetto XVI in Gesù di Nazaret :«I discepoli devono essere coinvolti nella consacrazione di Gesù; anche in loro deve compiersi questo passaggio di proprietà, questo trasferimento nella sfera di Dio e con ciò realizzarsi il loro invio nel mondo»(pag 104-105). Questa consacrazione non è solo un fatto rituale; l'appartenenza a Dio non si realizza infatti solo nell'esercizio di una funzione cultuale nei confronti di Dio; si tratta di qualcosa che tocca l'intimo essere di una persona, mediante una trasformazione che la segna in maniera inalienabile, imprimendo quel «carattere» che stabilisce una differenza «essenziale» rispetto a chi questo carattere non lo ha ricevuto (cfr LG 10).
Questa consacrazione nell'intero essere del discepolo di Gesù è la forza soprannaturale da cui sgorga la capacità della missione nel mondo e l'efficacia del compito affidato: «il sacerdote ministeriale, con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico in persona di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo», afferma Lumen Gentium(10). Si tratta, in fondo, di quell'opera di salvezza di cui coloro che sono stati resi «partecipi della consacrazione» di Cristo, Messia e Signore, sono i «testimoni nel mondo».
Qui sta il meraviglioso mistero e il terribile compito che ci è stato affidato nella nostra ordinazione presbiterale. Da qui sgorga pure la nostra capacità di risposta alla missione che ci è stata affidata: «Come Cristo, unto dallo Spirito Santo, fu spinto dal suo profondo amore per il Padre a dare la propria vita per gli uomini, così il presbitero, consacrato dallo Spirito Santo e convenientemente configurato a Cristo sacerdote, si dedica all'opera del Padre, compiuta per mezzo del Figlio. E perciò la norma della vita sacerdotale è espressa, in sintesi, nelle parole di Gesù: per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità (Gv 17,19)» (EV 4/1200- Ultimis temporibus).
Carissimi fedeli, carissimi giovani, anche noi sacerdoti, donando la nostra vita al Signore nella risposta alla vocazione con la quale ci ha chiamato e accogliendo la consacrazione che il Padre ha operato di noi  per mezzo dello Spirito, configurandoci a Cristo Gesù, come Gesù vogliamo essere totalmente per voi e non perché costretti da qualcuno o da qualcosa, ma semplicemente per amore; per rispondere con la gratuità del dono di noi stessi all'amore con cui Dio ci è venuto incontro per primo. Qualche volta forse non siamo capaci di dimostrarvi nei fatti e nello stile di vita questo amore che ci spinge e ci sostiene; spesso, nonostante il nostro impegno e la nostra buona volontà, ci rendiamo conto di essere ben lontani dalla maturità spirituale che è tipica della vera santità e che ci sforziamo giorno per giorno di far crescere corrispondendo alla grazia che il Signore ha effuso ed effonde continuamente su di noi.
Tutti noi sacerdoti vorremmo essere molto più capaci di esprimervi quanto vi vogliamo bene e come desidereremmo essere davvero in grado di manifestarvi nella nostra vita la presenza amorosa di Gesù al quale ci siamo dedicati e dirvi che egli non ci ha mai traditi o delusi. Aiutateci voi, con la vostra preghiera e con il vostro affetto, a crescere nella nostra donazione, perché per lo scoraggiamento, le difficoltà del ministero, la nostra fragilità, la non rispondenza spirituale delle persone che ci sono state affidate, non rischiamo mai di chiuderci in noi stessi, rinunciando all'entusiasmo dell'annuncio di Gesù proclamato al momento opportuno o anche al momento non opportuno.
 Aiutateci e sosteneteci quando il cammino diventa più faticoso per l'età che avanza, per la salute che vacilla o perché il carico degli impegni pastorali diventa sempre più peso; sappiate che noi, comunque sia, continuiamo a dire di sì al Signore, perché tutto il nostro essere sia pienamente per Lui e per voi che siete il suo popolo e la nostra famiglia. Se voi, popolo cristiano, avete bisogno e non potete fare a meno dei sacerdoti, anche noi sacerdoti abbiamo bisogno e non possiamo fare a meno di voi; e, insieme, tutti abbiamo bisogno del Signore e della sua forza d'amore che ci accompagni e ci guidi sulle strade del Vangelo.
In questo stretto rapporto di fraterna amicizia non potranno non nascere, svilupparsi e crescere nuove risposte alla chiamata di Dio per il servizio a questa nostra amata Chiesa pisana. San Ranieri, al quale abbiamo fatto tante volte riferimento in questo anno a lui dedicato, ci sostenga con la sua intercessione e ci sia di esempio, perché tutti, nessuno escluso, sappiamo dire a Dio il nostro «Eccomi», e anche attraverso ciascuno di noi, continui a compiersi nel mondo l'opera di salvezza per la quale Cristo Signore ha consacrato se stesso, e tutti insieme possiamo presentarci al Padre in un solo Spirito, riconciliati nell'amore. Amen.
Giovanni Paolo Benotto,
Arcivescovo di Pisa

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