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di Antonio Cecconi

Il paese diviso, la politica lontana

La scheda formato lenzuolo su cui andremo a votare mostra più di tanti discorsi la distanza tra il cittadino e le istituzioni, è sintomo della frammentazione tra le forze politiche e della disattenzione verso l'elettore, certamente non incoraggiato al voto dall'offerta di una babele di simboli, per quanto “apparentati” tra loro.

La scheda formato lenzuolo su cui andremo a votare mostra più di tanti discorsi la distanza tra il cittadino e le istituzioni, è sintomo della frammentazione tra le forze politiche e della disattenzione verso l'elettore, certamente non incoraggiato al voto dall'offerta di una babele di simboli, per quanto “apparentati” tra loro. Ma l'obiettivo di qualche vantaggio per molte delle parti in causa e anche la speranza di penalizzare la coalizione rivale hanno prevalso sull'attenzione al semplice cittadino.
Saranno ancora di fronte due “poli”, questa volte più frammentati. La riforma elettorale in senso proporzionale ha dato origine allo spezzettamento delle proposte, all'autoreferenzialità dei partiti, all'accentuazione di differenze e anche contrapposizioni rispetti ai futuri alleati di governo (specialmente nel centrosinistra).
Si voterà su liste bloccate, senza più il voto di preferenza per la Camera dei deputati. In gran parte, la composizione del parlamento è già stata decisa dai partiti. Aumenta la sensazione di una “democrazia arginata”, che propone all'elettore menù preconfezionati. Partiti evanescenti, lontani dal vissuto dei cittadini. Scompaiono o si riducono notevolmente le sezioni, tutt'al più si aprono estemporanee sedi di comitati elettorali. Non si fa più formazione politica di base, non esiste più la propaganda porta a porta dei militanti per consegnare schede fac-simile. L'affissione artigianale dei manifesti ha ceduto il posto alle gigantografie affidate ad agenzie di pubblicità, i comizi in piazza sono stati sostituiti dalla televisione. Senza indulgere alla nostalgia, vale la pena di riflettere sull'aumento di distanza della politica e dei politici dalla gente, in particolare dai giovani, nei programmi e nei linguaggi.
Questo reale e crescente calo di tensione pone domande preoccupanti: dove e come avviene la selezione dei candidati? Non c'è il rischio di una classe politica distinta e distante dai cittadini, inadeguata a coglierne sentimenti, desideri e bisogni? E, ancor più drammaticamente, tale tendenza non finirà per accentuare dentro i partiti il peso delle cordate e dei gruppi di potere? Qualcuno dirà che sono domande ingenue, nel senso che tutto questo è definitivamente già avvenuto…
Forse non è inevitabilmente e irreparabilmente così. Un segnale di risveglio, un rialzo del barometro della sensibilità politica, un sussulto di partecipazione c'era stato, allorché le primarie del centrosinistra, superando le più rosee aspettative dei promotori, avevano mostrato la voglia di molti cittadini di dire la loro sul futuro del paese. Poi le stesso forze coinvolte e sorprese dall'inedito esperimento hanno fatto marcia indietro anziché accelerare il passo verso una seconda novità, quel partito democratico che poteva essere un forte fattore di cambiamento.

