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«LAVORIAMO PER LA COMUNIONE»

Sabato scorso in Seminario trecento collaboratori pastorali a convegno. Il teologo don Severino Dianich: «Le indefinite differenze che esistono nella comunità cristiana possono essere al tempo stesso ricchezza e povertà»

«LAVORIAMO PER LA COMUNIONE»

di Andrea Bernardini

I semplici  e gli eruditi, i tiepidi, i ferventi  ed i pii devoti, i carismatici  ed i filantropici. È un'umanità varia quella che bazzica le nostre chiese. Un'umanità dalle idee diverse un po' su tutto: dall'origine dell'uomo alla pericolosità delle droghe - anche quelle «leggere» - dall'utilità (o inutilità) della sola presenza di armi o di un corpo militare, al rapporto con il denaro, con la natura e con gli animali, dalla «biopolitica» alla valutazione delle leggi dello Stato.
«Le indefinite differenze che esistono nella comunità cristiana - ha commentato don Severino Dianich, sacerdote e teologo pisano, che con la sua relazione ha aperto sabato scorso in Seminario il convegno diocesano dei collaboratori pastorali sul tema “al servizio della comunione” - possono essere al tempo stesso ricchezza e povertà».
Le diversità «possono essere godute come una ricchezza solo se si ha una matura consapevolezza della parzialità della propria esperienza di fede: solo così ci si può rallegrare che ci siano cristiani diversi da noi e comunità di fedeli differenti da quella nella quale viviamo abitualmente la nostra esistenza ecclesiale».
Altrimenti «più o meno consapevolmente, ci ritroviamo a deplorare che non tutti sentano al modo nostro e non tutti seguano la nostra medesima strada nel sentire, professare e vivere la fede».
Eppure, a giudizio del teologo, un modo per sentirsi diversi e, al contempo, profondamente uniti, c'è: l'acquisire che «la nostra unione consiste nel fatto che tutti crediamo in Gesù e a lui consegnamo il nostro destino». Maturata questa consapevolezza - osserva don Severino Dianich - potremo «vivere serenamente anche le diversità di giudizio sui tanti problemi della vita e le differenze degli stili di vita cristiana».
È nell'eucarestia domenicale che si corrobora il nostro senso di unità: qui «portiamo le nostre divisioni per trovarvi la riconciliazione e le nostre fatiche per offrirle a Dio nel sacrificio di dio Cristo». Qui «riceviamo nel corpo di Cristo il dono della comunione». Ma c'è di più: dopo aver partecipato alla messa domenicale, usciamo dalla chiesa per «vivere la nostra missione nel mondo, da affrontare con la serena fiducia di potervi trovare i germi di comunione che lo Spirito Santo sparge ovunque». E il desiderio di testimoniare la comunione con Dio in Gesù Cristo «che ci portiamo dentro».
Trecento collaboratori pastorali, provenienti da ogni angolo della diocesi, hanno aderito, sabato scorso, all'invito rivolto loro dall'Arcivescovo di ritrovarsi  per riflettere sull'utilità di «far comunione»: giovani ed adulti impegnati nell'«annuncio» ai bambini, ai ragazzi, alle coppie di fidanzati e agli sposi, ministri straordinari dell'Eucarestia, volontari impegnati nei cinque ospedali della diocesi, nelle «mense dei poveri» e nel centro di ascolto della Caritas diocesana, nei mille servizi offerti dalle caritas parrocchiali.
Ciascuno è un tassello di un grande puzzle che offre al mondo l'immagine della Chiesa. Puzzle, raffiguranti l'immagine della lavanda dei piedi, realizzata dall'artista pietrasantino Romano Cosci, sono stati «ricomposti» dai fedeli laici che, dopo la relazione di don Severino Dianich, si sono ritrovati in gruppi di studio.
È encomiabile il servizio prestato, in diocesi, da tutti i collaboratori pastorali - ha osservato l'arcivescovo Giovanni Paolo Benotto concludendo il convegno. Ma, certo, potremmo fare ancora di più e meglio se fossimo allenati allo scambio, alla comunione. In questo caso non vale, ed anzi, va ribaltato, il principio evangelico «non sappia la tua (mano) sinistra ciò che fa la tua destra»: tutti devono sapere cosa fa il «fratello» che ci sta accanto.
Dunque, avanti tutta in spirito di unità: tra collaboratori pastorali impegnati in diversi servizi, fra gruppi e movimenti ecclesiali, fra parrocchie e parrocchie.
Al servizio della comunione si pongono, innanzitutto, il vescovo ed i presbiteri. Ma anche alcuni «organismi» ecclesiali possono lavorare per questa giusta causa: il consiglio pastorale diocesano e quelli dei vicariati, ad esempio. Una parola per questi ultimi: con la «peregrinatio» del patrono San Ranieri, i membri dei consigli pastorali di vicariato sono stati «costretti» a lavorare insieme per stilare un programma di celebrazioni. E lavorando insieme, si cresce insieme.
Una puntualizzazione: la «comunione» non si raggiunge solo attraverso il «lavoro» comune, l'organizzazione di eventi o di servizi: è anche una questione di vita spirituale, che si alimenta con la preghiera, la lectio divina, l'Eucarestia.

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