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IL PLEBISCITO DEL 1860 A PISA

Domenica 11 e lunedì 12 marzo 1860 i cittadini della Toscana parteciparono ad un plebiscito (allora chiamato «suffragio universale»), chiamati a scegliere tra l'«Unione alla monarchia costituzionale di Re Vittorio Emanuele II» o un non meglio precisato «Regno separato». Ecco - in questa intervista al professor Danilo Barsanti - come andarono le cose nella nostra provincia

di Andrea Bernardini

Separati o uniti alla monarchia costituzionale di casa Savoia? Domenica 11 e lunedì 12 marzo 1860 i cittadini della Toscana parteciparono ad un plebiscito (allora chiamato «suffragio universale»), chiamati a scegliere tra l'«Unione alla monarchia costituzionale di Re Vittorio Emanuele II» o un non meglio precisato «Regno separato». Come andarono le cose nella nostra provincia? Lo abbiamo chiesto al professor Danilo Barsanti, docente di storia contemporanea alla facoltà di Scienze politiche dell'ateneo pisano, autore del libro «Il plebiscito del 1860 in provincia di Pisa» (Ets 2010, 47 pagine, 5 euro Danilo Barsanti).
Professor Barsanti: perché si arrivò al plebiscito?
«Il governo provvisorio della Toscana, che aveva sostituito a Firenze il regime granducale, aveva da pochi mesi deliberato l'annessione del granducato alla monarchia costituzionale di casa Savoia. Adesso doveva dare una facciata di legittimità popolare a quella decisione, anche per tranquillizzare la diplomazia internazionale che si stava interrogando sulla sorte dell'Italia centrale. Lo strumento migliore venne individuato, appunto, nel plebiscito, che fu il primo referendum tenuto in Toscana».
Chi aveva diritto al voto?
«Potevano votare tutti i maschi che godevano diritti civili, di un età eguale o superiore ai 21 anni. Per la compilazione delle liste elettorali si fece riferimento, soprattutto, ai registri degli stati d'anime compilati dai parroci. Gli ebrei e gli altri cittadini non cattolici dovevano presentarsi in Comune per iscriversi nelle liste elettorali».
Cosa prevedeva la macchina organizzativa del plebiscito?
«Che in ogni località sarebbe stata allestita una sezione elettorale (nel comune di Pisa le sezioni furono cinque: 4 in città ed una a Calci), che sarebbe rimasta aperta dalle ore 8 alle ore 17 di domenica 11 e di lunedì 12 marzo, presieduta da un assessore o da un consigliere comunale; al termine del voto le urne, sigillate, avrebbero dovuto esser trasportate dal pretore ed il pretore comunicare i risultati al prefetto. Il prefetto, a sua volta, avrebbe dovuto trasmettere i risultati complessivi alla corte di cassazione di Firenze».
Quanto tempo ci fu per invitare la gente a recarsi alle urne?
«Pochissimo. Il decreto con cui il governo provvisorio convocò il popolo toscano alle urne porta la data del 1° marzo 1860. E non fu facile, in così breve tempo,  far conoscere al maggior numero possibile di cittadini questo diritto/dovere e di far capire tutta l'importanza della consultazione».
E nemmeno, forse, convincere il popolo toscano dell'utilità dell'annessione...
«In Toscana non mancavano le forze contrarie all'annessione al regno di Sardegna. Soprattutto tra i nostalgici dei Lorena, tra i sostenitori del municipalismo e dunque dell'autonomia toscana e fra il clero: i filo-unionisti, infatti, temevano che i parroci non partecipassero al voto o facessero aperta propaganda per il “regno separato”».
Quale fu l'atteggiamento della Chiesa del territorio nei confronti del plebiscito?
«Nella zona di Volterra alcuni parroci si presentarono alle urne sin dalla mattina della domenica e ci si illuse che il vescovo di Volterra, Giuseppe Targioni, fosse favorevole all'unione. A Pisa, monsignor Cosimo Corsi, invece, fu nettamente contrario a tutto il movimento unitario, tanto che continuò ad appoggiare nelle sue preghiere l'ex granduca e negò l'uso della Cattedrale per le cerimonie civili. Quando il re del regno di Sardegna Vittorio Emanuele venne in visita ufficiale in città, il cardinale Corsi non volle riceverlo».
Tuttavia, l'opera di propaganda del governo Ricasoli superò ogni voce critica...
«Ricasoli fece appello soprattutto ai proprietari fondiari, ai loro fattori, agli imprenditori industriali, ai direttori delle fabbriche e al pubblico impiego, perché nei giorni della votazione “con ordine, tranquillità e una certa solennità tanta gente andasse a votare. I fattori - raccomandava - portino a votare i contadini della propria fattoria tutti insieme, così facciano i direttori delle fabbriche con i loro operai” al suono delle bande musicali e dietro lo sventolìo di bandiere tricolori. In ogni modo bisognava sconfiggere l'assenteismo ed insieme salvaguardare i diritti della minoranza, dei contrari, per offrire alla diplomazia europea una chiara dimostrazione della volontà popolare.