Adesso siamo chiamati a votare con nuove regole, chiedendoci quale sia il vero bene dell'Italia. I problemi da affrontare saranno gli stessi per chiunque governi, e solo per una parte di essi c'è ampio margine di scelta; ma è difficile in campagna elettorale parlare di medicine amare. Forse anche per questo c'è esitazione a tracciare linee di programma chiare ed essenziali, a indicare alcune precise priorità; è più facile fare promesse a tutti o a molti, confidando in futuri vuoti di memoria.
Anche il gran parlare di economia - il piatto forte del non entusiasmante confronto televisivo del 14 marzo tra Berlusconi e Prodi - è una dissertazione su principi generali senza un'attenzione alla traduzione in termini di risposta ai bisogni della gente, avendo anche il coraggio di dichiarare qualche promessa non mantenuta nel passato o qualche decisione dolorosa per il futuro. Non si può parlare di sviluppo economico se non si dice contestualmente come si intende distribuirne i risultati, non basta sbandierare l'aumento dei posti di lavoro senza riconoscere la diffusione del precariato, non è sufficiente dare garanzie sulle pensioni di oggi senza porsi il problema dei pensionati di domani. La presentazione degli scenari è carente almeno su tre fronti: le sfide derivanti dalle nuove frontiere della globalizzazione, con le ripercussioni sul mercato del lavoro interno; la sostenibilità degli attuali livelli di welfare a fronte dell'aumento dell'attesa di vita che comporta periodi sempre più lunghi di assistenza e cura di anziani e disabili, come pure nuove ma costose possibilità di cura; l'approvvigionamento di fonti energetiche con tutta la questione ecologico/ambientale connessa.
Se il rischio dei due leaders è la genericità, quello dei loro comprimari, soprattutto di chi rappresenta le costellazioni di vecchi e nuovi partitini, è l'attenzione al “particulare”, a ciò che qualifica per differenziazione. Lo si vede dal modo di trattare argomenti rilevanti: nel caso della scuola, il dibattito si sofferma più sul sostegno alla scuola privata o sulla questione del crocifisso nella aule, che sulla messa a fuoco del problematico rapporto con le giovani generazioni, sulla fatica di educare e sugli investimenti da fare per avere un corpo insegnate qualificato e motivato, capace di preparare gli alunni alle sfide del futuro.
Discorso analogo si può fare sulla famiglia, a partire dalle aspettative di chi vive in una famiglia “normale”: stando a molti interventi, sia favorevoli che contrari, sembrerebbe che il primo problema siano pacs, unioni civili o famiglie di fatto. Bisognerebbe partire da tutte le famiglie, in primo luogo da quelle che arrivano male con i soldi a fine mese, che hanno problemi di accesso a servizi efficaci per gli anziani e i bambini, che faticano a mettere insieme i tempi di lavoro con quelli di cura e educazione.
Si potrebbe continuare con altri esempi, accenniamo solo allo scarso dibattito sulla politica estera, che sembra limitato a tempi e modi del ritiro delle forze armate dall'Iraq e non ha nulla da dire sulle sempre più irrisorie assegnazioni della finanziaria alla cooperazione allo sviluppo dei paesi poveri.
Tra i due poli c'è (o dovrebbe esserci) una discriminante, naturalmente da verificare in base agli impegni effettivi. Da una parte la solidarietà come obiettivo, pari diritti ed effettive opportunità per tutti come orizzonte di un progetto condiviso, attraverso un'economia mercato “ben temperata”. Dall'altra la solidarietà come conseguenza del libero gioco di uno sviluppo saldamente in mano al mercato, incoraggiando l'accentuazione privatistica e lucrativa degli stessi servizi alla persona: salute, assistenza, istruzione… In relazione al differente quadro di riferimento, variano anche il modo di intendere la sussidiarietà, l'apporto della società civile alla gestione dei servizi alla persona, il ruolo dello stato e degli enti locali e lo stesso rapporto tra realtà ecclesiali e politica.
Non è la lotta tra il bene e il male, la luce e le tenebre. Si tratta, con intelligenza e realismo, di orientarsi in base ad alcuni criteri del magistero sociale della chiesa: dignità e centralità della persona, preminenza del bene comune, tutela e promozione delle fasce e soggetti deboli. Ben sapendo che la politica è il terreno della laicità, della formulazione consapevole dei giudizi e delle scelte pratiche, sulla base di principi e valori appresi o affinati nella comunità ecclesiale, che animano aspettative e speranze per la città da costruire e abitare insieme a tutti gli uomini e le donne di cui si condivide la sorte. Anche legittimi interessi individuali o di parte contano, ma non fino al punto di misurare prioritariamente su di essi l'opzione politica.

La prima domanda da farci, nella comunità cristiana, è sulla sensibilità sociale del popolo di Dio e quindi sui percorsi e le occasioni per praticare la solidarietà come sentire diffuso, la cittadinanza come dimensione che ci interpella, la legalità come spinta al retto e responsabile vivere dentro la comunità civile, la democrazia come terreno su cui coltivare progetti di cittadinanza effettiva. Senza scissioni rispetto alla concretezza del vivere: fare con responsabilità il proprio lavoro, partecipare alla vita del quartiere, pagare le tasse, rispettare i beni pubblici, osservare le leggi. E anche andare a votare come un dovere e un diritto, indice di appartenenza responsabile a una comunità, condivisione di desideri e speranze per il futuro del proprio paese, rispetto e stima dell'avversario, educazione al dialogo, accoglienza delle differenze portando la conflittualità sul terreno del confronto civile.
Inevitabilmente ci sono, nella società pluralista, idee e progetti rispetto ai quali il cristiano dichiarerà la propria distanza e opposizione in base al Vangelo e all'insegnamento della chiesa: questioni di rilevanza etica (almeno così si suole definirle) su cui assumere decisioni politiche. In particolare la tutela della vita e le frontiere del nascere e del morire (dalla fecondazione assistita all'eutanasia…) nonché il riconoscimento civile di forme di convivenza diverse dalla famiglia. È bene precisare che non solo queste sono questioni che interpellano la coscienza, anche su molte altre la politica non può derogare da vincoli etici: gli effetti positivi o negativi che ogni legge e atto di governo produce sulla vita fisica e morale di ogni cittadino; l'eticità delle intenzioni e dei comportamenti degli attori della vita politica; la trasparenza nella gestione dei beni pubblici e la non commistione di interessi privati o di parte. Non bastano le dichiarazioni di principio, la politica e i politici debbono rispondere della fattibilità dei progetti, della loro esecuzione, dell'effettivo raggiungimento dei risultati attesi, della quantità di benessere (non solo economico) che ne deriva alla comunità, in primo luogo ai soggetti più deboli, come pure dell'apertura ai bisogni delle altre comunità.
Motivi e preoccupazioni che la pastorale dovrebbe tenere presenti in maniera continuativa, facendoli emergere in modo appropriato nella predicazione, nelle preghiere dei fedeli, negli itinerari di fede dei giovani, nella catechesi agli adulti, nei gruppi-famiglie. Non è sufficiente, anche se necessario, limitarsi alle associazioni e movimenti del laicato che ruotano intorno alla pastorale sociale e del lavoro; casomai proprio a partire da questi bisognerebbe intensificare l'offerta di itinerari educativi per le parrocchie. Solo una proposta continuativa, appropriata e appassionata potrà incoraggiare uomini e donne credenti a mettersi a servizio del bene comune attraverso la politica, riandando a significative figure del passato (uomini come De Gasperi e La Pira hanno più da insegnarci di alcuni atei devoti sulla cresta dell'onda!) e mettendo a frutto sensibilità e competenze maturate nell'associazionismo, nel volontariato, nel servizio civile, nelle cooperazione sociale.

