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«MA QUANTO MI ASCOLTI?»

Don Stefano Guarinelli, sacerdote e psicologo meneghino, invitato a Pisa per tenere - sabato 20 novembre nell'aula magna dell'Istituto Santa Caterina - un seminario su «La questione dell'ascolto nella coppia»: «Nella vita di coppia talora mancano il tempo e le capacità per entrare ciascuno nel mondo dell'altro»

«MA QUANTO MI ASCOLTI?»

di Graziella Teta
Nicola e Marzia sono sposati da 22 anni. Lui progetta software per navigatori satellitari ma non sa far bollire un uovo, lei non sa come funziona il navigatore ma eccelle nella preparazione della torta Sacher, di cui lui è ghiotto. Nicola non sa come si preparano impasto e glassa, ma sa di tutto il tempo e la passione che Marzia mette nella preparazione di quel dolce squisito, omaggio prezioso alla loro vita di sposi. E quando lei lo porta in tavola, lui esclama puntualmente «Marzia è un mito!». La loro storia è racchiusa nel libro «Tra moglie e marito…Quaranta brevi storie di vita familiare» (Edizioni Ancora, Milano), capitolo «Torte e microprocessori».
Ne è autore don Stefano Guarinelli, psicologo clinico dell'équipe di consulenza psicologica del Seminario arcivescovile di Milano, già professore di Psicologia pastorale alla Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, docente incaricato all'Istituto di Psicologia della Pontificia Università Gregoriana di Roma, e responsabile di redazione della rivista di psicologia, spiritualità e formazione «Tredimensioni» dell'editrice Ancora.
Guarinelli sarà relatore al seminario «La questione dell'ascolto nella coppia», promosso dal Servizio per la pastorale familiare dell'arcidiocesi di Pisa, in programma il prossimo sabato 20 novembre dalle ore 15 al seminario arcivescovile «Santa Caterina». Vita Nova lo ha intervistato in anteprima.
Cosa ci insegna la storia di Nicola e Marzia?
«La loro è una bella storia di due persone diverse, negli interessi, nei gusti, nelle attitudini, ma capaci di rispettare, amare e godere della diversità e della ricchezza dell'altro. Nella vita di coppia talora mancano il tempo e le capacità per entrare ciascuno nel mondo dell'altro. E il rischio può essere quello di giungere a ritenere che il mondo dell'altro non esista: che il suo lavoro non esista o non sia importante, soltanto perché diverso dal mio o perché incomprensibile per le mie conoscenze; che i suoi interessi e i suoi sentimenti non esistano; insomma, che alla fin fine... ci sono solo io».
Come evitare questo rischio? Come superare l'individualismo e rafforzare l'unione?
«Cominciando a sgombrare il campo dai falsi miti, spesso indotti dalla cultura dominante che spinge alla continua ricerca del benessere a tutti i costi, introducendo anche nelle coppie eccessive pretese ed aspettative. Non bisogna calcare troppo sull'aspetto emotivo (no, dunque, a emozioni e sentimentalismi da consumo immediato) perché non è la misura della qualità del rapporto, e spesso porta a diagnosi sbagliate. Quando pare di non “sentire” più nulla per l'altro, che l'armonia non c'è più, non vuol dire che il matrimonio sia finito. Meglio praticare un sano realismo, imparando a mettersi nei panni dell'altro, a guardare le cose anche dal suo punto di vista, senza vederne solo le mancanze. La via della guarigione delle coppie “malate” passa dall'accettazione di se stessi e dell'altro, e punta alla “volontà” di amare (non solo di “sentire”) e alla progettualità dell'unione».
Ci offre un esempio di coppia unita da volontà e progettualità?
«Mi ha colpito la storia di Rosanna Banfi, figlia del noto attore Lino Banfi, che ai media ha presentato una bella immagine di unione matrimoniale. Colpita dal cancro, lei aveva perso i capelli in seguito alla chemioterapia; anche il marito Fabio si fece rapare a zero. Ai giornalisti che gli chiedevano motivo del gesto, lui ha risposto che vedere entrambi i genitori senza capelli avrebbe aiutato il loro figlioletto, abituandolo al nuovo “stato”; e aggiungendo che, anche con quel gesto simbolico, “voleva condividere” con la moglie il duro percorso della malattia e della cura, impegnandosi per superarlo insieme».
Secondo lei, le coppie cristiane sono più capaci di affrontare le crisi?
«Purtroppo, constato ogni giorno che in molte coppie cristiane non c'è la consuetudine di leggere il Vangelo e di pregare con il Vangelo. Se lo facessero, ci sarebbero ricadute benefiche nella coppia. E spiego perché: la Scrittura è densa di conflitti, sofferenze, dolori, incomprensioni. Pensiamo, per esempio, alla sacra famiglia (Luca 2,41) e al racconto di Gesù dodicenne cercato per tre giorni e poi ritrovato al tempio di Gerusalemme, intento ad ascoltare ed interrogare i dottori. Rivolgendosi ai genitori chiede: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io mi devo occupare di quanto riguarda il Padre mio?». Loro non compresero, e sua madre conservava queste cose nel suo cuore. Che cosa ci insegna dunque la Scrittura, che appare frammentata? Che essa si armonizza con l'avvento di Gesù, «chiave interpretativa» della Parola nel suo complesso, ma che questo non significa immediatamente che tutto diventi facile o senza tensioni. E qui colgo l'analogia con una possibile chiave interpretativa per la coppia, alla ricerca di benessere e appagamento; ossia, vivere come e con la Parola, impegnandosi a trovare l'unità nella frammentazione».
In pratica, come possiamo vivere bene il matrimonio?
«In modo “dinamico”, accettando e gestendo conflitti e cambiamenti, con la consapevolezza che il declino (o meglio l'evoluzione affettiva e dell'intimità) non rappresenta necessariamente la fine del rapporto; il cambiamento è iscritto nella logica dello sviluppo della relazione (lo stesso è per la fede: non è sempre al massimo! Eppure c'è, anche nei momenti più “tiepidi”…). Questi sviluppi vanno vissuti bene, non come fallimenti, considerando che il progetto che ha unito la coppia al momento del matrimonio è in continuo divenire, si evolve nel tempo. Ed esorto le coppie a conoscere e praticare la Parola: vivere insieme nell'unità di Cristo porta loro benessere».
La comunicazione e l'ascolto quanto aiutano?
«Comunicare significa “mettere in comune”, non esternare a tutti i costi per sopraffare l'altro cercando di portarlo nel proprio “campo”. Idealizzare la comunicazione, farne un valore assoluto, porta a frustrazioni e fallimenti. Dialogare sì, ascoltare certo: ma come si deve fare con la Parola. Maria c'insegna: occorre “farla venire a sé, meditandola e conservandola nel cuore”; pur senza comprenderla fino in fondo, essa ci parla e ci migliora. Ascolto, quindi, è più che capire: capire impegna la mente, ascoltare apre il cuore all'altro».
Alle coppie in crisi vale suggerire dunque la «cura spirituale», l'unica in grado di guarire e dare gioia non passeggera: per mantenere la promessa reciproca di amarsi e rispettarsi, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, tutti i giorni della vita.

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