Il prefetto di Pisa inviò una serie di circolari ai gonfalonieri (i sindaci di oggi) e ai delegati di polizia, con le quali spiegava il significato politico del voto: se si voleva realizzare la piena indipendenza e il risorgimento nazionale, se si voleva il mercato nazionale, l'unica strada era quella di votare per l'unione alla monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele. Altrimenti, se si fosse votato per uno stato separato, saremmo rimasti - per dirla con le parole di Ricasoli - uno Stato “piccino”, in balìa delle potenze straniere, continuando una “vita municipale, meschina, gretta e soprattutto sotto l'oppressione più o meno diretta di un dominio straniero”.
Devo dire che una mano a Ricasoli arrivò anche da numerosi comitati spontanei di giovani, persino di donne, che per giorni invitarono a votare e a votare per l'unione».
E anche dalla stampa locale...
«Ricasoli era stato tra i fondatori del quotidiano “La Nazione”. E “La Nazione” distribuì schede elettorali già precompilate pro-unione. Gli uomini se la infilavano nella fascia del cappello e la deponevano nelle urne».
Ed i contrari all'annessione?
«La scheda se la dovettero compilare per conto proprio».
La partecipazione al voto fu massiccia...
«La prefettura di Pisa e la sottoprefettura di Volterra contarono 54.241 votanti su 66.571 iscritti nelle liste elettorali. Sì, la partecipazione al voto fu superiore ad ogni migliore previsione. E se le masse rurali parteciparono più o meno passivamente al voto, spinte dai loro padroni, per gli intellettuali, gli artigiani, gli operai - raggiunti dalla propaganda unionista - il plebiscito fu un'occasione di cosciente scelta politica».
Quali furono i primi commenti all'alta percentuale dei votanti?
«Durante tutte le fasi del voto - dalla sua preparazione ai risultati finali - le autorità periferiche informarono tramite telegrafo, più volte al giorno, i loro referenti su come procedeva la macchina elettorale: facendo commenti sull'affluenza, sulla partecipazione dei preti al voto (accettati con piacere), su come si svolgeva la votazione (con ordine e tranquillità). Commenti generalmente entusiastici. Il plebiscito, tra l'altro, avvenne in giorni difficili da un punto di vista meteorologico: era tornato il freddo e, ad esempio, Volterra era ricoperta di neve. Per fortuna, in quei giorni, tornò a spuntare il sole. “Tempo bello, sorride Volterra - scrisse il viceprefetto - pavesata a festa sebbene coperta di neve. Contadini salgono numerosi con bandiere, salutate dai volterrani. Gioia franca, ordine perfetto, votazione si prevede buona”».
Quale fu, in provincia di Pisa, il responso delle urne?
«Le schede a favore dell'annessione al regno costituzionale di Vittorio Emanuele II furono 52.315, pari al 96,5% dei votanti, mentre per il regno separato votarono 1.451 persone, pari al 2.7% degli aventi diritto. Il resto furono schede bianche e nulle, meno dell'1%».
Il voto fu omogeneo in tutta la provincia pisana?
«Sì, anche se ci furono risultati leggermente diversi tra località e località. Tutte le sezioni di Piombino (che allora faceva parte della provincia di Pisa, ndr) votarono compatte per l'unione, così come tutti i comuni della costa. In alcune sezioni elettorali il numero dei votanti fu superiore a quello degli iscritti: perché la legge consentiva soprattutto a chi lavorava lontano da casa di poter votare nella sezione più vicina e, a quel tempo, molti pisani lavoravano alla bonifica della Maremma, mentre molti cittadini della periferia lavoravano nelle fabbriche della città di Pisa. In alcuni comuni della Valdera i favorevoli all'unione furono certamente molti, ma i “separatisti” riuscirono a “strappare” percentuali più alte: il 30% a Palaia, il 20% a Peccioli, il 13% a Terricciola. “Merito” o “colpa” di quei signorotti locali, del prete, del fattore o del proprietario terriero locale che avevano fatto propaganda contro l'unione».
Ci furono festeggiamenti?
«Ricasoli volle far incidere i risultati complessivi del plebiscito toscano su apposite lapidi di marmo poste all'ingresso dei palazzi comunali. In molti dei Comuni quelle lapidi sono rimaste: a Pisa, ad esempio, se ne trova una sul cortile interno di Palazzo Gambacorti. In città, l'entusiasmo salì alle stelle: per giorni interi fu un continuo scoppio di mortaretti, tanto che il prefetto fu costretto ad invitare tutti alla calma, osservando: “Attenti, l'Europa ci osserva!”».

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