Per la storia che abbiamo alle spalle, per l'acquisizione della lezione conciliare, per il cammino di questi ultimi decenni scandito da orientamenti pastorali e convegni, in Italia i cattolici e la chiesa hanno sviluppato la ferma e serena consapevolezza di essere parte della vita democratica del paese, in cui poter manifestare con franchezza e serenità speranze e preoccupazioni, aspettative e timori. Consapevoli altresì di essere una parte e quindi di doversi confrontare in campo aperto, senza più il rassicurante ombrello elettorale di un “partito cattolico” che risparmiava la fatica del confronto e l'inquietudine del dubbio.
C'è un aspetto speculare a questo: dove stanno i cattolici nei vari schieramenti politici? Come ci stanno? Perché ci stanno? C'è il rischio della corsa al cattolico da mettere in lista come portatore di voti, per gli stessi motivi per cui vengono candidati rappresentanti di varie componenti della società civile. Criterio quanto meno dubbio, per non dire deleterio. I cattolici politica dovrebbero impegnarsi personalmente ed essere aiutati dalla chiesa su alcuni punti: costante contatto con la comunità ecclesiale, come luogo di rifornimento spirituale e di verifica del proprio agire sulla base del comune cammino di fede; capacità di leale confronto tra cattolici impegnati in schieramenti diversi, per sviluppare il massimo di convergenza possibile e comunque evitando “scomuniche” incrociate; impegno rivolto non tanto a difendere interessi della chiesa, ma a promuovere il bene comune anche valorizzando opere e servizi promossi dalla chiesa.
In tempi di pluralismo, sarà utile chiedersi che cosa rischia un cattolico votando per l'uno o l'altro dei due schieramenti, su che cosa marcare stretto chi andrà a rappresentarlo. Chi voterà centrosinistra sa che il suo voto sosterrà una compagine variegata dentro cui stanno forze e soggetti tenacemente schierati per le libertà individuali e i cosiddetti diritti civili, con ricadute preoccupanti sia sull'istituto familiare e l'intangibilità della vita, sia rispetto a una visone solidale della società. L'alleanza dei radicali con una componente socialista ha peraltro resuscitato un anticlericalismo fuori tempo e fuori luogo. La presenza di forze che continuano a mantenere, nei simboli e nel nome, il riferimento al comunismo è preoccupante per l'offerta di copertura alla violenza contro avversari politici, più che per l'improbabile sovietizzazione della società.
Chi voterà centrodestra, dovrà fare i conti con un progetto di società più liberista che liberale, che per i servizi alla persona tende a privilegiare la capacità del cittadino di provvedere a se stesso (pagando in proprio o attraverso assicurazioni private) in cambio di alleggerimenti fiscali: un sistema di welfare “residuale”, con lo stato che tenderà a erogare servizi solo per i più poveri. Altri aspetti problematici, alla luce dell'etica sociale cristiana, sono la più forte propensione, rispetto al centro sinistra, agli interventi bellici anche in assenza di risoluzioni dell'ONU, come pure la netta pregiudiziale anti-immigrati – al limite del razzismo – con cui la Lega condiziona gli alleati. Infine non si può sorvolare sull'anomalia di un leader che, in situazioni penalmente rilevanti per sé e per membri della sua compagine, ha beneficiato a più riprese di leggi ad personam; e che vanta propri interessi economici su materie fatte oggetto di decisioni del suo governo.
Non sarà dunque facile scegliere, o andare a votare a cuor leggero. Si tratta di valutare in coscienza il massimo di bene che si pensa possa derivare al paese votando per l'uno o l'altro schieramento (peraltro potendo optare tra partiti diversi dentro le rispettive aggregazioni elettorali), o al limite scegliere il male minore. Il male peggiore sarebbe restare a casa.

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